La paralisi del granaio d’Europa
dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniCi mancava solo il blocco dei camionisti alle frontiere polacche, slovacche e ungheresi. In collegamento dal suo ministero, in una rara pausa tra una concitata riunione e l’altra per risolvere il problema degli infuriati ‘bisonti della strada’, il viceministro delle Infrastrutture ucraino Sergey Derkach ci concede un’intervista. E non nasconde la sua preoccupazione: «È un dossier che potremo risolvere solamente quando ci sarà un nuovo governo polacco», spiega. Ossia, prevedibilmente questa settimana, quando si insedierà finalmente l’esecutivo filoeuropeista e filoucraino di Donald Tusk. Ma è dal 6 novembre che l’economia dell’Ucraina, già martoriata dalla guerra, sta subendo ingenti perdite a causa dei tir paralizzati ai confini.
Il nodo dei camionisti
Derkach è immerso da settimane in colloqui intensi con il governo provvisorio di Varsavia e con Bruxelles per sciogliere il nodo dei camionisti che ritengono che i loro colleghi ucraini stiano facendo loro concorrenza sleale. Dall’iniz…
Ci mancava solo il blocco dei camionisti alle frontiere polacche, slovacche e ungheresi. In collegamento dal suo ministero, in una rara pausa tra una concitata riunione e l’altra per risolvere il problema degli infuriati ‘bisonti della strada’, il viceministro delle Infrastrutture ucraino Sergey Derkach ci concede un’intervista. E non nasconde la sua preoccupazione: «È un dossier che potremo risolvere solamente quando ci sarà un nuovo governo polacco», spiega. Ossia, prevedibilmente questa settimana, quando si insedierà finalmente l’esecutivo filoeuropeista e filoucraino di Donald Tusk. Ma è dal 6 novembre che l’economia dell’Ucraina, già martoriata dalla guerra, sta subendo ingenti perdite a causa dei tir paralizzati ai confini.
Il nodo dei camionisti
Derkach è immerso da settimane in colloqui intensi con il governo provvisorio di Varsavia e con Bruxelles per sciogliere il nodo dei camionisti che ritengono che i loro colleghi ucraini stiano facendo loro concorrenza sleale. Dall’inizio dell’invasione russa del 24 febbraio del 2022, per risollevare la disastrata economia ucraina, ai “padroncini” ucraini era stato concesso di aumentare il traffico con l’Europa - «anche perché abbiamo quello via Mar Nero paralizzato», ricorda il ministro. Ma i camionisti polacchi lamentano ora il fatto che per i colleghi ucraini non valgano le stesse regole europee - dal salario minimo all’obbligo dei depositi - e che stiano bypassando anche gli accordi che vieterebbero loro di girare all’interno dell’Europa. «Questa accusa - dice Derkach - è del tutto falsa. Basta vedere i documenti ufficiali slovacchi e i rapporti sui controlli polacchi: non si trovano violazioni del genere. È falso».
Quel che è certo, per Derkach, è che «non può esserci un ritorno alle regole che valevano prima dell’invasione russa, ai permessi stipulati nelle intese bilaterali con la Polonia che stabilivano quote massime di transito per i nostri camionisti». La soluzione dovrà essere un’altra. Ma intanto i danni sono ingenti. Alla fine di novembre una fonte governativa ha rivelato a Reuters che i blocchi hanno già causato una caduta di un quinto delle importazioni mensili e che potrebbero costare un punto di Pil. Una pessima notizia per un paese che subisce ogni ora mostruosi danni da bombe, mortai, missili e granate, e dove quotidianamente le sirene antiaeree suonano miriadi di volte.
La resilienza ucraina
In realtà, dopo un crollo del 29,1% del Pil nel primo anno di guerra, l’economia dell’Ucraina stava dimostrando una “notevole resilienza”, racconta il più recente rapporto della Commissione Ue. Il “granaio d’Europa” ha approfittato di un raccolto straordinariamente ricco, ma anche del sostegno finanziario internazionale e della capacità del governo di «assicurare la stabilità macrofinanziaria». Dunque il Pil potrebbe attestarsi quest’anno al 4,8%, l’anno prossimo al 3,7%, e accelerare nel 2025 addirittura al 6,1%, soprattutto grazie alla spinta dei consumi e degli investimenti pubblici.
