Delitto senza castigo
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Andrea Greco e Antonio Fraschilla. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi VisualI 20 miliardi persi
Anche Profumo e Viola assolti, dopo Vigni e Mussari
Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ai vertici di Mps nel triennio 2012-15, non sono colpevoli di falso in bilancio e aggiotaggio, perché per la corte d’appello di Milano “il fatto non sussiste”. È la formula più ampia, che nega il presupposto storico dell’accusa. Nega che le operazioni strutturate “Alexandria” e “Santorini” fossero derivati, derubricandoli a “pronti contro termine” su Btp del Tesoro. La (ex) terza banca italiana lo afferma dal 2013, sebbene le stesse Deutsche Bank e Nomura, le controparti di quelle operazioni spericolate, le abbiano sempre considerate derivati come fan tutti nella prassi internazionale. Perfino i due imputati, nel processo di primo grado che li condannò a sei anni, hanno incardinato una tesi difensiva centrata sulla natura di derivati dei due veicoli finanziari.
Mps, il momento dell'assoluzione di Profumo e Viola
Sembra una disput…
I 20 miliardi persi
Anche Profumo e Viola assolti, dopo Vigni e Mussari
Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ai vertici di Mps nel triennio 2012-15, non sono colpevoli di falso in bilancio e aggiotaggio, perché per la corte d’appello di Milano “il fatto non sussiste”. È la formula più ampia, che nega il presupposto storico dell’accusa. Nega che le operazioni strutturate “Alexandria” e “Santorini” fossero derivati, derubricandoli a “pronti contro termine” su Btp del Tesoro. La (ex) terza banca italiana lo afferma dal 2013, sebbene le stesse Deutsche Bank e Nomura, le controparti di quelle operazioni spericolate, le abbiano sempre considerate derivati come fan tutti nella prassi internazionale. Perfino i due imputati, nel processo di primo grado che li condannò a sei anni, hanno incardinato una tesi difensiva centrata sulla natura di derivati dei due veicoli finanziari.
Mps, il momento dell'assoluzione di Profumo e Viola
Sembra una disputa tra nominalisti medievali, ma ci sono effetti di sostanza, perché trattare i due strumenti come “derivati” facilita l’imputazione per falso in bilancio. La rettifica che li ha rinominati nel bilancio da pronti contro termine a derivati è arrivata solo nel 2015 i bilanci, il che ha portato gli inquirenti a trascinare in un processo lungo 10 anni sia i predecessori Giuseppe Mussari e Antonio Vigni (e le controparti Nomura e Deutsche Bank) che Viola e Profumo - i due banchieri “nazionali” chiamati da Milano a sistemare i pasticci dei beniamini “locali”. Un canyon giudiziario in cui la magistratura ha dispiegato ogni mezzo possibile, in una ridda di magistrati, inquirenti, procure, perizie, spesso in contrasto fra loro. Un gran polverone, che ora assolve tutti, ma non lascia una verità lineare sullo sprofondo Mps, costato oltre 20 miliardi: e più di un terzo sono dei contribuenti.
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Nemmeno la morte per suicidio del povero David Rossi, unica vittima di questi delitti senza castigo, è una verità accettata, con gli eredi pronti a una nuova causa civile. Eppure, se non di colpevolezza, di responsabilità ce ne sono a iosa (quelle dei magistrati seguono quelle dei banchieri, degli azionisti “politici” imperniati sulle anime rivali del Pd, dei controlli inefficaci e burocratici di Consob e Bankitalia). E tante che hanno quasi fatto sparire la banca più antica del mondo. Oggi Mps può dire di essersi salvata, grazie ai tagli di personale e al rialzo dei tassi: ma sembra avere rotto per sempre il legame con Siena, mentre si avvicina a un destino ancora incerto, tra finire in pasto al “terzo polo italiano” e navigare in solitaria, senza più il timone del Tesoro.
Il vaso di Pandora giudiziario 2013-2023
Come le pressioni di vigilanza e le faide tra magistrati producono un vortice di inchieste che destabilizza Mps
Intanto, bisogna distinguere la verità giudiziaria dalla verità e basta. La prima si produce in tribunale, provando le colpe e il dolo degli attori che producono effetti penali, o civili. La seconda appartiene alla storia, ricerca i fatti e li concatena. Mettere tutto sullo stesso piano, per decretare ora che sono tutti “non colpevoli”, e i fatti “non sussistono” perché lo dice qualche giudice, sarebbe un grossolano errore. Come dice Roberto Barzanti, sindaco di Siena della sinistra negli anni ’70, “bisogna distinguere i due ambiti, quello giurisdizionale, che indaga i reati, e quello operativo e politico, per rintracciare le responsabilità. Se dai processi non sono emersi colpevoli, pur se alcune condotte sono parse al limite, è altresì evidente che tanti banchieri hanno compiuto errori dalle nefaste conseguenze: oltre al fatto che la politica e le istituzioni, chiamate a indirizzare e a vigilare, hanno mancato gli obiettivi”. Mancato, quando non contribuito attivamente allo sfascio di un tesoro finanziario e culturale immenso. Non fare questa premessa sarebbe uno sfregio per quello che c’era e non c’è più. Andatelo a dire alla famiglia di David Rossi, che non è successo niente: o a decine di migliaia di altre famiglie che hanno perso 25 miliardi di euro investiti in azioni Mps.
