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Il gender gap si chiude in università e aziende

Oltre il 10% delle prime 500 imprese Usa sono guidate da donne nella posizione di ceo, quest’anno circa un quarto dei nuovi arrivi
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Avete visto Yellowstone, la serie tv western che ha travolto l’America? È un Bonanza adattato al terzo millennio con una variante di genere: John Dutton (Kevin Kostner) è il “pater familias”, ma è la figlia Beth a muovere titoli in Borsa, impostare strategie, è lei la donna d’affari. La sua antagonista, ceo di una multinazionale è donna, nera, altrettanto aggressiva e determinata, come è donna l’alleata di Beth, membro della Nazione Indiana, una riserva vicina al ranch, anche lei si occupa di affari. Dalla “fiction” alla realtà il passo è breve: quest’anno oltre il 10% delle prime 500 aziende americane è guidato da donne nella posizione di amministratore delegato. Un quarto dei nuovi arrivi sono stati nel 2023, con una forte accelerazione negli ultimi anni. Citiamone tre per dare uno spaccato anche settoriale, Priscilla Almodovar, di Fannie Mae. in finanza; Karen Lynch, di Cvs Health, settore sanitario, marchio popolare per la distribuzione farmaceutica; Carrie Wheeler di Opendoor Tec…

Avete visto Yellowstone, la serie tv western che ha travolto l’America? È un Bonanza adattato al terzo millennio con una variante di genere: John Dutton (Kevin Kostner) è il “pater familias”, ma è la figlia Beth a muovere titoli in Borsa, impostare strategie, è lei la donna d’affari. La sua antagonista, ceo di una multinazionale è donna, nera, altrettanto aggressiva e determinata, come è donna l’alleata di Beth, membro della Nazione Indiana, una riserva vicina al ranch, anche lei si occupa di affari. Dalla “fiction” alla realtà il passo è breve: quest’anno oltre il 10% delle prime 500 aziende americane è guidato da donne nella posizione di amministratore delegato. Un quarto dei nuovi arrivi sono stati nel 2023, con una forte accelerazione negli ultimi anni. Citiamone tre per dare uno spaccato anche settoriale, Priscilla Almodovar, di Fannie Mae. in finanza; Karen Lynch, di Cvs Health, settore sanitario, marchio popolare per la distribuzione farmaceutica; Carrie Wheeler di Opendoor Technologies, piattaforma digitale per la compravendita delle case. In questo caso colpisce che Opendoor sia stata fondata soltanto nel 2014 e che con 15 miliardi di ricavi sia già entrata nella classifica di Fortune.

La ricetta americana

Questo per dire che l’America lo ha capito prima di tutti: il gender gap, sui salari, ma anche sul piano sociale e culturale (tema chiave anche da noi) lo si combatte prima di tutto sul fronte economico/imprenditoriale/manageriale e dunque, ancor prima, su quello dell’istruzione universitaria, determinante per l’impostazione di carriere paritetiche a quelle dell’uomo. Per il dopo, per la crescita della donna in carriera, il modello educazione è accompagnato negli Usa da un approccio di mercato che punta sulla fiducia nel prossimo (l’assunzione di una baby sitter magari senza permesso di soggiorno) piuttosto che sulla costituzione di infrastrutture sociali a volte poco pratiche per giovani madri in carriera, come succede più spesso da noi in Europa.

La natalità negli anni

Questa dinamica non ha soltanto il vantaggio di eliminare nei fatti, nelle statistiche, pregiudizi che molti uomini conservano nei confronti delle donne attive nel mondo del lavoro, ma risponde anche a una delle più gravi crisi demografiche con cui ci si confronta nelle democrazie industriali avanzate e in Italia in particolare: la caduta verticale del tasso di natalità. Negli anni Sessanta in Italia nascevano un milione di bambini all’anno, oggi ci siamo assestati poco sotto i 400 mila. Negli Stati Uniti, dopo un primo declino del tasso di natalità negli anni Settanta, quando le donne si avvicinavano in modo più deciso a carriere aziendali, la tendenza si è stabilizzata e la natalità ha ripreso ad aumentare anche quando molte più donne partecipavano in modo attivo al mondo del lavoro. Un confronto: nel 1968 il tasso di natalità era del 17.5 con 3,5 milioni di nascite, nel 2000, quando il gender gap si andava riducendo, il tasso era sì inferiore, ma di poco, al 14,7 e con nascite in termini assoluti in aumento a quota 4,1 milioni. Si smentiva così il premio Nobel Gary Becker che, ancora negli anni Settanta, identificava una “divisione del lavoro” fra donne a casa e uomini in fabbrica o in ufficio, per garantire una costante crescita armonica e sostenibile dell’economia.

