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Il sovranismo alza barriere ma si vince solo tutti insieme

Il cambiamento climatico è un dramma planetario che richiede misure coordinate e congiunte
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Si è aperta la settimana scorsa a Dubai la ventottesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, una kermesse in cui confluiranno i rappresentanti dei 197 Paesi – più l’Unione Europea – che si sono impegnati congiuntamente a intervenire attivamente per bloccare il disastro ambientale così ampiamente annunciato. A Dubai sono presenti anche le mille organizzazioni e associazioni che da tempo denunciano il bisogno di politiche e riforme profonde per evitare ciò che altrimenti risulterebbe come un destino avverso. La realtà è che il cambiamento climatico è un dramma planetario che richiede misure coordinate di tutti i Paesi del mondo per essere affrontato e gestito in modo adeguato e questa evidenza impatta direttamente con lo stato critico delle Nazioni Unite, che di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che siede nel Consiglio di Sicurezza, o della rinnovata tragedia di Israele e Palestina, non trova parole né spazio di intervento, così…

Si è aperta la settimana scorsa a Dubai la ventottesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, una kermesse in cui confluiranno i rappresentanti dei 197 Paesi – più l’Unione Europea – che si sono impegnati congiuntamente a intervenire attivamente per bloccare il disastro ambientale così ampiamente annunciato. A Dubai sono presenti anche le mille organizzazioni e associazioni che da tempo denunciano il bisogno di politiche e riforme profonde per evitare ciò che altrimenti risulterebbe come un destino avverso. La realtà è che il cambiamento climatico è un dramma planetario che richiede misure coordinate di tutti i Paesi del mondo per essere affrontato e gestito in modo adeguato e questa evidenza impatta direttamente con lo stato critico delle Nazioni Unite, che di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che siede nel Consiglio di Sicurezza, o della rinnovata tragedia di Israele e Palestina, non trova parole né spazio di intervento, così come è paradossale che la Repubblica Islamica dell’Iran, con 582 esecuzioni nel 2022 tra cui molte donne e minorenni, sia stata eletta alla presidenza del Forum sui diritti umani.

L’importanza della pace

In questa situazioni la COP28 assume un carattere che va al di là dello stesso fondamentale tema della riduzione del riscaldamento della Terra, essendo l’unico forum che coinvolge tutti i Paesi e può spingere i governi a operare congiuntamente su base multilaterale, dovendo avere l’ambizione che non vi sarà salvezza della Terra se non vi sarà pace in Terra. Anche Papa Francesco – che non ha potuto essere fisicamente presente per ragioni di salute – ha fatto sentire la sua voce proprio affermando con forza che la lotta al degrado può avere successo solo se si garantiranno pace e diritti umani ai suoi abitanti. Nel 1995, quando a Berlino venne insediata la prima Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, questi temi erano intuiti solo da pochi leader. Di fronte al crollo dell’Urss e quindi all’esaurirsi della lunga fase storica del mondo spaccato in due, si reagì con un’azione congiunta che portò alla creazione del World Trade Agreement, con l’abbattimento coordinato delle tariffe fra Stati e quindi un rilancio dell’economia a livello mondiale. La globalizzazione ha determinato un’accelerazione nella crescita mondiale con un balzo da 31 migliaia di miliardi di dollari del 1995 ai 100 di quest’anno, ma ha spinto a un aumento esponenziale della popolazione mondiale, legato prima alla crescita dell’Asia e poi dell’Africa, e d’altra parte a una crescita senza precedenti della CO2 e quindi del riscaldamento della Terra. Del resto proprio la creazione di un mercato mondiale, reso ancora più forte dopo l’esplosione di Internet e della digital economy, ha evidenziato come ogni singolo governo sia nei fatti incapace da solo di agire su fenomeni che eccedono la sua sovranità. Ci vollero venti anni di conferenze per giungere al 2015 e riuscire a legare strettamente il tema dello sviluppo alla sostenibilità ambientale. L’assemblea generale del novembre 2015 riuscì a varare una lista di 17 obiettivi globali per uno sviluppo sostenibile, che legavano strettamente obiettivi ambientali, sociali e umani in una comune prospettiva di pace. Il 12 dicembre 2015 a Parigi i 197 paesi, che firmarono la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, adottarono la prima intesa globale e giuridicamente vincolante sul clima, impegnandosi a contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°Celsius oltre i livelli preindustriali.

Il riscaldamento terrestre

Da allora molto si è fatto, ma dopo il Covid, che sembrava aver determinato una netta inversione di tendenza, il riscaldamento terrestre ha ripreso ad aumentare, portandoci verso un trend superiore ai 2.5° rispetto al livello preindustriale, quindi su un percorso catastrofico. Da qui l’importanza della COP28. Bisogna da qui al 2030, quindi in tempi brevissimi, apportare aggiustamenti che riducano almeno di un terzo le emissioni, per riportarci su un cammino sostenibile. Sicuramente l’accordo tra Cina e Stati Uniti firmato di recente da Biden e Xi Jinping è fondamentale. La Cina, che nel 1995 era una piccola economia in via di sviluppo, oggi è saldamente la seconda economia mondiale e produce da sola il 33 per cento di tutte le emissioni di CO2 del mondo, a queste si aggiunge il 12,5 per cento degli Stati Uniti ed è evidente che l’accordo fra le due superpotenze è fondamentale perché da solo copre il 50 per cento delle emissioni.

La necessità di far crescere tutti

Tuttavia non basta, in questi anni è cresciuto anche l’indice di diseguaglianza fra Paesi ma soprattutto all’interno degli stessi Paesi più ricchi. Il 10 per cento della popolazione detiene il 76 per cento della ricchezza mondiale e riscalda in proporzione, scontando però che detiene le tecnologie per agire sul riscaldamento totale. Vi è quindi la necessità di permettere ai Paesi del Sud del mondo di crescere, ma nel contempo di ridurre le emissioni, con interventi anche finanziari che permettano a questi Paesi uno sviluppo sostenibile secondo modelli che gli stessi paesi del Nord del mondo debbono attuare fin da subito in strettissimo coordinamento fra loro. Qui si pone tuttavia il tema che in molti Paesi sta invece prevalendo un rigurgito sovranista che spinge a illudere le popolazioni che si possa affrontare questi temi da soli, chiudendosi dentro a barriere ormai inutili. I segnali che giungono dall’Argentina, dall’Olanda, ma anche dagli Stati Uniti ci dicono di far presto, prima che nuove pulsioni populiste mettano in discussione l’ultima possibilità di evitare il disastro.

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