Partiamo quindi dalla sentenza dell’11 dicembre, che i giudici di Milano motiveranno tra due mesi a favore di Profumo e Viola. I due banchieri, chiamati nel 2012 a Siena dalle supreme autorità (politiche, il Pd che trainava il governo, e bancarie, la vigilanza), furono poi accusati, e nel 2020 condannati, di aver rappresentato erroneamente operazioni di finanza strutturata accese dai predecessori Giuseppe Mussari e Antonio Vigni anni prima, per celare perdite del bilancio 2008, tenerlo in utile e così pagare magre cedole agli azionisti. In cambio di questo disturbo Nomura e Deutsche Bank, banche d’affari controparti di “Alexandria” e “Santorini” (i nomi esotici dei due veicoli) riscossero per anni gli interessi su circa 7 miliardi di euro di Btp, lasciando al Monte le briciole, e le scosse che il rischio Italia produceva in questo turbine contabile. Si racconta che Alexandria e Santorini fossero nell’elenco delle operazioni che nella primavera 2012 i pm di Siena chiesero ai manager senesi di spiegare; e che a ciò li inducesse una segnalazione della Banca d’Italia, dopo una delle sue ispezioni chiusa con l’invio delle carte alla locale procura. Si tratta di un regolare snodo del dialogo tra la vigilanza bancaria e l’autorità inquirente, ma, col senno del poi, sembra un gettare la spugna, perché fino ad allora Bankitalia e Consob avevano quasi dettato la linea da tenere al Monte sui dossier di crescita più delicati, come l’acquisto di Antonveneta e le emissioni di bond Fresh e Casaforte per finanziarla. Lo stesso Ignazio Visco, due mesi fa, ripercorrendo i 12 anni al vertice di Bankitalia, ha posto la questione: “A un certo punto su Mps andrà fatta una riflessione, su che cosa ha determinato, come ci siamo comportati”.
In quella primavera 2012 gli spread si allargano e la crisi sovrana scuote l’Europa. La banca, già provata dall’acquisizione di Antonveneta a 9 miliardi in contanti più 8 di debiti, sbanda, e fatica a raccogliere la liquidità che serve a erogare i crediti. Il 12 giugno chiede aiuto allo Stato, che provvederà con i Monti bond prestando 4 miliardi. Tutti gli stakeholder senesi subiscono forti tensioni. I magistrati di Siena, dopo le segnalazioni della vigilanza, delegano al Nucleo valutario della Gdf indagini a tappeto. Corrono ipotesi di ogni tipo: tangenti miliardarie al Pd per favorire l’acquisto di Antonveneta, fondi neri dello Ior e conti segreti, leggende di festini “nelle ville tra l’Aretino e il mare”, una “banda del 5%” che fa le creste sulle operazioni assegnate all’esterno, con capo il manager Gianluca Baldassarri (incarcerato, poi condannato, infine assolto perché “il fatto non sussiste”), un “gruppo della Birreria” che tresca con gli immobili Mps, il falso in atto pubblico dei vertici Mps per la privatizzazione dell’aeroporto di Ampugnano…un vaso di Pandora giudiziario scoperchiato in quei mesi, che ha spesso preannunciato bombe, scoppiate poi come petardi bagnati. L’acme è nel gennaio 2013, quando Tito Salerno, procuratore di Siena, parla alla stampa: “Non posso dirvi nulla, la situazione è esplosiva e incandescente, stiamo parlano del terzo gruppo bancario italiano”. Dapprima le piste degli inquirenti convergono sull’acquisizione di Antonveneta, il suo finanziamento e le modalità per abbellire i bilanci. E mentre si fanno ipotesi di ogni tipo fanno da parafulmine i vertici della banca - su cui esplode la rabbia della piazza - e gli amministratori locali, quasi sempre del Pd, partito che paga un prezzo amaro al caso Mps, tra le cause delle due sconfitte politiche nazionali alle elezioni 2013 e 2018.
Mps, fra i vicoli di Siena domina l'incertezza: "Il regime bancocratico è finito. E ora?"
