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Le grandi università Usa in crisi di leadership

Le risposte incerte e reticenti delle tre presidenti di Harvard, Mit e UPenn sulle manifestazioni anti-ebraiche
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Le torri d’avorio della cultura americana si sono improvvisamente fatte di latta. È ormai chiaro che le grandi università, ricchissime materialmente e poverissime intellettualmente, almeno nella loro leadership, soffrono di una drammatica inversione delle parti. In molti casi è improvvisata, in altri si nota l’ignoranza crassa degli studenti. Per entrambi resta, palese, un ineffabile complesso di superiorità. Gli studenti per essere stati scelti fra i migliori, la leadership, perché troppo sicura, anche grazie a una straordinaria indipendenza economica. In effetti,queste università sono dotate di patrimoni che hanno dell’incredibile e che forse hanno dato un po’ alla testa.

I tesoretti universitari

Harvard ha una dotazione di oltre 51 miliardi di dollari, il MIT di 2…

Le torri d’avorio della cultura americana si sono improvvisamente fatte di latta. È ormai chiaro che le grandi università, ricchissime materialmente e poverissime intellettualmente, almeno nella loro leadership, soffrono di una drammatica inversione delle parti. In molti casi è improvvisata, in altri si nota l’ignoranza crassa degli studenti. Per entrambi resta, palese, un ineffabile complesso di superiorità. Gli studenti per essere stati scelti fra i migliori, la leadership, perché troppo sicura, anche grazie a una straordinaria indipendenza economica. In effetti,queste università sono dotate di patrimoni che hanno dell’incredibile e che forse hanno dato un po’ alla testa.

I tesoretti universitari

Harvard ha una dotazione di oltre 51 miliardi di dollari, il MIT di 25, la University of Pennsylvania di 24. Cento miliardi in tre. Complessivamente le prime 15 università americana hanno un patrimonio autonomo ed esentasse di circa 300 miliardi, oltre 100 in più dell’ammontare stanziato dall’Europa per l’Italia con il Pnrr. Fondi irraggiungibili, che garantiscono autonomia ma, com’è emerso ora con chiarezza, generano arroganza da eccessivo benessere, distacco intellettuale e soprattutto distacco da una prospettiva congrua di quel che accade nel mondo reale. Così queste potentissime università private soffrono per l’inadeguatezza della loro stessa leadership e diventano vittime collaterali dell’orrendo attacco di Hamas del 7 ottobre scorso.

Tutto è nato da lì. Il dopo lo conosciamo. La risposta cruenta e secondo molti eccessiva da parte di Israele; le dimostrazioni contro gli ebrei nei campus americani, con toni che non si sentivano dai tempi del nazismo; gli scontri fra le università e i grandi donatori che reclamano il diritto di tracciare una linea di demarcazione fra gli eccessi della correttezza politica e della woke e cancel culture. E quando gli studenti in molte università americane hanno chiesto il genocidio degli ebrei, quella linea è stata superata.

Le donne ai vertici

Per capirlo non occorrono molte lauree. Ma le università hanno sorvolato. Ed ecco l’intervento del Congresso. Chiamate a testimoniare in Parlamento sono state tre donne, tre donne che superando ogni miopia del gender gap erano arrivate ai vertici della loro carriera, Liz Magill Presidente della University of Pennsylvania, Claudine Gay di Harvard e Sally Kornbluth del MIT. Di fronte a domande precise, nessuna di loro ha avuto il coraggio di ammettere che quella linea è stata varcata. Durante l’audizione, Elise Stefanik, deputata repubblicana, ha inchiodato le tre presidenti con una domanda chiave: «Non è forse una violazione dei codici di condotta dell’Università invocare il genocidio degli ebrei?». Solo risposte vaghe. Intuitivamente ciascuno di noi immagina la risposta: è orrendo invocare il genocidio degli ebrei come lo sarebbe se si parlasse in toni analoghi di neri o gay. Ma le tre donne che guidano le grandi università hanno nicchiato: «Dipende», ha detto una. «Il contesto è importante», un’altra. Non hanno voluto correre il rischio di sembrare inadeguate davanti all’insegnamento del primo emendamento della Costituzione che protegge le libertà di espressione e che distingue tra l’“espressione” e l’“azione”.

Tra crisi e ipocrisia

Che le leader di tali università si perdessero nel classico bicchier d’acqua e con tale irresponsabilità ha dell’incredibile. Atenei leggendari, illuminati dove si formano le classi dirigenti del futuro, sono pervasi da una crisi di ipocrisia e discriminazioni che hanno colto di sorpresa il Paese. E la combinazione dello straordinario potere che deriva da tanta ricchezza, con la percezione di una disorganizzazione strutturale, ha generato un dibattito sul futuro di queste università: non sarebbero forse in mani migliori se fossero guidate da un manager distaccato, abituato a comandare, a organizzare, piuttosto che da un accademico travolto da motivazioni ideologiche o intellettuali tarate da due pesi e due misure?

Per Niall Ferguson, che ha ripreso il filosofo francese Julien Benda, critico del fascismo nel 1927, si tratta del «tradimento degli intellettuali». L’ipocrisia poi è chiarissima: dopo aver ostracizzato e punito termini molto più morbidi usati nei confronti di altre minoranze, queste stesse università tollerano che si invochi il genocidio degli ebrei. L’ironia in tutto ciò? Sia Harvard che U-Penn sono nelle ultime posizioni nella graduatoria per la libera espressione nelle università compilata dalla Fondazione per i Diritti individuali e di espressione. Harley Lippman, consigliere sia di Columbia University che di Yale, ha osservato che le presidenti oggetto di inchiesta sono «molto qualificate nel mondo accademico, ma non lo sono per una leadership universitaria».

La settimana scorsa, la Magill di U-Penn ha dato finalmente le dimissioni, ma le altre due sono state protette dai rispettivi consigli e resistono. Per questo Stefanik è tornata all’attacco: «One down two to go – ha detto – Harvard e Mit faranno bene a rimuoverle perché il mondo guarda e il Congresso aprirà un’inchiesta amministrative sul corpo accademico e sulla leadership e governance di queste università». Laurence Tribe, uno dei più autorevoli costituzionalisti americani a Harvard ha aggiunto: «Non sono un tifoso della Stefanik, ma in questo caso devo darle ragione». E arriviamo al colmo, al paradosso, all’ignoranza di quegli stessi studenti che invocano il genocidio senza sapere cos’è accaduto agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. O che invocano una intifada mondiale senza sapere che cos’è stato l’Isis perché sono troppo giovani. Invocano anche lo slogan “From the river to the sea Palestine shall be Free” (dal fiume Giordano al Mediterraneo la Palestina sarà libera). Uno slogan che, in sintonia con l’appello per il genocidio ebraico, chiede l’eliminazione fisica di tutti gli israeliani. Ma quando è stato chiesto loro in un questionario di quale fiume e quale mare si parlasse, uno ha risposto «dal Rio delle Amazzoni al mar dei Caraibi» un altro, dimostrando di non avere alcuna congnizione della storia o della geografia, ci ha pensato un attimo e ha detto: «Dal Nilo al Mar Nero».

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