Affrontando il tema dei pregiudizi nei confronti delle donne, troppo spesso drammatico, e di quelle in carriera in particolare, non si può dunque prescindere dall’insegnamento americano contemporaneo. Per superare il gender gap non bastano manifestazioni per strada o imposizioni top down (le quote rosa aiutano, ma non sono una soluzione), ma con un’azione decisa, concreta da parte delle aziende e delle università in primis, per consentire alle donne di laurearsi e imboccare una carriera senza nessun pregiudizio sociale, economico o biologico che possa rallentare la loro crescita.

Lo ha riconosciuto con chiarezza il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio che ha voluto dare a un incontro sul tema in Bocconi, dove l’Università e la Fondazione Investindustrial hanno anche annunciato una decina di giorni fa borse di studio per 1,5 milioni di euro intitolate a un pioniere dell’emancipazione femminile in Italia, Anna Bonomi, e finanziati dalla Fondazione per consentire l’accesso al triennio bocconiano a giovani maturande in tutta Italia.

Il Presidente si è congratulato per il gesto concreto, le borse di studio «destinate a giovani donne sprovviste di mezzi e meritevoli di proseguire gli studi». ma ha dato all’azione un contesto fondamentale: «Oggi tante donne sono parte della classe dirigente del Paese e tuttavia la minore inclusione femminile nel mondo del lavoro nei settori della più avanzata innovazione, nei ruoli di maggiore responsabilità costituisce tuttora un grave deficit sociale e priva il Paese di qualità essenziali anche ai fini di una migliore crescita».

Ecco che una «migliore crescita» diventa il passaggio chiave. Un richiamo, quello di Mattarella, con radici profonde nell’articolo 3 della Costituzione. Lo ha ricordato Marta Cartabia, primo presidente della Corte Costituzionale in Italia, in un altro incontro organizzato da Affari & Finanza, “Closing the Gender Gap”. La Cartabia ha affermato che la Costituzione italiana non si limita «a garantire una eguaglianza di principio, ma impegna la Repubblica a renderla effettiva». Se pensiamo che è soltanto dal 1963 che la Repubblica ha aperto alle donne il concorso per la magistratura, possiamo condividere la sua preoccupazione, ma dobbiamo imporci di fare il possibile per accelerarla. Soprattutto con azioni concrete, con la promozione di donne alla posizione di amministratore delegato piuttosto che di presidente, come succede in America, ma non succede da noi. È la crescita, la presa di coscienza di un ruolo diffuso delle donne in posizioni chiave nel mondo degli affari che contribuirà a cambiare la cultura, a far sì che il 50% degli italiani che ancora pensa che i bambini soffrono se la mamma lavora, scenda al 15% della Svezia. O a far sì che, come in America, oltre il 10% delle più importanti aziende italiane sia guidato da donne. Con prospettive eccellenti: un dato recente in America mostra che 32 aziende guidate da donne ceo hanno avuto ritorni sugli investimenti del 384% contro il 261% dei ritorni di quelle guidate da uomini. E con esempi illuminanti: quello di Indra Nooyi, nata a Madras e naturalizzata americana, alla guida di Pepsi Cola dal 2006 al 2018 o di Ginni Rometty, Ceo di Ibm fino al 2020 o di Mary Barra, dal 2014 ceo di General Motors. Non dimenticherò quando il compianto “alfa man manager” Sergio Marchionne ingaggiò un confronto a distanza con Barra per convincere gli azionisti Gm a una fusione con Fiat Chrysler. Fu una delle poche volte che Marchionne perse. Barra trionfò sui giornali americani e internazionali per avergli tenuto testa. Un messaggio per ridurre i pregiudizi contro le donne, più forte, efficace e costruttivo di qualunque dimostrazione per strada.

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