Anche senza condannare nessuno, le inchieste hanno inserito la banca in un decennio di instabilità permanente, in cui uffici legali, aule forensi e processi di piazza, in un’estrema politicizzazione del dossier, prendono le energie migliori dei manager, più intenti a difendersi o ad accusare che a risanare. La vigilanza bancaria, nel trasloco da Roma a Francoforte, si trasforma dal 2014 in un vendicatore di presunti torti od omissioni (come dimenticare il test di presa in carico della Bce, che nell’ottobre 2014 in una riga di penna impone di classificare oltre un terzo di tutti crediti Mps in “deteriorati”?). Dopo oltre un anno interviene la procura di Milano, aprendo inchieste sulle materie di competenza, come l’aggiotaggio che viene perseguito dai pm milanesi perché la società è quotata in Borsa. Ma ciò, oltre a far entrare in campo i magistrati più esperti, produce anche frizioni tra procure, e le pubbliche accuse e i giudici. Il nuovo management – Viola e Profumo – corregge per due volte i bilanci, nel febbraio 2013 e dicembre 2015, su pressione delle autorità inquirenti e vigilanti. Qui la disputa diventa stabilire se Alexandria e Santorini, siano da iscrivere come “pronti contro termine” di Btp oppure “derivati”. La seconda modalità, che è prassi all’estero, agevolerebbe l’imputazione di Nomura e Deutsche Bank da parte dei pm, che hanno con loro conti in sospeso dall’inchiesta sui derivati del Comune di Milano (anch’essa chiusa con assoluzioni dopo prime condanne). Lo stesso filone peraltro induce Viola e Profumo a rompere la logica di protezione, quella del cane non mangia cane, che nel 2013 li vede accusare i predecessori per avere contabilizzato come pronti contro termine i due veicoli. Un’altra crepa, in cui si butteranno a pesce migliaia di parti civili, che dopo avere contestato la veridicità di bilanci e prospetti informativi sono arrivate a chiedere, nei processi e stragiudizialmente, 10 miliardi di euro di danni a Mps. E qui va menzionato Giuseppe Bivona, ex banchiere d’affari, mago dei derivati e grande accusatore sul dossier, in proprio o per conto di investitori. Bivona per anni ha fornito spunti ai colpevolisti ad authority, politica e inquirenti, spesso ascoltato.
Che fine hanno fatto gli imputati
Gli “innocenti responsabili” Mussari, Vigni, Profumo, Viola: carriere finite, ecco come vivono.
Indagini, sospetti, condanne, assoluzioni. Un vortice maligno che, tra l’altro, stronca la carriera di decine di banchieri Mps. Tutti ex banchieri ormai: per le ricadute reputazionali, e perché le norme bancarie sono piuttosto severe, una sentenza di primo grado può far perdere i requisiti di onorabilità. Quasi tutti sono entrati in un cono d’ombra e vi rimangono, tra damnatio memoriae e rabbiosi rimpianti. Chi è messo peggio pare Antonio Vigni, dg Mps negli anni del dissesto. Uomo la cui mitezza, quasi remissività, si specchia nell’ego magno di Giuseppe Mussari, suo presidente che decide ogni strategia da Antonveneta in poi. Si racconta che viva ritirato, nella tenuta di Castelnuovo Berardenga, dove rimugina e si dedica alla terra. La casa di Siena, non ce l’ha più: pignorata da Mps, che dopo la prima condanna su Santorini gli fece un’azione di responsabilità da 50 milioni. Azione approvata dalla Cassazione nel 2020, quindi definitiva. Simile richiesta da 50 milioni è pendente su Mussari per Alexandria, ma qui è attesa tra poco la prima sentenza. L’ex re di Siena intanto è tornato alle origini: nella natia Catanzaro, dove ha ripreso a fare l’avvocato penalista e prova a evitare un passato ingombrante come la sua ambizione, che lo portò in pochi anni a giocare da terzo banchiere d’Italia e rappresentante degli altri in Abi; lui che, come ha poi detto difendendosi, di “non avere le competenze” del mestiere. Un anno e mezzo fa, dopo l’appello di Firenze che con Vigni lo ha assolto, i suoi legali dissero: «L’avvocato non è più quel che era quando questa vicenda è iniziata, e nessuno gli restituirà nulla. Su questo, forse, dovremmo tutti riflettere». Lui stesso, alla Commissione parlamentare sulle banche, l’anno scorso ha detto: “I fatti di quegli anni, la modifica dell’ordinato vivere civile, non li potete neanche immaginare”.
Le cose non sono andate molto meglio a Fabrizio Viola. Banchiere tra i più quotati al momento della nomina a dottore del Monte, gradito alla vigilanza a gennaio 2012, pochi mesi dopo già parla di “danno reputazionale quantificabile in diversi miliardi”, per il gorgo giudiziario. Ma l’ex manager di Bper e Bpm non ha visto tutto. Il danno lievita, per i miliardi fuggiti dai conti correnti, quelli persi in Borsa, quelli non rimborsati dopo le erogazioni allegre delle passate gestioni. Viola però, anziché concentrarsi sulla cancrena dei crediti pensa di rilanciare Mps al modo della Parmalat sotto Enrico Bondi. A colpi di cause, e richieste miliardarie alle controparti di ardite operazioni. Una strategia d’attacco che trascura la difesa: al punto che il nuovo management nemmeno ritiene di cambiare il capo dei crediti della gestione passata. La banca così resta esposta ai riflettori scandalistici e, nell’intreccio delle cause, si innestano anche altri investitori al traino del consulente Bivona, carismatico ispiratore di chi cercava colpevoli sul caso. Estromesso da Mps nel 2016, per uno sgambetto del ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan (che lo priva anche della tutela sui processi e con modi tanto brutali da indurre alle dimissioni anche Massimo Tononi, presidente di una breve stagione), Viola si è trasferito in Veneto, ma non ha avuto più fortuna nel salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, sfumato a metà 2017. Da allora le pendenze gli hanno impedito l’accesso a nuovi incarichi e offre consulenze (una a Equita). “La sentenza – ha detto l’11 dicembre - fa giustizia e chiude una triste e penosa vicenda durata dieci anni. Purtroppo, la profonda amarezza di essere stato condannato per reati dichiarati in appello inesistenti mi accompagnerà per il resto della vita, nella consapevolezza che i danni soprattutto reputazionali subiti non me li restituirà nessun tribunale”.
