Usa e area euro: due inflazioni diverse ma la terapia è la stessa
di Vittoria Puledda , Carlotta ScozzariLa cura della malattia dell’inflazione è stata uguale per tutti, dagli Stati Uniti all’Europa: una dose “da cavallo” di rialzi dei tassi di interesse che sta mettendo a dura prova l’economia. Tuttavia, le cause che, dopo anni di latitanza, hanno riportato sulla scena occidentale il proverbiale spettro dell’inflazione non appaiono poi così omogenee. A esaminarle attentamente, in uno studio dal titolo dickensiano “Eu, Us, Uk: a tale of three inflations” (“Il racconto di tre inflazioni”), sono i due economisti dello Iep della Bocconi, Daniel Gros e Pietro Galeone.
L’innesco, tra il 2020 e il 2021
Nel dare l’innesco all’inflazione, tra il 2020 e il 2021, si sono rivelate determinanti le pressioni sui prezzi esercitate dalle catene di fornitura globali, dove si sono verificati colli di bottiglia a loro volta collegati a una domanda, durante e soprattutto subito dopo il Covid, più forte delle attese. Oggi la situazione è completamente mutata: è sufficiente dare uno sguardo al “Global suppl…
La cura della malattia dell’inflazione è stata uguale per tutti, dagli Stati Uniti all’Europa: una dose “da cavallo” di rialzi dei tassi di interesse che sta mettendo a dura prova l’economia. Tuttavia, le cause che, dopo anni di latitanza, hanno riportato sulla scena occidentale il proverbiale spettro dell’inflazione non appaiono poi così omogenee. A esaminarle attentamente, in uno studio dal titolo dickensiano “Eu, Us, Uk: a tale of three inflations” (“Il racconto di tre inflazioni”), sono i due economisti dello Iep della Bocconi, Daniel Gros e Pietro Galeone.
L’innesco, tra il 2020 e il 2021
Nel dare l’innesco all’inflazione, tra il 2020 e il 2021, si sono rivelate determinanti le pressioni sui prezzi esercitate dalle catene di fornitura globali, dove si sono verificati colli di bottiglia a loro volta collegati a una domanda, durante e soprattutto subito dopo il Covid, più forte delle attese. Oggi la situazione è completamente mutata: è sufficiente dare uno sguardo al “Global supply-chain pressure index”, che appunto misura le spinte inflazionistiche in arrivo dalle catene globali, per rendersi conto di come dal 2022 la discesa sia stata pressoché costante. Da questo fronte, pressioni sui prezzi non ne arrivano più. È anche per questo che oggi è opinione comune che l’inflazione abbia raggiunto il cosiddetto picco, dopo avere toccato quota 10% nella seconda metà del 2022 negli Stati Uniti, nell’Eurozona e nel Regno Unito.
Soltanto che, al di là delle iniziali spinte dalle catene di valore, i fattori che hanno contribuito a determinare la crescita dei prezzi nelle tre economie sono stati piuttosto diversi. «Nell’area dell’euro – scrivono Gros e Galeone nello studio per lo Iep (Institute for European policymaking) – l’inflazione è stata provocata principalmente dalla crescita dei prezzi dei beni energetici e, successivamente, di quelli alimentari». Al contrario, Oltreoceano e Oltremanica, questi due comparti sono stati meno incisivi.
Il dato di ottobre al microscopio
Le differenze sono evidenti laddove si vada a scomporre l’inflazione dello scorso ottobre, che aveva fatto registrare un incremento annuo del 3,2% negli Stati Uniti e del 2,9% in Eurozona (2,4% in novembre). Negli Usa, osservano Gros e Galeone, la crescita dei prezzi appare «soprattutto guidata dai costi delle case». Invece nell’area dell’euro continua a giocare un ruolo chiave l’energia, che «fornisce una importante spinta al ribasso, in parte controbilanciata dall’alimentare». Ecco perché, soprattutto per l’Europa, è fondamentale che si riesca a scongiurare una nuova impennata delle quotazioni di materie prime come gas e petrolio, fortemente dipendenti dalle vicende geopolitiche.
La composizione dell'inflazione
In ogni caso, secondo i due economisti, tanto negli Stati Uniti quanto da noi «ci sono scarsi segnali di nuove pressioni sull’inflazione». Se poi «i prezzi dell’energia resteranno costanti e quelli del cibo si stabilizzeranno, il tasso di crescita dei prezzi dovrebbe presto tornare all’obiettivo del 2 per cento». Resta il fatto che l’inflazione degli Stati Uniti è qualitativamente diversa dalla nostra. E, probabilmente, oltre all’azione comune sui tassi, richiederà attenzioni diverse per essere tenuta a bada. Perché se è certo che i prezzi al consumo stanno scendendo, la velocità può cambiare a seconda del mix dei fattori che genera i rialzi.
La dinamica del rallentamento
La stessa dinamica di rallentamento – più accentuata delle stime degli esperti – necessita di essere osservata con cautela. In primo luogo va sottolineato come la Cina, da agosto in deflazione, non riesca a trasmettere all’Europa tramite il canale delle esportazioni una spinta al ribasso sui prezzi altrettanto forte di quella al rialzo del 2021. Allora, complici le citate strozzature nelle forniture, da Pechino era arrivato un contributo fino a otto punti percentuali all’aumento dei prezzi all’importazione dall’esterno dell’area dell’euro, come evidenziato dall’ultimo Bollettino economico della Bce. Ora il contagio al contrario c’è, ma risulta più lento.
Inoltre in questa fase di grandissime tensioni, economiche e geopolitiche, guardare a cosa succedeva un anno fa rischia di essere fuorviante. Così, spiegano gli esperti, tenere presente le variazioni tendenziali – il più 2,4% annuale segnato dall’inflazione nell’Eurozona nel mese di novembre – non la racconta tutta, perché nel frattempo il mondo è cambiato e c’è un “effetto trascinamento” nei dati che riflette quello che accade guardando lo specchietto retrovisore, non quello che c’è lungo la strada davanti.
A dicembre shock apparente
Molti si aspettano anzi che proprio il dato di dicembre, con l’inflazione che potrebbe risalire anche fino al 3%, possa indurre una sorta di shock apparente. Effetto parossistico, causato da un confronto inclemente: dodici mesi fa la variazione mensile era stata negativa, meno 0,4%; insomma, i prezzi avevano segnato una battuta d’arresto e quindi fare il confronto con quel singolo dato rischia di falsare la prospettiva della foto.
Visto il contesto, offre più spunti di riflessione il dato congiunturale – la variazione dei prezzi rispetto al mese precedente – anche se vale un po’ la stessa obiezione: una rondine non fa primavera e forse nemmeno un trend chiaro. Meglio allora, suggeriscono alcuni esperti, concentrarsi sulle mini-serie storiche di dati – tre o quattro variazioni congiunturali – e annualizzare l’andamento. Considerata in quest’ottica, l’inflazione europea si dimostra abbastanza fredda; in Italia è al suo secondo mese consecutivo in territorio negativo.