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La Cina verde: rinnovabili e auto elettrica avvicinano la svolta

Il regime fa sul serio con il suo “ambientalismo autoritario”, ma è tornato anche a pianificare centrali a carbone
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Il successo o il tragico fallimento della lotta contro il riscaldamento della Terra dipendono in buona parte dalla Cina. E sebbene le sue emissioni di CO2, le più alte al mondo, siano cresciute anche quest’anno, il biglietto da visita con cui la Repubblica Popolare si presenta alla Cop28 di Dubai autorizza un cauto ottimismo: grazie a una strabiliante accelerazione sulle rinnovabili, il picco di emissioni che Pechino si è impegnata a raggiungere “prima del 2030” appare a molti esperti più vicino. E per quanto riguarda la sola produzione di energia addirittura imminente. Se la Cina continuerà così il suo impegno “Emissioni zero” nel 2060 – dieci anni dopo Stati Uniti ed Europa, dieci anni prima dell’India – potrà essere centrato. Ma è un grande “se”, considerato che mentre installa pannelli solari e turbine eoliche, il regime è tornato a pianificare centrali a carbone. Oltre al “quando”, per tenere il riscaldamento globale sotto il fatidico grado e mezzo, è decisivo il “come”, cioè qua…

Il successo o il tragico fallimento della lotta contro il riscaldamento della Terra dipendono in buona parte dalla Cina. E sebbene le sue emissioni di CO2, le più alte al mondo, siano cresciute anche quest’anno, il biglietto da visita con cui la Repubblica Popolare si presenta alla Cop28 di Dubai autorizza un cauto ottimismo: grazie a una strabiliante accelerazione sulle rinnovabili, il picco di emissioni che Pechino si è impegnata a raggiungere “prima del 2030” appare a molti esperti più vicino. E per quanto riguarda la sola produzione di energia addirittura imminente. Se la Cina continuerà così il suo impegno “Emissioni zero” nel 2060 – dieci anni dopo Stati Uniti ed Europa, dieci anni prima dell’India – potrà essere centrato. Ma è un grande “se”, considerato che mentre installa pannelli solari e turbine eoliche, il regime è tornato a pianificare centrali a carbone. Oltre al “quando”, per tenere il riscaldamento globale sotto il fatidico grado e mezzo, è decisivo il “come”, cioè quanto in alto arriveranno le emissioni – cinesi e globali – prima di scendere.

Pannelli e pale

Una cosa è certa: nella transizione verso quella che Xi Jinping chiama “civiltà ecologica” il regime fa sul serio. Per il Partito comunista e il suo leader è questione di legittimità: la nuova classe media non vuole crescere i figli in un Paese devastato. Di sicurezza, perché la superpotenza ha in casa scarse riserve di combustibili fossili, con l’eccezione del carbone. E di sviluppo, visto che la Cina vuole essere il fornitore globale di tecnologie verdi, dai pannelli solari alle auto elettriche. Per i più scettici, ecco gli strabilianti numeri del 2023. Secondo le stime del think tank finlandese Crea, le rinnovabili installate dalla Repubblica Popolare genereranno oltre 400 Terawattora l’anno, più del fabbisogno della Francia, con 200 Gigawatt di solo solare, il doppio della potenza operativa negli Stati Uniti. Un balzo frutto di enormi ”campi” realizzati nei deserti del Nord e dell’Ovest, ma anche di capillari campagne di installazione nelle contee minori.

Questo ritmo di crescita delle rinnovabili è superiore all’aumento della domanda di energia, nota il super esperto Lauri Myllyvirta: significa che di questo passo la quota di elettricità prodotta bruciando combustibili fossili andrà riducendosi e le emissioni potrebbero entrare dal prossimo anno in una fase di «riduzione strutturale». Aggiungiamo la rapida elettrificazione del parco auto, dove la propulsione verde ha raggiunto quasi il 30% delle vendite. E l’esplosione della bolla immobiliare che, oltre a far rallentare industrie sporche come il cemento, potrebbe dirottare sulle rinnovabili tanti investimenti. Per il Paese più inquinante del mondo sono le premesse di una rivoluzione.