La strategia delle rivalse legali, che fa incassare un miliardo a Mps nelle transazioni con Deutsche Bank e Nomura ma nel complesso è nociva, è una scelta dell’ex presidente Profumo almeno quanto lo è di Viola. Ma a lui va meglio: specie in virtù dell’amicizia con Paolo Gentiloni, presidente del consiglio nella primavera 2017 quando il Tesoro indica il banchiere uscito due anni prima da Mps come capo di Leonardo. Profumo non ha alcuna esperienza nel settore difesa: difetto rilevato da molti investitori esteri, anche vendendo l’azione in Borsa. Ma nel frattempo se l’è fatta, compiendo due mandati triennali a capo del gruppo, scaduti sei mesi fa, senza che la condanna in primo grado del 2020 lo ponesse in discussione.
Come uno zero in schedina: 20 anni di errori in Mps
Dall’acquisto di Banca 121 alla grandeur di Antonveneta, dal credito facile post Lehman al riassetto mancato
Ma se nessuno per la giustizia è colpevole, a chi tocca la più grave crisi bancaria italiana recente? I manager passati da Siena hanno pesanti responsabilità. Per diverse gestioni, in un quindicennio, hanno guidato Mps alla rovina, con un misto di incompetenza, ambizioni personali, consociativismo, miopia, mai in grado di mediare tra il mercato e la Fondazione locale, scatola vuota tramite cui la politica indirizzava la banca. Una serie di sistematici errori di strategia o tempismo compiuti tra il 1999 e il 2016, che hanno imposto il salvataggio dello Stato. “Come fare uno zero in schedina per 15 anni”, nota uno dei pochi manager della vecchia guardia, a patto di non comparire.
A fine anni ’90, Mps è una banca con discreto posizionamento e patrimonio, ma con modello di business obsoleto, da banca commerciale regionale. Un primo tentativo di innovarlo, nel 1999, vede i vertici Divo Gronchi e Pierluigi Fabrizi rilevare la Banca del Salento, poi ridenominata Banca 121 con Sharon Stone come testimonial. La 121 era specializzata nei servizi online: roba da pionieri. E Mps prova a importarne il modello, impersonato dal manager Vincenzo De Bustis, pupillo dei soci pugliesi e di Massimo D’Alema, che da capo della preda diventa capo del compratore. Ma “l’eccesso di innovazione” insito nei prodotti d’investimento venduti dal vulcanico banchiere - che non reggono i rovesci di Borsa legati alla bolla internet - guasta la reputazione di 121, fa fiorire le cause legali e riduce a magro affare l’acquisizione, pagata ben 2.500 miliardi di lire. De Bustis ne è travolto e lascia Mps nella primavera 2003. Siena torna all’antico, nominando il provveditore della Fondazione, Emilio Tonini. E anche le lunghe trattative per fondersi alla pari con Bnl sfumano, nel timore che le redini sul Monte sfuggano dalle mani locali. Il modo per declinare crescita e “senesità”, in una fase di fermento in cui le banche italiane cercano di ingrandirsi, diventa un rovello per i senesi. Ma prima dell’errore fatale (Antonveneta) c’è tempo per altro. Al posto di Tonini dal 2006 arriva Antonio Vigni, dalla pianificazione interna. Una delle sue prime mosse, suggerite dai consulenti di Mc Kinsey, è vendere le fabbriche prodotto assicurative, nel risparmio e nei titoli (Intermonte), nella convinzione che nuove norme in arrivo avrebbero complicato i conflitti d’interesse tra distributori e “produttori” di finanza. Le fabbriche prodotto, come noto, nel decennio 2012-2022 hanno invece fatto la fortuna di tutte le banche del mondo, quando i tassi azzerati hanno ridotto il margine d’interesse ai minimi. Mps decide allora di fare una grande acquisizione. Ma, al di là di tutte le critiche possibili e già scritte su prezzo, assenza di perizia contabile e modi del finanziamento su Antonveneta, l’errore capitale è non capire che sulla finanza sta per scatenarsi la tempesta del secolo. L’annuncio è del novembre 2007, i primi due fondi di Bear Stearns investiti in mutui subprime sono saltati da tre mesi, Lehman Brothers fallisce l’anno dopo e i tassi tornano a salire. Una croce per una banca che si è appena indebitata per 10 miliardi per l’affare della vita.