Il Fondo monetario internazionale è meno ottimista e stima la crescita al 2% quest’anno. Ma anche la direttrice, Kristalina Georgieva, ha ricordato a ottobre la «evidente resilienza» insita nella capacità di passare da un crollo di quasi un terzo del Pil a una lieve ripresa - nonostante i devastanti droni iraniani, i missili e l’artiglieria che infestano i cieli ucraini di giorni e di notte. E un “importante pilastro” della resistenza ucraina alla furia distruttrice russa è stato, ha sottolineato Georgieva, il sostegno internazionale, che, come ricorda il Fmi, ammonta a 115 miliardi di dollari di aiuti per quattro anni.
Anche l’altra possibile fonte di instabilità macroeconomica e sociale, l’inflazione, che aveva superato nei primi dieci mesi dell’invasione russa il 20%, sta impensierendo meno gli ucraini. L’andamento dei prezzi al consumo si è raffreddato decisamente, negli ultimi dodici mesi. E alla fine del 2023 potrebbe attestarsi al 13,5% secondo Bruxelles. Nel 2024 il ritmo potrebbe dimezzarsi addirittura al 7,7%. Una dinamica virtuosa agevolata anch’essa da un’annata eccezionale per il grano e dalla straordinaria capacità degli ucraini di riparare i danni provocati dalle bombe. Secondo la Commissione Ue il calo dei prezzi è dovuto infatti alle “rapide riparazioni” delle infrastrutture energetiche colpite dai missili e mortai russi. Una rapidità che ha evitato impennate dei prezzi e che è stata accompagnata da politiche monetarie restrittive, un altro freno all’inflazione.
Il rischio aiuti Europa e Usa
Certo, sulla faticosa ripresa ucraina pende da qualche giorno una spaventosa spada di Damocle: che gli aiuti dei due donatori più cruciali, l’Europa e gli Usa, possano evaporare. Nonostante l’accorato appello del presidente americano Joe Biden a non fare “un regalo” a Vladimir Putin, i repubblicani si sono opposti ai 61 miliardi di dollari di aiuti per Kiev. Biden ha sottolineato che «se Putin si prende l’Ucraina, non si fermerà», e che attaccherà un Paese Nato e «vedremo qualcosa che non vogliamo e che non abbiamo oggi: truppe americane combattere contro quelle russe». Ma restano pochi giorni per i democratici per riuscire a chiudere un accordo con i repubblicani e sbloccare i fondi.
Anche in Europa tira una pessima aria. Il premier ungherese Viktor Orban ha minacciato il veto sul pacchetto ucraino che sarà discusso al Consiglio Ue del 14 e 15 dicembre. Una prospettiva che priverebbe Kiev di altri 50 miliardi per i prossimi quattro anni e sposterebbe in avanti l’avvio dei negoziati per l’adesione all’Unione. A Bruxelles si lavora dunque alacremente a soluzioni per aggirare l’eventuale veto dell’autocrate magiaro. E si sta considerando la possibilità di spacchettare i dossier. Per salvare almeno una parte dei fondi destinati all’Ucraina, l’ipotesi è di separare i 17 miliardi di euro a fondo perduto dai 33 miliardi di prestiti. Liberando, intanto, i primi. Quanto al meccanismo di adesione, l’idea è quella di mandare comunque a gennaio una squadra della Commissione in Ucraina per cominciare lo “screening” (previsto di solito dopo il via libera del Consiglio). E di tornare alla carica al Consiglio quando tutte e sette le raccomandazioni saranno state esaudite. La speranza di spezzare le resistenze di Orban non è del tutto svanita: Bruxelles sarebbe pronta a sbloccare una decina di miliardi di fondi congelati a causa delle violazioni dello stato di diritto. Non senza mal di pancia di socialdemocratici e verdi. Ma la prospettiva peggiore, per molti, è lasciare Kiev con la sensazione di un’Europa che le volti le spalle.