TORINO - "Chiudere Taranto sarebbe un problema per tutto il comparto. Si deve evitare”. Parola di Giuseppe Pasini, presidente di Feralpi e uno dei big dell’acciaio italiano.
Pasini, nel 1992 la Feralpi ha salvato un'acciaieria in Sassonia nella Germania dell'Est destinata alla chiusura. Siamo nel 2023 in Italia, l'ex Ilva si può salvare?
“Nel ’92 non abbiamo “salvato da soli” un’acciaieria dalla chiusura, ma siamo intervenuti in un contesto che vedeva la Sassonia intenta a dare continuità alla tradizione siderurgica. Dal lato nostro, abbiamo realizzato un’azienda con i criteri più moderni, arrivando a produrre più di 1 milione di tonnellate di acciaio ogni anno. Se siamo riusciti in questo è perché li abbiamo trovato un contesto favorevole. Se vogliamo fare un confronto con Taranto, forse, non ci sono le stesse condizioni di contesto. Ed è difficile capire cosa si farà perché sembra che gli stessi attori che la gestiscono ancora non abbiamo chiarezza sul suo futuro”.
Cosa deve fare il governo?
“Sicuramente oggi chiudere un’azienda come Taranto sarebbe un problema per tutto il comparto. Bisogna quindi evitarlo. Taranto rappresenta una produzione importante che in Italia ci deve essere. Come produttori e trasformatori di acciaio siamo il secondo Paese in Europa. La produzione di Taranto è importante per tutta la filiera della trasformazione, tant’è che noi siamo importatori netti di coils. E abbiamo anche uno dei più grandi leader in Europa nel settore dei coils che è il gruppo Marcegaglia. L’auspicio è che si continui a fare a Taranto l’acciaio, in maniera moderna e sostenibile, coinvolgendo le parti sociali, con cui, mi è sembrato di capire, c’è sempre stata contrapposizione”.
È immaginabile una cordata italiana che possa rilevare Acciaierie d’Italia?
“Non lo escluso, potrebbe essere, ma noi come Feralpi stiamo guardando ad altre sfide. Taranto è una partita che non prendiamo in considerazione perché operiamo in un altro business, siamo specializzati negli acciai per l’edilizia e, in parte minore, per la meccanica. E ci vogliamo focalizzare su questi segmenti, osservando come si sta muovendo la siderurgia in Europa per valutare nuove opportunità”
Gli ultimi due anni sono stati eccezionali per il settore, il 2023 come si chiude?
“Veniamo da due anni molto brillanti. Il 2022 è stato eccezionale, forse irripetibile. La previsione ad inizio 2023 era di vedere un anno non certo sugli stessi livelli dei precedenti, ma migliore rispetto a come in realtà si sta chiudendo. Un anno, quindi, al di sotto delle previsioni a causa dei prezzi, scesi moltissimo, e della situazione geopolitica, tra la guerra nel cuore dell’Europa e il nuovo fronte mediorientale, che crea sfiducia. Non dimentichiamo la crescita dei tassi di interesse e una Germania che con un Pil negativo ha trainato al ribasso le altre economie europee. La siderurgia è la colonna vertebrale del manifatturiero. Siamo convinti che il governo tedesco metterà in atto misure per far ripartire l’economia in Germania, in vista anche del voto per le elezioni europee. La situazione dovrebbe migliorare tra la fine del 2024, quando potrebbero scendere i tassi di interesse e l’inflazione essere sotto controllo, e l’inizio del 2025”.
Il caro energia è ancora un problema?
“Non siamo più in una situazione emergenziale, ma siamo ancora sotto scacco con una tariffa elettrica molto più alta rispetto ai competitor europei. E questo è un danno per tutto il sistema manifatturiero. La siderurgia vive di energia elettrica, è una delle materie prime. Ci aspettiamo che il nostro governo faccia qualche cosa”.
Che interventi vi aspettate?
“Un contenimento delle tariffe elettriche. Anche dall’Europa ci attendiamo maggior pragmatismo. Siamo orfani di un piano energetico europeo e la responsabilità è di Bruxelles. Lo scorso anno c’era la necessità di staccarsi dalla dipendenza della Russia, ma poco o nulla è stato fatto per portare avanti una politica comunitaria. La strada è duplice: portare avanti un nuovo nucleare sostenibile e incentivare le rinnovabili, dal solare all’eolico. Se vogliamo ancora che l’Europa viva di manifatturiero dobbiamo dargli un costo dell’energia al pari di Stati Uniti e Cina. Mi auguro che con le elezioni del 2024 qualche cosa cambi”.
E dal governo italiano…
“Lavorando noi molto nell’edilizia, ci aspettiamo che il Pnrr venga messo a terra. È una grandissima occasione, una sorta di “piano Marshall due”. Il governo Meloni non deve sbagliare: è un’occasione troppo ghiotta per far sì che le infrastrutture si rinnovino andando incontro alle sfide della sostenibilità. La siderurgia italiana è già, comunque, la più sostenibile in Europa, oltre l’80% dell’acciaio viene prodotto dalla siderurgia elettrica, recuperando e fondendo i rottami ferrosi, mentre la media europea è di circa il 60% di produzione altoforno e solo 40% da forno elettrico, che ha impatti di gran lunga minori. In Italia, il sistema privato delle acciaierie sta investendo in impianti, digitalizzazione, sostenibilità ed energie rinnovabili. La siderurgia italiana non dorme. Per questo è un peccato assistere alle vicende delle Acciaierie d’Italia”.
Feralpi quando andrà in Borsa?
“Noi ci stiamo preparando, siamo convinti della Borsa, ma dobbiamo trovare il momento giusto per quotarci”.
Sarà nel 2024?
“Non credo che sarà un anno brillantissimo e non credo sarà quello giusto. Per la quotazione ci devono essere le condizioni di mercato e finanziarie favorevoli”.