Se c’è una cosa peggiore, in Borsa, rispetto a comprare sui massimi, è comprare al primo storno: quando tutto viene giù. Questo fa Mps con Antonveneta: tra l’altro concentrata nel Triveneto, il Far West delle Pmi italiane, che nelle serie storiche di Bankitalia mostrerà i tassi di default più alti. I senesi, entrati sbilanciati nella crisi sul piano dei finanziamenti, ora cercano miliardi tra depositi e mercato pagando tassi doppi, o tripli, rispetto al 2007. Così, in un circolo vizioso, iniziano a prestare ai debitori peggiori. Una banca che “compra” il denaro pagando il 5% o più non lo può prestare ai soggetti più solidi: deve andare da chi barcolla, magari scartato dalle banche rivali. Questo fanno Mussari & Vigni intorno al 2010, sperando che l’Italia finanziaria sia al riparo dalla crisi Usa, perché sa poco l’inglese. Uscire dalla mischia palla al piede, pensando che il peggio sia alle spalle: mentre il peggio arriva nel 2011, quando i creditori dell’Italia silurano Silvio Berlusconi e nel loro piccolo anche Mussari & Vigni dal Monte. Con Viola, e poco dopo Profumo, inizia il revisionismo contabile, e strategico. Ma nessuna discontinuità si vede sui crediti prima erogati, che mutano velocemente in sofferenze. Non rimborsare il cane che affoga diventa lo sport dei clienti di Mps, che nei soli esercizi 2012-2015 perde 10 miliardi sul credito. E quasi altrettanti li perde da allora, quando il vertice guidato da Marco Morelli e poi da Guido Bastianini proverà, con fatica e alterne fortune, a ripulire l’attivo. Tra i grandi beneficati, poi morosi, la Sorgenia della famiglia De Benedetti, gli immobiliaristi Zunino e Mezzaroma (Impreme), l’ideatore dell’interporto di Nola e socio di Ntv Gianni Punzo, le varie partecipate pubbliche toscane. Altro che derivati/pronti contro termine: il dissesto del Monte è un fatto di prestiti mal erogati.
Gli errori della politica: da “abbiamo una banca?” a oggi
Da Amato ai dalemiani, da Bnl ad Antonveneta: la disfatta del Pd a Siena, poi via libera a M5s e ora alla Lega
Attorno a Mps si sono giocate battaglie politiche furibonde e a favore di telecamere sono state costruite tante campagne elettorali, come quelle che hanno portato i grillini in Parlamento nel 2013, e prima quella del centrodestra berlusconiano che sperava nel 2006 di fermare i Ds e l’avanzata di Romano Prodi. Proprio tra 2001 e 2005 inizia il percorso che porta al disastro la banca. Legata al mondo della sinistra, del sindacato, Cgil soprattutto, delle coop rosse, ma un conto a Mps lo aveva anche Silvio Berlusconi. Perché a Siena il consociativismo esiste da secoli, ben mascherato: e in quegli anni un altro editore in carriera con ottime entrature al Monte - Denis Verdini - pubblicava un foglio molto letto in città.
Nei primi anni Duemila sindaco è Maurizio Cenni, anima Ds, e a capo della Fondazione è arrivato un rampante avvocato calabrese con studi a Siena: Giuseppe Mussari, responsabile della campagna vincente di Cenni e per questo ricompensato poco dopo. La senesità è in quegli anni il requisito per fare carriera in Fondazione e in Mps. La difesa del territorio spetta a due autorevoli ex ministri eletti nel collegio di Siena: Franco Bassanini e Giuliano Amato. A rompere quel patto arriva la corrente di Massimo D’Alema, che aveva voluto l’acquisizione di Banca 121 e l’insediamento di De Bustis al Monte. Nel 2005 questa area diessina spinge per creare un polo unico tra Mps, Unipol e la Bnl. Regista, il dominus di Unipol Giovanni Consorte. C’è un incontro a Roma, ci vanno i soci forti della Fondazione Mps, a partire da Cenni. Ci sono anche Mussari, Consorte e altri. L’accordo sembra fatto, tanto che poi, in un’intercettazione divulgata illegittimamente, emergerà la famosa telefonata tra Consorte e Fassino: “Quindi abbiamo una banca?”, dice l’allora braccio destro di D’Alema, visto che Unipol era il cuore delle coop rosse. Tornato a Siena Cenni, che all’incontro non aveva parlato, rilascia un’intervista al Sole 24 ore per dire che dell’operazione con Unipol e Bnl non si fa nulla: Mps resta in mano ai senesi. Bassanini è ben felice del naufragio del dossier, meno i dalemiani con il deputato Nicola Latorre che definisce la Fondazione “simbolo della conservazione”. Intanto il centrodestra avvia una campagna pesante contro i Ds dopo che Il Giornale pubblica l’intercettazione Fassino-Consorte. Ancora non era esploso il bunga bunga berlusconiano, ma pochi anni dopo Giulio Tremonti per attaccare Pierluigi Bersani dice: “Pensi al banca-banca”.
