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In America Latina riparte la grande corsa al petrolio

Libero dalle sanzioni, il Venezuela riprende a pompare e a vendere sui mercati internazionali. C’è la sorpresa Guyana: con i nuovi giacimenti può diventare il Paese più ricco del continente
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L’America Latina sarà la regina del petrolio anche nel prossimo decennio. Nonostante la crisi climatica che il Cop28 in corso a Dubai cerca di affrontare, tutti gli indicatori prevedono che il greggio farà la parte del leone nel settore energetico. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia la produzione petrolifera aumenterà di 5,8 milioni di barili al giorno entro il 2028 e un quarto di essa sarà latino americana. Con una novità e una sorpresa.

La novità è il ritorno del Venezuela sui mercati internazionali dopo la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere le pesanti sanzioni inflitte al regime di Caracas in vigore dal 2019. Il disgelo riguarda il gas, il petrolio e l’oro ed è condizionato al rispetto degli accordi raggiunti tra gli emissari di Nicolás Maduro e quelli dell’opposizione raccolti attorno alla Piattaforma Unitaria. L’intesa prevede l’apertura dei rubinetti del petrolio dell’Orinoco, che rappresenta la riserva più grande al mondo con 303 miliardi di barili,…

L’America Latina sarà la regina del petrolio anche nel prossimo decennio. Nonostante la crisi climatica che il Cop28 in corso a Dubai cerca di affrontare, tutti gli indicatori prevedono che il greggio farà la parte del leone nel settore energetico. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia la produzione petrolifera aumenterà di 5,8 milioni di barili al giorno entro il 2028 e un quarto di essa sarà latino americana. Con una novità e una sorpresa.

La novità è il ritorno del Venezuela sui mercati internazionali dopo la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere le pesanti sanzioni inflitte al regime di Caracas in vigore dal 2019. Il disgelo riguarda il gas, il petrolio e l’oro ed è condizionato al rispetto degli accordi raggiunti tra gli emissari di Nicolás Maduro e quelli dell’opposizione raccolti attorno alla Piattaforma Unitaria. L’intesa prevede l’apertura dei rubinetti del petrolio dell’Orinoco, che rappresenta la riserva più grande al mondo con 303 miliardi di barili, in cambio di elezioni trasparenti e democratiche annunciate entro la fine del 2024.

L’ala conservatrice dei repubblicani frena l’apertura di Biden. Ma è anche consapevole di aver bisogno del greggio venezuelano per rafforzare le riserve e frenare la corsa al rialzo dei prezzi. Caracas, con i suoi 800 mila barili prodotti quotidianamente, può compensare il vuoto creato dalla Russia, colpita a sua volta dalle sanzioni inflitte per l’aggressione all’Ucraina. Ancora lontano dai 3 milioni di barili che estraeva ogni giorno nell’era d’oro, la Pdvsa, la compagnia statale energetica, stima di poter incrementare la sua produzione di altri 300 mila barili raggiungendo l’obiettivo di 1,2 milioni entro la fine del prossimo anno.

L’apertura ha eccitato i mercati e lanciato i colossi energetici mondiali nella gara per la firma di nuovi contratti e licenze. Dopo la Chevron americana, che non ha mai smesso di pompare petrolio e di raffinarlo, due mesi fa anche la nostra Eni e la spagnola Repsol, che da tempo collaboravano con Caracas nell’estrazione di gas, hanno messo a punto nuovi accordi per la gestione di impianti petroliferi. La concorrenza non ha perso tempo. Almeno altre 12 società hanno stabilito intese di massima: la francese Maurel et Prom riprenderà le sue operazioni nel lago di Maracaibo, China Petroleum e Indian Oil stanno firmando le concessioni per alcuni siti. Trinidad ha in corso trattative per lo sfruttamento congiunto del Dragon Campus, gestito da Shell. Mitsubishi vuole riprendere il progetto petrolchimico Metanolo de Oriente. Anche la colombiana Ecopetrol conferma di avere contatti per piani comuni di petrolio e gas mentre la brasiliana Petrobras e Indian Reliance hanno mostrato interesse.

C’è poi la grande sorpresa degli ultimi mesi. Riguarda la Guyana. Dopo aver scoperto un primo sito nello Stabroek Block, al largo dell’Atlantico, la statunitense Exxon Mobil ne ha individuati altri 30 che conservano 11 miliardi di barili. Da poverissima l’ex colonia britannica ha tutte le condizioni per diventare il Paese più ricco dell’America Latina. Pompa 400 mila barili al giorno e le sue esportazioni stanno crescendo vertiginosamente: oggi ne commercia 360 mila, 100 mila in più del 2022 e tre volte i 100.645 del 2021. Si pensa che entro i prossimi dieci anni raggiungerà il milione di barili.

Gli effetti si sono sentiti sull’economia. La crescita è stata impressionante: il Pil ha avuto un balzo, in un anno, del 43,5%. Davanti a questa immensa ricchezza c’è un solo problema con cui la Guayana deve fare i conti: la corruzione. Un rischio difficile da contrastare in un Paese che si trova, di colpo, seduto su un tesoro dopo aver patito la fame. Ma che potrebbe uccidere un sogno.

La corsa all’oro nero contagia gran parte dei Paesi dell’emisfero. Il Messico e la Bolivia ripiegano su litio, Honduras e Ecuador guardano ai corsi d’acqua per le centrali idroelettriche. L’Argentina ha scoperto il sito di Vaca Muerta, un enorme giacimento nel Nord Ovest del Paese con la seconda risorsa mondiale di gas di scisto e la quarta di petrolio di scisto. Potrebbe superare una produzione di 700 mila barili al giorno.

Il Brasile vola altissimo. Ha annunciato un investimento di 102 miliardi di dollari entro la fine del 2028. È già il nono produttore di petrolio al mondo; punta a diventare tra i primi tre, assieme a Usa e Iran. Nel settembre scorso ha registrato un record tra greggio e gas di 4,7 milioni di barili al giorno, oltre un quarto più della produzione statunitense.

Il piano di investimenti supera del 31% i 78 miliardi annunciati nel programma quinquennale 2023-27. Il 70% sarà dedicato alla produzione e all’esplorazione. I siti da sfruttare sono le enormi sacche scoperte al largo delle coste di Rio de Janeiro e i giacimenti vicino alla foce del Rio delle Amazzoni. Il presidente Lula ha sempre creduto in uno sviluppo sostenibile. Ma il progetto ha attirato le obiezioni del mondo ambientalista e degli organismi governativi a difesa dell’Amazzonia. Davanti al coro di critiche, ci ha pensato l’amministratore delegato Petrobras Jean Paul Petres a replicare con pragmatismo: «Qualcuno deve pur produrre petrolio. Energia pulita e sempre di più non significa che dobbiamo condannare il greggio e smettere di pomparlo da un giorno all’altro». Poi, con toni più concilianti, ha ricordato: «Possiamo investire nelle fonti rinnovabili grazie ai profitti petroliferi. Diventare ecologici è un processo di metamorfosi continua».

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