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Svimez, il Pnrr salva il Sud dalla recessione. Record per part time e lavoro povero

Il direttore della Svimez Luca Bianchi

 
Il Rapporto Annuale dell’Associazione: crescita dimezzata nel Mezzogiorno rispetto alle regioni del Centro-Nord. Due milioni e mezzo di persone in povertà assoluta. E le regioni meridionali vanno a passo più lento sui progetti Pnrr: la quota dei progetti dei Comuni messi a bando è del 31% contro il 60% del Centro-Nord
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ROMA – Dopo il Covid c’è stata una partenza riallineata tra Sud e Centro-Nord, con tassi di crescita molto simili: più 10,7% e più 11% nel biennio 2021-2022. Poco sostenuto però da un’industria sempre più debole, con i redditi delle famiglie falcidiati da un’inflazione che ha un impatto più che doppio sui redditi rispetto al resto del Paese. Nel 2023 però le previsioni sono di una crescita dimezzata nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord, 0,4% contro 0,8% (media 0,7%). E dopo la divaricazione sarà ancora maggiore, nel 2024-2025 il Sud potrebbe andare in recessione (Pil -0,6% e -0,7%) a meno che il Pnrr non riesca a dispiegare tutti i suoi effetti positivi, dando all’economia la spinta di cui ha bisogno.

Il Rapporto Svimez 2023 però segnala anche le crepe visibili già adesso nell’attuazione del Piano: apparentemente la riserva del 40% dei progetti al Sud è stata più che rispettati, la media arriva anche oltre, al 45% per i progetti dei Comuni. Ma il problema è la messa a terra: nel Me…

ROMA – Dopo il Covid c’è stata una partenza riallineata tra Sud e Centro-Nord, con tassi di crescita molto simili: più 10,7% e più 11% nel biennio 2021-2022. Poco sostenuto però da un’industria sempre più debole, con i redditi delle famiglie falcidiati da un’inflazione che ha un impatto più che doppio sui redditi rispetto al resto del Paese. Nel 2023 però le previsioni sono di una crescita dimezzata nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord, 0,4% contro 0,8% (media 0,7%). E dopo la divaricazione sarà ancora maggiore, nel 2024-2025 il Sud potrebbe andare in recessione (Pil -0,6% e -0,7%) a meno che il Pnrr non riesca a dispiegare tutti i suoi effetti positivi, dando all’economia la spinta di cui ha bisogno.

Il Rapporto Svimez 2023 però segnala anche le crepe visibili già adesso nell’attuazione del Piano: apparentemente la riserva del 40% dei progetti al Sud è stata più che rispettati, la media arriva anche oltre, al 45% per i progetti dei Comuni. Ma il problema è la messa a terra: nel Mezzogiorno è stato già messo a bando solo il 31% dei progetti contro il 60% del Centro-Nord (che per il Nord-Est diventa il 67,1%). “Il problema è quello delle risorse dei Comuni, che comunque stanno facendo uno sforzo straordinario. Hanno però bisogno di maggiore supporto”, afferma il direttore Svimez Luca Bianchi. Come hanno bisogno di maggiore supporto lo sviluppo della Zes unica e i progetti per la transizione ecologica: “Il Mezzogiorno può essere il luogo in cui si può ricominciare a fare industria, anche per accompagnare la transizione verde in Europa”.

Gli investimenti possono funzionare, anche nel Mezzogiorno. Il presidente di STMicroelectronics Italia Giuseppe Notarnicola ha raccontato dei progetti avviati a Catania anche grazie al Pnrr, e che hanno permesso di attivare un’occupazione ad alta specializzazione. E l’amministratore delegato di Invitalia Bernardo Mattarella ha rivendicato i risultati raggiunti, a partire dal 2018, con la misura 'Resto al Sud': “Abbiamo consentito la nascita di oltre 17.000 nuove imprese, con la creazione di 65.000 posti di lavoro'. Della dotazione originaria di 1,2 miliardi ''abbiamo già erogato poco più 800 milioni e contiamo di esaurire tutta la dotazione entro giugno del 2024''. Anche rispetto ai contratti di sviluppo, sottolinea Mattarella, “nei primi nove mesi del 2023 sono stati già approvati 66 progetti (di cui 24 nel Mezzogiorno), contro una media degli ultimi 11 anni di circa 30, con una crescita del 150% dei progetti approvati e del 370% degli investimenti attivati

rispetto allo stesso periodo del 2022".

I ritardi nei bandi scolastici

Al Sud si stanno accumulando ritardi su ritardi: è stato affidato solo il 60,7% delle risorse a gara contro il 91% del Centro-Nord. Disallineamenti che rischiano fortemente di non far raggiungere gli obiettivi legati al superamento delle disparità territoriali e di genere. Al Sud sette donne su dieci non hanno un lavoro. Le madri sono penalizzate dalla scarsità dei servizi: una donna single nel Mezzogiorno ha un tasso di occupazione del 52,3%, nel caso di donna con figli di età compresa tra i 6 e i 17 anni scende al 41,5% per poi crollare al 37,8% per le madri con figli fino a 5 anni (65,1% al Centro-Nord), la metà rispetto ai padri (82,1%).