Gli obiettivi mancati

Si spiega così il crescente ottimismo degli esperti. In un sondaggio della stessa Crea tra accademici e industriali, il 70% pensa che la Cina raggiungerà il picco di emissioni entro il 2030, e un 20% addirittura entro il 2025. Restano però ampi margini di incertezza, visto che su altri impegni ufficiali non sta facendo altrettanto bene. È il caso della riduzione dell’intensità carbonica – la CO2 emessa per punto di Pil – e di quella energetica, obiettivo che dovrebbe essere mancato. E di certo Pechino non tiene fede a un impegno preso nel 2021 da Xi in persona, «controllare in maniera rigorosa» le nuove centrali a carbone: dopo quelle parole ne sono state autorizzate decine, la capacità salirà fino al 2030.

Ecco perché gli esperti sono divisi su quanto ancora cresceranno le emissioni fino al picco, con una maggioranza che pensa saranno almeno del 15% più alte rispetto ai livelli del 2020. Da lì la Cina potrebbe comunque scendere a zero entro il 2060, ma rilasciando lungo il percorso una quantità di CO2 ben superiore a quella limite per stare sotto il grado e mezzo di surriscaldamento.

Questione di sicurezza

Sono le contraddizioni dell’“ambientalismo autoritario” di Pechino. Che da un lato dispone di leve più efficaci rispetto alle democrazie per governare la transizione, dall’altro la subordina a priorità politiche superiori, la sicurezza e la stabilità. Il ritmo della transizione cinese dipenderà da questo calcolo tutto interno. Sicurezza: finora il carbone, unica risorsa “nazionale”, ne è stato il pilastro; le rinnovabili potrebbero in prospettiva sostituirlo, ma non finché la rete elettrica resterà frammentata e inefficiente. Stabilità: gli interessi delle industrie inquinanti, motori del balzo cinese, si sono negli anni intrecciati con quelli del Partito. «L’industria del carbone è potentissima – dice Myllyvirta – si arriverà a una resa dei conti. Nel passato è riuscita a convincere i decisori che lo sviluppo delle rinnovabili andasse rallentato, ma vista la crescita degli investimenti, del peso economico e quindi politico del settore pulito. Oggi l’esito è imprevedibile».

Tutto questo spiega anche la posizione con cui la Cina si presenta a Dubai. Contraria a prendere impegni precisi sulla riduzione – l’eliminazione – del carbone, per lei ancora troppo importante. Favorevole a triplicare la quantità di rinnovabili installate a livello globale, dov’è prima della classe. Proprio questo è stato uno dei punti sottoscritti da Biden e Xi nel recente vertice del “disgelo” di San Francisco, dove il clima si è confermato terreno su cui le due superpotenze possono cooperare. O almeno competere in modo costruttivo, in una sfida di investimenti che finirà per creare sovracapacità produttiva, ma anche per abbattere i prezzi delle tecnologie verdi e accelerare la transizione.

L'esplosione delle rinnovabili in Cina

 

A Dubai però non è detto ci sia altrettanta sintonia, perché in un vertice che contrappone Nord e Sud globale, cioè vecchi e nuovi inquinatori, la Cina si presenterà come «voce dei Paesi in via di sviluppo», scrive l’analista di Merics Nis Grünberg. Insisterà che la responsabilità principale di affrontare il cambiamento climatico è delle potenze industriali che hanno inquinato per secoli, mentre il resto del mondo non può sacrificare il suo sviluppo. Dirà che il fondo per risarcire i Paesi poveri colpiti dai disastri ambientali, “loss and damage”, non può essere gestito da istituzioni a trazione americana come la Banca mondiale. Biden e Xi non ci sono, e sebbene i rispettivi inviati per il clima, John Kerry e Xie Zhenhua – all’ultima uscita prima del pensionamento – abbiano ottimi rapporti, nessuno dei due pare avere il mandato per prendere impegni ulteriori. A Dubai bisognerebbe tutti accelerare, ma tenere vivo l’obiettivo del grado e mezzo, almeno a parole, sembra a molti il massimo risultato possibile.

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