Per la nuova Tim senza rete rimane il nodo Vivendi
di Giovanni PonsCome sarà la Tim senza la rete primaria e secondaria? Riuscirà a sostenersi sul mercato e a essere appetibile per gli investitori con le tre gambe che le rimarranno, cioè la telefonia consumer, il business dei servizi tlc alle imprese e la controllata Tim Brazil? Lo si vedrà dalle quotazioni del titolo dei prossimi mesi che al momento sono ancora influenzate dalle possibili mosse del primo azionista Vivendi (23,75%): venerdì la quotazione è salita del 2,5% alla notizia che i francesi hanno depositato in Tribunale un ricorso, senza chiedere un provvedimento d’urgenza, per impugnare le delibere del cda Tim che hanno portato alla vendita della rete senza passare per l’assemblea. Un passaggio contestato ma supportato da ben cinque pareri legali e dunque sarà da vedere come evolverà questa nuova battaglia innescata dai francesi, contrari alla vendita della rete non dal punto di vista strategico ma per motivazioni riguardanti il prezzo.
L’operazione procede
Il contratto di vendita è stato …
Come sarà la Tim senza la rete primaria e secondaria? Riuscirà a sostenersi sul mercato e a essere appetibile per gli investitori con le tre gambe che le rimarranno, cioè la telefonia consumer, il business dei servizi tlc alle imprese e la controllata Tim Brazil? Lo si vedrà dalle quotazioni del titolo dei prossimi mesi che al momento sono ancora influenzate dalle possibili mosse del primo azionista Vivendi (23,75%): venerdì la quotazione è salita del 2,5% alla notizia che i francesi hanno depositato in Tribunale un ricorso, senza chiedere un provvedimento d’urgenza, per impugnare le delibere del cda Tim che hanno portato alla vendita della rete senza passare per l’assemblea. Un passaggio contestato ma supportato da ben cinque pareri legali e dunque sarà da vedere come evolverà questa nuova battaglia innescata dai francesi, contrari alla vendita della rete non dal punto di vista strategico ma per motivazioni riguardanti il prezzo.
L’operazione procede
Il contratto di vendita è stato firmato a inizio novembre e ora la società sta procedendo alla definizione del ramo d’azienda che verrà ceduto facendolo confluire dentro Fibercop, la società che già possiede la rete secondaria e che è partecipata dal fondo Kkr al 37,5%. Poi sarà da definire il Msa, cioé il contratto quindicennale con cui Tim affitterà la rete ormai staccata dal gruppo. Un passaggio delicato perché tutto ciò che riguarda il mercato regolato dovrà essere approvato dall’AgCom secondo il modello equivalence of input e output. Questo processo prevede di arrivare al closing dell’operazione entro l’estate, cioé al pagamento a Tim del corrispettivo di 18,8 miliardi (parte cash e parte sgravio di debiti). Sembra difficile, giunti a questo punto, che la causa legale possa interrompere questo percorso anche se è possibile che il passaggio di proprietà avvenga senza conoscere l’esito delle cause. Di certo non mancherà il lavoro per gli avvocati.
L’altra possibilità è che Vivendi utilizzi la minaccia legale per incardinare una trattativa per la sua uscita da Tim che però dovrebbe prevedere un forte recupero dell’investimento effettuato finora. Su 4 miliardi di euro investiti la minusvalenza ammonta a quasi 3 miliardi e il gruppo guidato da Yannick Bolloré vorrebbe riportarne a casa almeno una parte. Ma non è facile trovare oggi un compratore a premio per quel 23,75%, vorrebbe dire incorporare una crescita del valore titolo dai 0,28 euro di oggi fino a quello 0,5 euro dell’Opa di Kkr di due anni fa, che proprio i francesi avevano rifiutato.
Il coinvolgimento del governo
Se vi sarà una qualche trattativa questa potrebbe coinvolgere anche il governo in carica, dal momento che il Mef (Ministero economia e finanze) ha deciso di partecipare direttamente all’operazione di acquisizione della rete ponendosi al fianco del fondo Kkr. Una volta effettuato il closing, infatti, il Mef potrà rilevare una quota tra il 15 e il 20% della scatola finanziaria che effettuerà l’operazione di acquisto e alla compagine potrebbe aggiungersi anche il fondo F2i (in cui è presente anche la Cdp) con una partecipazione intorno al 10%. In questo modo verrà a crearsi un nocciolo duro del 30-35%, in gran parte pubblico, che parteciperà alla trasformazione della rete da rame a fibra ottica e che controllerà l’asset strategico per il paese anche dopo che il fondo Kkr sarà uscito monetizzando l’eventuale plusvalenza sull’investimento.
Esponenti di Vivendi e del Mef si sono già incontrati a settembre per cercare di spianare la strada a un via libera dei francesi alla vendita della rete. Per il momento la strada giusta non è stata trovata ma non è detto che si possa tornare sull’argomento. Vivendi negli anni scorsi ha investito in Italia non solo in Tim ma anche in Mediaset, nel cui capitale ha ancora una partecipazione del 22%. La famiglia Berlusconi controlla il gruppo televisivo con una quota superiore al 50% e non pare interessata a vendere, dunque anche su questo fronte la strada è in salita. Tuttavia potrebbero saltar fuori altri tavoli italiani a cui Vivendi potrebbe essere interessata a cui il governo italiano potrebbe dare via libera pur di risolvere definitivamente la partita Tim.
Il rinnovo del consiglio
L’ultimo elemento che potrebbe influenzare il completamento dell’operazione rete è il rinnovo del consiglio di Tim previsto per fine aprile. È già stato annunciato che da gennaio cominceranno i lavori per la presentazione di una lista del cda, come è già successo tre anni fa. Il presidente Salvatore Rossi non si ricandiderà mentre l’ad Pietro Labriola si è detto disponibile a un nuovo mandato, in coerenza con quanto fatto e detto sinora. Vivendi difficilmente presenterà una lista di maggioranza, in quanto in caso di vittoria la costringerebbe a consolidare una partecipazione che al momento è classificata come finanziaria e passibile di vendita. Ciò che potrebbero fare i francesi è votare una lista alternativa a quella del cda se qualcuno la presentasse.
Nelle settimane scorse un gruppo di investitori di Tim era uscito allo scoperto con l’idea di un piano alternativo alla vendita tout court della rete. Se questi o altri investitori torneranno alla carica presentando una lista di maggioranza e fossero supportati da Vivendi potrebbero insidiare il successo della lista del cda. Ma tornare indietro dalla vendita della rete a poche settimane dalla chiusura definitiva potrebbe essere molto difficile anche se le penali previste non sembra siano di grande entità.