ROMA — «L’Italia abbandona la lotta alla povertà e al lavoro povero. Torna indietro, al giugno del 2018. A quando era l’unico Paese in Europa a non avere una misura di reddito minimo». La riforma Meloni del Reddito di cittadinanza, secondo l’economista Michele Raitano, già membro della commissione sul lavoro povero, «serve per ridurre la platea e fare cassa».
Professore, chi sono gli esclusi?
«La metà dei beneficiari di oggi, lo dice lo studio di Bankitalia e altri studi. Per il 60% sono esclusi in base ai criteri “categoriali” decisi dal governo, per cui tutti coloro che hanno tra 18 e 59 anni sono occupabili. Per il 40% sono tagliate fuori anche famiglie con minori, disabili, over 60».
Eppure sono i più fragili, anche per il governo Meloni.
«L’Adi, l…
ROMA — «L’Italia abbandona la lotta alla povertà e al lavoro povero. Torna indietro, al giugno del 2018. A quando era l’unico Paese in Europa a non avere una misura di reddito minimo». La riforma Meloni del Reddito di cittadinanza, secondo l’economista Michele Raitano, già membro della commissione sul lavoro povero, «serve per ridurre la platea e fare cassa».
Professore, chi sono gli esclusi?
«La metà dei beneficiari di oggi, lo dice lo studio di Bankitalia e altri studi. Per il 60% sono esclusi in base ai criteri “categoriali” decisi dal governo, per cui tutti coloro che hanno tra 18 e 59 anni sono occupabili. Per il 40% sono tagliate fuori anche famiglie con minori, disabili, over 60».
Eppure sono i più fragili, anche per il governo Meloni.
«L’Adi, l’Assegno di inclusione che sostituirà il Reddito, è disegnato in modo da avere un requisito reddituale più basso per chi vive in affitto: da 9.360 euro si scende a 6.000 euro. E poi la scala di equivalenza, quel moltiplicatore che serve a definire come cambiano i bisogni all’aumentare dei componenti della famiglia, è ancora più complessa e penalizzante. Il secondo adulto vale zero, se non ha “carichi di cura”, cioè figli sotto i 3 anni».
Qual è l’impatto di questa stretta?
«Una scala di equivalenza così peggiorata riduce la possibilità di raggiungere i requisiti reddituali per accedere all’Adi, perché ho un divisore più basso. Se invece si entra in Adi, la scala taglia l’importo dell’assegno».
Per il governo i nuovi requisiti servono a distinguere chi può lavorare da chi deve essere assistito.
«Non è così. Alcuni studi preliminari in corso dimostrano che le storie lavorative di chi è escluso dall’Adi e di chi vi è incluso sono simili. Tra gli esclusi poi ci sono molti che lavorano, ma che hanno lavori poveri. La riforma lascia fuori i working poor. E tante famiglie in povertà assoluta: non sono finti poveri».
Si possono fare esempi?
«Una famiglia con un figlio è fuori appena questo diventa maggiorenne. Oppure compie 3 anni e la madre esce dalla scala di equivalenza. Sono fuori le famiglie povere in affitto e di queste moltissime tra gli stranieri».
Ci sono punti positivi?
«La residenza chiesta agli stranieri che scende da 10 a 5 anni, come vuole l’Ue: ma non basta a bilanciare chi esce perché non ha più i requisiti di reddito. C’è poi un coefficiente migliore per i disabili. E una franchigia di 3 mila euro annui di lavoretti compatibili con l’Adi».
Come cambia l’approccio dell’Italia alla povertà?
«Si abbandona la lotta alla povertà e al lavoro povero. Partendo dall’idea che la povertà sia una scelta dettata dal rifiuto di lavorare solo perché hai tra 18 e 59 anni e appartieni alle “categorie” dei senza figli minori, disabili, over 60. Il lavoro povero è un fenomeno endemico in Italia».
Il governo vuole potenziare le politiche attive. Funzionerà?
«Non se si spingono le persone ad accettare un’unica offerta. O peggio le si esclude dai sostegni, abbandonandole a lavori non dignitosi».