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Una zavorra da 15 miliardi all’anno. Le nuove regole congelano la spesa

(ansa)
Deficit intoccabile: dal 2025 tagli o nuove tasse per confermare la riduzione del cuneo
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ROMA - Le elezioni europee sono al sicuro: l’obbligo di una manovra correttiva non sarà un tema di dibattito. Almeno a questo risultato Giorgia Meloni può aggrapparsi quando sulle agenzie di stampa rimbalzano i primi numeri del nuovo Patto di stabilità.

Ma scavallata l’estate, inizieranno i dolori. Dovrà pensare alla legge di bilancio per il 2025 e questa volta l’asticella del deficit dovrà restare ferma. Non potrà alzarla, come ha fatto due mesi fa, quando è stata portata al 4,3% per finanziare la manovra che sarà approvata il 29 dicembre in via definitiva dalla Camera. Quest’anno l’Europa ha detto sì, ma le nuove regole fiscali impediranno di ripetere…

ROMA - Le elezioni europee sono al sicuro: l’obbligo di una manovra correttiva non sarà un tema di dibattito. Almeno a questo risultato Giorgia Meloni può aggrapparsi quando sulle agenzie di stampa rimbalzano i primi numeri del nuovo Patto di stabilità.

Ma scavallata l’estate, inizieranno i dolori. Dovrà pensare alla legge di bilancio per il 2025 e questa volta l’asticella del deficit dovrà restare ferma. Non potrà alzarla, come ha fatto due mesi fa, quando è stata portata al 4,3% per finanziare la manovra che sarà approvata il 29 dicembre in via definitiva dalla Camera. Quest’anno l’Europa ha detto sì, ma le nuove regole fiscali impediranno di ripetere l’azzardo.

Innanzitutto l’Italia andrà incontro a una procedura d’infrazione perché la regola del tetto al 3% del rapporto deficit/Pil è rimasta intatta nel passaggio dal vecchio al nuovo Patto.

Il 3% è un miraggio per Roma: il mancato rispetto di questo parametro sbarrerà la strada al ricorso all’extradeficit. Che sarà anche interdetto dalla necessità di onorare la correzione dello 0,5% del deficit strutturale. La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, approvata ad ottobre, aveva annusato l’aria. E la correzione dello 0,5%, che si appresta a diventare una regola del nuovo Patto, era stata già messa nero su bianco dal governo.

Basta scorrere i numeri. Dal 5,9% del 2023 si passerà al 4,8% nel 2024, per poi scendere di un ulteriore 0,5% nel 2025. Ancora un taglio, dal 4,3% al 3,5%, l’anno successivo.

"Dai numeri che emergono dall’Ecofin - spiega Fedele de Novellis, partner di Ref Ricerche - l’Italia è chiamata a confermare il percorso indicato nella Nadef, dove la variazione del deficit strutturale non è molto distante dallo 0,5% indicato nel nuovo Patto: l’impegno potrebbe anche essere leggermente più leggero per alcune deroghe concesse, in particolare per gli investimenti del Pnrr”.

Fin qui tutto bene se non fosse che la prossima manovra, senza il salvagente del deficit, non potrà garantire la conferma del taglio del cuneo fiscale e dell’Irpef per i redditi medio-bassi nel 2025, che al momento è coperta solo per il 2024.

Un bel guaio per la premier che si era impegnata addirittura a rendere strutturale l’aumento in busta paga. E invece il prossimo autunno dovrà andare a caccia di 15 miliardi se non vorrà ingranare la retromarcia.

Un contraccolpo enorme perché l’intervento sulle tasse ha rappresentato, fino ad oggi, l’unico intervento identitario della destra, tra l’altro passando per un impegno imbastito dal governo guidato da Mario Draghi. Ma la missione è complessa, per non dire impossibile.

Dove si trovano 15 miliardi? Le strade sono due, entrambe ad alta tensione. La prima: aumentare altre tasse per recuperare risorse fresche. Un gioco delle tre carte, insomma.

La seconda opzione è altrettanto impervia: prendere in mano le forbici e tagliare la spesa pubblica. Ma la potatura tocca nervi sensibili. Già si fa fatica a tagliare qualche detrazione per finanziare la riforma fiscale. Pensare di recuperare 15 miliardi o quanto meno una parte è di fatto un’illusione. Eccolo il conto del nuovo Patto.

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