È la guerra il fantasma che aleggia sulla Cop28
di Eugenio OccorsioNon le assenze di Joe Biden o Xi Jinping, che erano determinanti per prendere accordi politicamente validi. Né l’ingombrante presidenza del summit di Sultan Al Jaber, capo della Adoc, la compagnia petrolifera degli Emirati e protagonista dell’industria che si vuole imbavagliare. Il fantasma che turba la Cop28 inaugurata a Dubai con gran fanfara da re Carlo d’Inghilterra giovedì scorso (si chiude il 12 dicembre), è la guerra. Anzi le guerre. «È utopistico – spiega Paul De Grauwe, guru della London School of Economics - pensare che dal vertice possa venire uno sforzo comune contro il climate change, che presuppone importanti investimenti e quindi unità d’intenti e volontà di lavorare tutti insieme, mentre il mondo è percorso da tensioni di questa portata».
Se la guerra in Ucraina ha portato in dote, oltre all’orrore, l’inflazione da caro-gas, quella in Israele porta una destabilizzazione nella polveriera mediorientale le cui conseguenze siamo tutti in grado di immaginare. Nouriel Roubi…
Non le assenze di Joe Biden o Xi Jinping, che erano determinanti per prendere accordi politicamente validi. Né l’ingombrante presidenza del summit di Sultan Al Jaber, capo della Adoc, la compagnia petrolifera degli Emirati e protagonista dell’industria che si vuole imbavagliare. Il fantasma che turba la Cop28 inaugurata a Dubai con gran fanfara da re Carlo d’Inghilterra giovedì scorso (si chiude il 12 dicembre), è la guerra. Anzi le guerre. «È utopistico – spiega Paul De Grauwe, guru della London School of Economics - pensare che dal vertice possa venire uno sforzo comune contro il climate change, che presuppone importanti investimenti e quindi unità d’intenti e volontà di lavorare tutti insieme, mentre il mondo è percorso da tensioni di questa portata».
Se la guerra in Ucraina ha portato in dote, oltre all’orrore, l’inflazione da caro-gas, quella in Israele porta una destabilizzazione nella polveriera mediorientale le cui conseguenze siamo tutti in grado di immaginare. Nouriel Roubini, uno che di rado sbaglia le valutazioni, la chiama “confluenza di calamità” e spiega: «È la conferma che le minacce economiche si intersecano in modo inscindibile con quelle geopolitiche e ambientali».
Incertezze sui tassi di interesse
A incupire il quadro sono le incertezze sull’uscita dalla stagione dei rialzi dei tassi e sul tempo che manca all’inizio dei ribassi. L’Ocse, che il 29 novembre ha aggiornato il suo outlook (ultime previsioni per la crescita mondiale: 2,9% quest’anno e 2,7% nel 2024), ricorda che siamo sempre a rischio-recessione e mette il conflitto di Gaza al primo posto delle incognite: «Un ampliamento avrebbe impatti significativi sui mercati dell’energia e sulle principali rotte commerciali», scrive la capo economista Clare Lombardelli. «L’effetto cumulato dei due conflitti – dice Angelo Baglioni, presidente di Ref Ricerche - rende improbabile che la Cop28 si concluda con impegni finanziari di rilievo».
Eppure ci sarebbe di che impegnarsi: «Alla Cop27 di Sharm-El-Sheik, aveva fatto la voce grossa il “sud del mondo”, vittima incolpevole degli eccessi dei Paesi industrializzati, e la risposta era stata la creazione del fondo “Loss and damage” per inondazioni, terremoti, tsunami, che si accaniscono sui Paesi poveri», dice Angelo Consoli, consigliere della Commissione Ue per il Net Zero Industry Act. «In un anno nulla è stato fatto. Ci si aspetta l’implementazione in quest’edizione ma l’atmosfera è tutt’altro che favorevole». Nella Cop di Parigi del 2015 in cui fu fissata la soglia degli 1,5 gradi di temperatura di aumento massimo rispetto al secolo scorso, venne annunciato un altro fondo con finalità analoghe, destinato in particolare ai Paesi insulari che rischiano di essere sommersi dagli oceani: doveva essere finanziato con 100 miliardi l’anno, cifra mai raggiunta.
Crollo del consumo di carbone
Gli aspetti finanziari sono cruciali, conferma Alessandro Lanza, direttore della Fondazione Mattei, «eppure sono quelli che registrano le più gravi incertezze, con degli stop-and-go spiazzanti come quello di BlackRock che pochi anni fa aveva annunciato solennemente che non avrebbe più investito in aziende che non rispettassero i canoni della sostenibilità ambientale, e ora sulla scorta delle paure derivanti dalle guerre comincia a ipotizzare le prime eccezioni. È fondamentale rendere tutti i flussi finanziari, pubblici e privati, coerenti con gli obiettivi climatici».
Il nodo Italia
Una coerenza che sembra periclitante in Italia. «Sul Paese grava una perdurante e antiscientifica vena di negazionismo sui cambiamenti climatici», accusa Enrico Giovannini, economista di provata esperienza nonché fondatore e direttore scientifico dell’Asvis, l’alleanza per lo sviluppo sostenibile. Le perplessità crescono sentendo il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, dire «a noi piace fare i bastian contrari». Giovannini, già ministro nel governo Draghi per le infrastrutture e la mobilità sostenibili – dicitura a cui non a caso è stato tolto il riferimento alla sostenibilità nell’attuale esecutivo – si è battuto con successo per inserire nella Costituzione la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi.
«La Commissione Ue – spiega - ha corretto alcune proposte dell’Italia per la revisione del Pnrr cancellando diversi progetti non compatibili con la sostenibilità, e imponendo come riforma qualificante la soppressione degli incentivi a imprese e famiglie dannosi per l’ambiente come le sovvenzioni al gasolio per autotrazione. Anche il Pniec, il piano nazionale per l’energia e il clima, è insufficiente per raggiungere gli obiettivi europei e dobbiamo correggerlo entro giugno 2024».
La cornice europea
Un quadro in cui è difficile che l’Italia si assuma impegni economici di rilievo. C’è una parziale scusante, riprende De Grauwe, che alla LSE dirige il dipartimento Europa: «Non è chiaro che gli investimenti per la sostenibilità vanno sottratti ai calcoli del Patto di stabilità. Eppure è indispensabile perché la decarbonizzazione ha bisogno di molti soldi». Quanti? La Deloitte ha calcolato, in un report presentato alla Cop28, ben 5-7mila miliardi di dollari di investimenti necessari ogni anno per raggiungere l’obiettivo di emissioni-zero nel 2050. «Oggi siamo a meno di 2mila miliardi», spiega Franco Orsogna, responsabile del settore auto di Deloitte Central Mediterranean.
«L’auto è un comparto centrale in questa svolta ma anche un simbolo delle difficoltà: le aziende hanno previsto investimenti per 616 miliardi da qui al 2027, ma in un generale rallentamento del mercato l’auto elettrica non riesce a decollare. Gm, Ford, Tesla, Volkswagen stanno ridimensionando la produzione e la costruzione delle gigafactory. Persino le case cinesi, capofila nel settore, hanno i piazzali pieni». Non c’è bisogno di essere fini psicologi per intuire che la paura globale, con due guerre in corso, è il peggior viatico per una ripresa della fiducia e degli investimenti.