La realizzazione degli asili nido avrebbe dovuto essere un passo in avanti importante per dare loro la possibilità di cercare un’occupazione, ma è proprio nel Mezzogiorno che il Pnrr è più a rischio: la quota del 40% di risorse infatti rischia di rimanere sulla carta, solo il 36% è stato messo a gara contro il 51% del Centro-Nord. E quindi il taglio dei posti nido, conseguente alla revisione del Piano, penalizza soprattutto le Regioni del Mezzogiorno: non raggiungeranno il target europeo del 33% la Lombardia (32,4%), la Puglia (32%), la Campania (23%) e la Sicilia, fanalino di coda con il 17,8%. Il Mezzogiorno è svantaggiato anche sul tempo pieno: è all’11% per la Sicilia, al 18% per la Campania e al 19% in Puglia, mentre al Nord, in Toscana e nel Lazio il servizio è assicurato per più di un alunno su due.

Record di working poor, e l’inflazione ha un impatto doppio

Il lavoro non libera dalla povertà, non nel Mezzogiorno. La povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata è salita di 1,7 punti percentuali tra il 2020 e il 2022, e tra le famiglie di operai del 3%. Nonostante la ripresa, le persone che vivono in famiglie in povertà assoluta sono 250 mila in più nel 2022 rispetto al 2020, e arrivano a due milioni e mezzo, mentre nello stesso periodo nel Centro-Nord sono 170 mila in meno. L’inflazione nel 2023 ha ridotto il potere d’acquisto delle famiglie del 2% contro l’1,2% del resto del Paese. Tutti i problemi del mercato del lavoro al Sud hanno un impatto amplificato: il part-time involontario è al 75,1% contro il 49,4% del Centro-Nord, gli occupati a termine da oltre 5 anni il 23% contro il 13,7% del resto del Paese, i dipendenti con bassa retribuzione il 15,3% contro l’8,4%.

Eppure nel Sud avere una laurea garantisce una collocazione decisamente migliore nel mercato del lavoro: un laureato al Sud guadagna mediamente il 41% in più di un diplomato, mentre nel resto del Paese il vantaggio è del 37%. A livello nazionale, il tasso di occupazione dei giovani laureati (74,6%) è significativamente superiore rispetto ai diplomati (56,5%). Nel Mezzogiorno, il differenziale è di 26 punti percentuali (61,6% contro 35,6%), mentre nel Centro-Nord è di 13 punti (80,6% contro 66,8%).Ma nel Mezzogiorno i giovani tra 25 e 34 anni che hanno conseguito un titolo di istruzione terziario nel 2022 sono solo il 22%, contro il 29% del resto del Paese (comunque inferiore di 16 punti percentuali rispetto alla media europea).

Il futuro: dalla fuga dei giovani alla desertificazione

Dal 2002 al 2021 hanno lasciato il Mezzogiorno oltre 2,5 milioni di persone, in prevalenza verso il Centro-Nord (81%). Al netto dei rientri, il Mezzogiorno ha perso 1,1 milioni di residenti. Le migrazioni verso il Centro-Nord hanno interessato soprattutto i più giovani: tra il 2002 e il 2021 il Mezzogiorno ha subìto un deflusso netto di 808 mila under 35, di cui 263 mila laureati.


Ma in futuro, stima la Svimez, potrebbe andare molto peggio se non si farà nulla per rendere il Mezzogiorno più attrattivo. Al 2080 si stima una perdita di oltre 8 milioni di residenti, pari a poco meno dei due terzi del calo nazionale (–13 milioni). La popolazione del Sud, attualmente pari al 33,8% di quella italiana, si ridurrà ad appena il 25,8% nel 2080. E ad andarsene sarà soprattutto la popolazione in età da lavoro: il Sud potrebbe arrivare a perdere il 51% della popolazione più giovane (0–14 anni), pari a 1 milione e 276 mila unità, contro il –19,5% del Centro-Nord (–955 mila). Il Mezzogiorno diventerà quindi l’area più vecchia del Paese nel 2080, con un’età media di 51,9 anni rispetto ai 50,2 del Nord e ai 50,8 del Centro.

Una situazione non irreversibile: basterebbe intanto supportare la realizzazione del Pnrr (“nel Mezzogiorno c’è un tema gigantesco di servizi”, sottolinea Luca Bianchi), e poi puntare sull’occupazione femminile e sul miglioramento dell’offerta di lavoro, per trattenere i laureati, attraverso una industrializzazione che sia di supporto alla competitività del Paese e “una nuova complementareità Sud/Europa” nelle filiere strategiche europee.

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