Oggi Fassino a Repubblica parla di “una grande occasione mancata”: “ Sono stato vittima di una campagna diffamatoria, la mia era stata solo una battuta per dire che “loro” di Unipol avevano adesso una banca e che rappresentava un successo per il movimento cooperativo. Quella - dice Fassino - sarebbe stata una operazione che avrebbe creato un grande gruppo bancario, salvato il Monte ed evitato di far finire la Bnl in mani francesi. Per sbarrare la strada furono usati argomenti privi di fondamento come la inconciliabilità tra attività bancarie e assicurative.Segnalo che oggi tutti gli istituti di credito, a partire dai più grandi, sono bancassicurazioni. La verità è che dava fastidio che una azienda del movimento cooperativo, riferibile al mondo della sinistra, entrasse nel mondo bancario. Ricordo quel che, con molta supponenza, mi disse un autorevole esponente confindustriale: "ma che c'entra la cooperazione con le banche, si occupino dei supermercati". L’ingresso di Unipol nel mondo bancario dava fastidio a molti anche nel mondo politico, compresi settori del centrosinistra. E naturalmente il centrodestra berlusconiano era contrario e scatenò una campagna feroce contro di me: ma a tutti ricordo che per quella intercettazione pubblicata in maniera illegittima è stata condannata e io sono stato risarcito. Segnalo che in ogni caso i pregiudizi e le ostilità non hanno impedito a Unipol di crescere come soggetto finanziario e bancario, come dimostra la sua presenza in Mediobanca e nel gruppo BPER. Mentre sappiamo tutti quanto travagliata è stata la vita del Monte dei Paschi”.
Dopo lo stop a Unipol, con i favori di Bassanini, Amato e del sindaco rieletto Cenni, Mussari passa dalla Fondazione a guidare la banca. Emilio Tonini, da poco ex direttore di Mps con l’arrivo di Antonio Vigni, a chi chiedeva lumi diceva: “Di strada per diventare banchiere ne deve fare tanta”. Mussari di strada ne farà, a suo modo: diventa presidente dell’Abi e nel 2008 con l’operazione Antonveneta avvia il calvario di Mps. Al governo torna Berlusconi e al Tesoro è Tremonti, che inventa un’emissione di bond per Mps: un tentativo di non far saltare un avamposto che ha anche molti legami coi berlusconiani, sussurrano a Siena. E da ministro attacca la sinistra che ha fatto crollare Mps, salvo dimenticare certe consulenze che lo studio Tremonti aveva dato su operazioni che poi lui definirà “marginali”.
In quegli anni in città arriva anche il rampante Matteo Renzi sindaco di Firenze, che sigla un accordo politico con i vertici Mps per nominare nella società Firenze Parcheggi un suo fedelissimo allora poco noto: Marco Carrai. Attorno a Mps tutto si regola, tutte le tensioni si sopiscono. Ma anche Renzi poi farà del Monte un’istanza di campagna elettorale contro la “ditta” che lo aveva affossato. Concetto ribadito fino ad anni recenti da Maria Elena Boschi: “D’Alema e i suoi amici hanno ridotto così Mps”.
Tant’è, dalla sua crisi in avanti sul Monte si vincono (e perdono) molte elezioni: il centrodestra dal 2013 elegge il sindaco, fatto impensabile nella “città rossa” dal Dopoguerra. Anche qualche mese fa ha vinto, malgrado l’impegno di Elly Schlein comiziante in piazza del Mercato. E attorno a Mps balla, proprio dal 2013 alla vigilia della campagna elettorale nazionale, il fondatore dei M5s Beppe Grillo. A gennaio di quell’anno cruciale, tra scandalo bancario in fieri e vicine elezioni, dorme all’Hotel Nh, di fianco al tribunale, presenzia all’assemblea Mps come delegato dei piccoli azionisti e vi tiene uno show elettorale. Tornerà anche all’assemblea 2014 dove attacca: “Questa è la mafia del capitalismo”. Intanto è morto in circostanze non chiare il braccio destro di Mussari, David Rossi: e proprio i grillini, arrivati in Parlamento, chiedono una commissione parlamentare d’inchiesta su Rossi. La faranno quando vanno al governo, nel 2018. Giuseppe Conte, alleato della Lega nel primo mandato, conferma a capo della banca Marco Morelli (indicato da Renzi) anche se Lega e grillini senesi vorrebbero un nome più “vicino” ai gialloverdi. Quando nasce il Conte 2 arriva Guido Bastianini, scelto dai M5s. La politica ha una leva diretta sulle nomine ora che il Tesoro è diventato socio forte. Chi prima criticava le manovre della sinistra sulla banca oggi litiga a viso scoperto per guidarla. E a far da tramite tra Siena e governo sul dossier Mps è un deputato di FdI, Francesco Michelotti. In città si nota con sdegno che è di Poggibonsi. Ma ormai Siena la sua banca, e soprattutto la ricca Fondazione, l’ha persa da tempo. Anche per colpa della politica, tutta.
