Auto elettrica in crescita. Ma la “bolla” è scoppiata. Futuro difficile senza un abbassamento dei prezzi
di Diego LonghinI dati sarebbero anche positivi. Per le performance di vendita delle auto elettriche a livello globale, il 2023 si può definire un buon anno. Le immatricolazioni in Europa sono aumentate del 47% nei primi 9 mesi. Dinamica simile negli Stati Uniti. In Cina la crescita è stata del 20%. Nel mondo, a novembre, le vendite di full electric e di ibride plug-in (le macchine dotate sia di motore termico sia elettrico e con spina per ricaricare la batteria) hanno raggiunto un nuovo record mensile di 1,4 milioni di unità, in aumento rispetto agli 1,1 milioni del novembre 2022.
I rischi del domani
Chi guarda all’oggi è soddisfatto. Ma chi pensa al domani, al medio termine, come analisti ed investitori, si pone qualche dubbio. Tra i dati sembra eme…
I dati sarebbero anche positivi. Per le performance di vendita delle auto elettriche a livello globale, il 2023 si può definire un buon anno. Le immatricolazioni in Europa sono aumentate del 47% nei primi 9 mesi. Dinamica simile negli Stati Uniti. In Cina la crescita è stata del 20%. Nel mondo, a novembre, le vendite di full electric e di ibride plug-in (le macchine dotate sia di motore termico sia elettrico e con spina per ricaricare la batteria) hanno raggiunto un nuovo record mensile di 1,4 milioni di unità, in aumento rispetto agli 1,1 milioni del novembre 2022.
I rischi del domani
Chi guarda all’oggi è soddisfatto. Ma chi pensa al domani, al medio termine, come analisti ed investitori, si pone qualche dubbio. Tra i dati sembra emergere qualche cosa che non va. E serpeggia una domanda: la crescita di una tecnologia presa come punto di riferimento da tutti i grandi produttori, cinesi in prima istanza, potrebbe subire una battuta d’arresto? E come mai la capitalizzazione delle grandi case più attive nel settore green è in calo? È finita la fase “bolla” in cui si scommetteva sulla crescita a grandi cifre o c’è dell’altro?
«Il settore automotive attraversa una fase di forte evoluzione e discontinuità», sottolineano gli analisti di Planifer Investement. E i livelli di capitalizzazione sono diminuiti dal 50 all’87% rispetto ai tempi d’oro. Poi c’è chi in questi anni ha messo in guardia da prendere decisioni definitive. In testa Akio Toyoda, il presidente del consiglio di amministrazione di Toyota, primo produttore al mondo, non ha mai nascosto la sua perplessità sulle auto elettriche. Ha sempre sostenuto che le batterie da sole non fossero la soluzione definitiva per la nuova mobilità. «Non c’è solo l’elettrico, ma ci sono diverse opzioni», ha continuato a dire. Ed esattamente un anno fa spiegava: «Le persone coinvolte nell’industria automobilistica sono oggi in gran parte una maggioranza silenziosa. Ed è questa maggioranza che si sta chiedendo se le vetture elettriche siano davvero l’unica opzione. Finché la risposta giusta non sarà del tutto chiara, di sicuro non dovremmo limitarci a un’opzione soltanto».
Europa, le vendite per tecnologia
La ibrida piace di più
Una linea di pensiero che si traduce anche nelle scelte degli automobilisti che alle elettriche preferiscono le ibride, ma senza la spina. In Italia, dove la quota dell’elettrico oscilla intorno al 4%, il 36% delle vetture immatricolate tra gennaio e ottobre è ibrido, mild o full hybrid, e supera la benzina (28,5%). Nell’Europa allargata la “verde” è al 36,3% e le ibride sono al 26,3%, anche se le elettriche superano il 15% e battono i diesel. Segnali negativi sulla strada dell’elettrico si sono iniziati a percepire con l’autunno. On Semiconductor, che produce chip per le automobili soprattutto elettriche, ha rivisto al ribasso i risultati sul quarto trimestre, cosi come Panasonic, produttore di batterie, che ha tagliato gli obiettivi 2024. Le vendite di veicoli alimentati solo con la spina di Mercedes-Benz e del gruppo Volkswagen sono rallentate, così come Ford e General Motors hanno frenato sugli investimenti nell’elettrico causa una domanda più debole. Non è solo questione di volumi e di numeri, ma di margini e redditività, un mantra ripetuto dai top manager delle case automobilistiche dopo il cambio di pelle dovuto al Covid e alla crisi dei chip.
Il sogno della elettrica low cost
Peccato che la guerra dei prezzi, iniziata prima da Tesla e proseguita dai gruppi cinesi, abbia messo in crisi questa certezza. Non a caso, è già in atto una corsa per arrivare a produrre un’utilitaria elettrica low cost. Tra Volkswagen e Renault, che ha già raggiunto intese con Nissan e Mitsubishi, trattative in corso per sviluppare una macchina a batteria da 20 mila euro. Perché secondo Luca de Meo, ad Renault, «la strada dell’elettrico è presa e non si può tornare indietro». Il gruppo Stellantis, due mesi fa, ha chiuso un accordo con la cinese Leapmotor. Strategie che si traducono in grandi investimenti con ritorni ancora incerti sul fronte vendite. Se i paletti posti dall’Europa sullo stop ai motori termici, fissato nel 2035, dovessero cambiare con il nuovo Parlamento? Le Case sono pronte a rivedere i piani o, come dice l’ad di Stellantis, Carlos Tavares, ad «attuare piani contingenti».
I dati in Borsa
Tutto questo si legge anche nei dati finanziari. A cominciare dai valori di Borsa. Per i tre produttori di veicoli elettrici più redditizi, Tesla, Byd e Li Auto, la capitalizzazione è scesa a 900 miliardi di dollari da 1.400. Solo quella di Tesla è passata da 1.200 miliardi a circa 770 miliardi. E per i marchi “tradizionali”? General Motors, Ford, Stellantis e Volkswagen hanno messo a punto piani e investimenti corposi per la transizione, ma la loro capitalizzazione combinata è passata da un picco di 425 miliardi di dollari a 220, con un calo di quasi il 50%. «Se da un lato è indubbio che la domanda di automobili sia destinata a permanere - anche se potrebbe assumere una diversa forma - le prospettive dei principali player, in particolare europei, appaiono incerte alla luce delle grandi sfide che stanno affrontando», aggiungono gli analisti di Planifer. Insomma, le incognite non mancano, tanto che considerano «l’investimento nel segmento azionario a nostro avviso troppo imprevedibile», mentre «dall’analisi della struttura di capitale dei principali player emergono, invece, possibili opportunità sul fronte obbligazionario». Perché continuare a investire sarà indubbiamente necessario: la corsa rallenta ma non si fermerà.