Rischio manovra a fine anno. E i partiti litigano sulla mancia da 100 milioni
di Giuseppe ColomboROMA - In aula, alla Camera, tra Natale e Capodanno. A votare la manovra dei ritardi. Sconfessando la promessa sbandierata per mesi: il sì definitivo alla Finanziaria entro la metà di dicembre, grazie al veto “blindato” agli emendamenti della maggioranza.
Per la premier Giorgia Meloni, l’incubo si materializza nella riunione del Consiglio dei ministri, quando il titolare dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani prende la parola. L’alert viene rovesciato sul tavolo di Palazzo Chigi. Con una traccia che svela l’affanno e i rischi: gli emendamenti devono essere depositati in commissione Bilancio il prima possibile, altrimenti i lavori in Senato, dove la manovra affronta il suo primo passaggio parlamentare, non possono partire.
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ROMA - In aula, alla Camera, tra Natale e Capodanno. A votare la manovra dei ritardi. Sconfessando la promessa sbandierata per mesi: il sì definitivo alla Finanziaria entro la metà di dicembre, grazie al veto “blindato” agli emendamenti della maggioranza.
Per la premier Giorgia Meloni, l’incubo si materializza nella riunione del Consiglio dei ministri, quando il titolare dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani prende la parola. L’alert viene rovesciato sul tavolo di Palazzo Chigi. Con una traccia che svela l’affanno e i rischi: gli emendamenti devono essere depositati in commissione Bilancio il prima possibile, altrimenti i lavori in Senato, dove la manovra affronta il suo primo passaggio parlamentare, non possono partire.
Le modifiche non sono quelle delle opposizioni. In fondo avranno la firma del governo. Poche, come ha prescritto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, per tenere fede all’impegno preso con l’Europa sulla manovra "seria, responsabile e prudente”. Ma gli aggiustamenti sono delicati: al Mef c’è ancora bisogno di tempo per cambiare la norma che taglia le pensioni dei dipendenti pubblici.
E così la discussione in Cdm che segue l’indicazione di Ciriani diventa una sorta di esortazione alla possibilità di evitare lo slittamento. Oggi la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama aggiornerà il calendario dei lavori, mentre una riunione dell’ufficio di presidenza della commissione Bilancio proverà quanto meno a fissare un metodo di lavoro.
Le opposizioni, infatti, chiedono l’esame degli emendamenti sopravvissuti alla tagliola dell’ammissibilità o almeno quelli sui temi che ritengono prioritari.
Ma la manovra è incagliata anche per un’altra ragione. Estranea al governo, che vuole tenersi fuori dalla spartizione della dote da 100 milioni (300 in tutto, dal 2024 al 2026) riservata ai gruppi parlamentari. Il “tesoretto” è conteso.
La maggioranza spinge per spendere 70 milioni, lasciandone 30 a Pd, M5s, Iv e Avs. Le opposizioni puntano a 40 milioni. Tra i senatori di Fratelli d’Italia c’è chi scommette sul «65 a noi e 35 a loro». L’accordo ancora non c’è.
C’era una volta la manovra dai tempi record. Copyright di Giorgia Meloni, ma è già sbiadito.
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