David Rossi, l’unica vittima
La famiglia non si arrende: nuova causa civile da un milione a Mps e contestazione dell’inchiesta penale sul suicidio
È morto la sera del 6 marzo 2013. Ed è l’unica certezza sulla scomparsa di David Rossi, capo della comunicazione di Mps negli anni della grande ascesa e del crollo. Per la procura di Siena si è trattato di suicidio. Per i familiari, l’ex moglie Antonella Tognazzi su tutti, no. La battaglia va avanti da quasi 10 anni, con due indagini aperte e poi chiuse sempre per suicidio a Siena. La Commissione parlamentare ha affidato ai carabinieri del Ros ulteriori verifiche sulla caduta di Rossi dalla finestra dell’ufficio, concludendo che la risposta “più plausibile” è sempre il suicidio. Ma “plausibile” non basta alla famiglia e al suo legale Carmelo Miceli, ex deputato Pd: dopo aver consegnato in commissione la nuova perizia del professor Francesco Introna, che descrive alcune ferite come provocate da una colluttazione precedente, famiglia e avvocato sono pronti a riaprire il caso in tribunale. Non più nel penale, perché la procura di Siena non vede finora novità tali da riaprire le indagini. Ma sul fronte civile, dove a Repubblica risulta sia in ballo una polizza assicurativa da un milione, su cui s’annuncia un nuovo braccio di ferro con la banca.
Mps: il video shock del New York Post e i dubbi sulla morte di David Rossi
La sera della morte di Rossi è il 6 marzo 2013, circa alle 20 si sente un tonfo in vicolo di Monte Pio, una stradina che costeggia la sede centrale di Mps. Alle 20,35 arriva una telefonata al 118: «Venite presto c’è un uomo a terra nel vicolo accanto a piazza Salimbeni». Poco dopo arriva una volante della polizia e scende l’ispettore Livio Marini. Chi ha chiamato la polizia? Forse un passante che ha visto Rossi a terra? Dall’unico filmato sequestrato per pochi minuti dalle telecamere attorno alla piazza si vede un’ombra, che s’avvicina e poi scompare. Nessuno cercherà mai di capire chi e perché ha chiamato la polizia. E di chi era l’ombra. Marini dice alla Commissione parlamentare: “Appena facciamo i primi passi nel vicolo vedo un uomo che cerca di sorpassarmi. Io lo afferro per il braccio e gli chiedo ‘Lei signore dove va?’”. Risponde: “Sono il colonnello Aglieco, ero qui per comprare le sigarette”. Perché è sul posto anche se non è stato chiamato da nessuno, e nessuno ha avvertito i carabinieri? Primo elemento di confusione nelle indagini. La competenza formale è della polizia ma sul luogo interverranno anche i Cc, e poi i finanzieri. Intorno alle 21 arrivano il pm di turno Nicola Marini e i colleghi Aldo Natalini e Antonino Nastasi. Nessuno chiama però il procuratore: e normalmente in questi casi va solo il magistrato di turno. Qui invece si muovono tre magistrati, due forze di polizia e poi la Finanza, chiamata da Nastasi. Un’attenzione importante per un suicidio, come poi verrà la sera stessa derubricato il caso. Il magistrato entra in banca con Marini e Natalini, salgono al terzo piano, all’ufficio di Rossi.
Nasce da questa confusione di uomini e ruoli tutto quel che verrà dopo: indagini della procura di Genova su eventuali omissioni dei colleghi senesi, archiviate. Indagine della procura di Siena su eventuale morte non per suicidio, archiviata due volte. E poi un hard disk distrutto, copie forensi dei pc di Rossi sparite o inutilizzabili. Nel mezzo battaglie legali, perizie e controperizie. E stranezze mai risolte. Una la rivela l’Espresso: la relazione della polizia postale data al 7 marzo 2013 la mail inviata da Rossi all’ex ad Fabrizio Viola in cui annuncia il suicidio. Analizzando il disco rigido di uno dei due portatili nell’ufficio di Rossi si trova una cartella, creata il 29 luglio 2014 (prima anomalia) con dentro due versioni della mail con oggetto «Help» e la frase «stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!». Entrambe le versioni hanno data di creazione 7 marzo ore 11,41 (il giorno dopo la morte di Rossi) ma risultano inviate il 4 marzo alle 9,13. Scrive la polizia postale: «Va rilevata l’anomalia a cui non è possibile trovare elementi di riscontro in questo hard disk a favore di un’eventuale ipotesi che ne spieghi la natura”. Viola, che dopo aver ricevuto questa mail continua, il 4 marzo, a inviare mail a Rossi parlando d’altro, sostiene di non aver mai letto il messaggio sull’intenzione di suicidarsi. «Ricordo tutte le altre mail, non quella con oggetto “Help”», dice agli inquirenti di Siena. La vicenda della mail verrà derubricata a “banalità” in commissione Parlamentare, dove i tecnici dei Ros spiegano che i software fanno spesso questi errori. Ma perché la polizia postale prima delle prime indagini non ha chiarito subito l’anomalia? Poi ci sono i fazzolettini sporchi di sangue, le prove toccate e distrutte. Anche qui, insomma, le indagini hanno lasciato senza risposta troppe domande, alle quali si è aggrappata la famiglia.
Ora gli eredi di Rossi sono pronti a una nuova causa in sede civile. Riguarda un’assicurazione che Mps stipula per i dipendenti, e vale un milione. Secondo i legali di parte, Rossi è morto sul luogo di lavoro: una prima causa civile è stata archiviata, per omesso soccorso. La seconda causa riguarderà invece la polizza: la famiglia ritiene che per la morte spetti il rimborso, la banca no. Tra l’altro, il Parlamento presto avvierà la nuova commissione d’inchiesta su Rossi, votata un anno fa su proposta di FdI, ma ancora non istituita. Anche lì gli eredi proveranno a far valere la relazione Introna, che sul corpo riscontra lesioni “che non sembrano avere genesi nell’impatto al suolo, alcune addirittura avulse dall’ipotesi di una precipitazione”. Ferite “da parte di mezzi naturali quali un pugno, calcio o ginocchiata”, subite prima di cadere. Il caso David Rossi continua.
Ma Siena è già oltre “babbo Monte”
Voci dalla città tradita: scampato il rischio crac, si teme la fusione. Ma nessuno vede un futuro targato Mps
Tanti colpi e contraccolpi hanno rotto il cordone ombelicale tra il Monte e Siena. La divergenza è iniziata almeno dal 2016, quando Fondazione Mps dopo aver perso 7 miliardi di patrimonio ha smesso di seguire le ricapitalizzazioni della banca, quasi azzerando la quota. Già è molto che la banca sia viva e in relativa salute, perché dal 2016 il timore di vederla scomparire del tutto c’è stato. “I senesi vivono una sensazione di scampato pericolo pensando al Monte” racconta Alfredo Monaci, imprenditore della Siena che conta, con forti radici politiche (nei cattolici moderati) e già ai vertici di varie società del gruppo Mps. “Ma ora – aggiunge - che la banca è tornata attraente per una fusione ci si torna a preoccupare. Il governo spinge per il terzo polo italiano, ma da qui sembra preferibile un compratore straniero, che manterrebbe la direzione generale in città”. Dopo i recenti tagli, Mps impiega a Siena circa 800 persone (su 16.800 in organico). Una frazione dei 3 mila dei tempi d’oro in una città di 50 mila abitanti. “Il tessuto produttivo, incardinato sui tre pilastri vino-farmaceutica-banca, sta cambiando, con la banca meno agganciata al contesto: il che fa vacillare anche la farmaceutica, tra i debiti di Toscana Life Sciences e la falsa partenza del Biotecnopolo, che suscita forti polemiche politiche. La situazione è in relativa tenuta perché abbiamo più pensionati della media italiana, con più risorse finanziarie. Ma guardando avanti scarseggiano visioni, direttrici o prospettive di miglioramento”, sostiene Monaci. Giulia Maestrini, giornalista freelance, dice: “I senesi ormai sanno poco del Monte, tutto si decide tra Roma, dove c’è il Tesoro azionista, e Milano dove gli investitori vedono il management della banca, che ormai ha prime linee sempre meno senesi”.
Il souvenir che resta ai senesi sono le perdite sulle azioni Mps. Romolo Semplici, storico esercente e tra i fondatori delle associazioni di azionisti Buongoverno e Pietraserena, stima che cittadini e dipendenti Mps locali abbiano perso “tra 2 e 3 miliardi di euro”. Da un decennio molti di loro cercano una verità, oltreché di riavere parte dei soldi. Ma la recente piega dei processi complica le cose: e finora nessuno ha mai rivisto un euro, a parte i 150 milioni spuntati dalla Fondazione, un accordo con Unicoop Tirreno e poche altre transazioni, che la banca tiene coperte. “Aspettiamo – dice Semplici - le motivazioni della nuova sentenza per capire meglio cosa fare. Certo siamo stupiti, e sconcertati, dall’operato dei giudici, che paiono non mettersi d’accordo tra loro. Tanti azionisti traditi non capiscono le responsabilità di chi ha gestito Mps e di chi doveva controllare e vigilare”. Ma anche per lui, ormai, “dopo le forti critiche alle giunte di centrosinistra oggi c’è voglia di lasciarsi tutto alle spalle, e il nuovo governo è pronto ad appuntarsi come un successo la prossima vendita della banca, malgrado potrebbero affiorare minusvalenze per qualche miliardo”. Sul 25% ceduto in Borsa un mese fa il governo ha perso 1,8 miliardi sui costi storici (ma ha parlato di “plusvalenza del 50%”, calcolandola sul valore di carico del 2022). Vendendo a questi prezzi l’ultimo 39% il Tesoro materializzerebbe oltre 4 miliardi di perdita.
8 Conclusione: le nozze o un destino solitario
Entro giugno il Mef deve uscire da Mps. Ma dopo i conti e le assoluzioni è più facile che venda ancora in Borsa
Siamo quasi alla fine. La banca nel 2023 si è ripresa, grazie alla caparbietà della squadra guidata dall’ad Luigi Lovaglio che ha convinto il mercato e il Tesoro del Conte 2, dove gestiva il dossier il dg Alessandro Rivera, a ricapitalizzare per 2,5 miliardi, usandone uno per esodare 4 mila dipendenti. Frattanto il vento dei tassi ha soffiato in poppa alle banche, e più a Mps che ha rilanciato i ricavi (+63% il margine d’interesse dei nove mesi 2023), e vede utili 2023 a 1,1 miliardi, mentre ha anticipato al 2025 il ritorno ai dividendi. Ciò che più conforta è l’entusiasmo degli investitori: oltre 150 fondi italiani ed esteri hanno fatto la fila per comprare il 25% messo in vendita dal Mef per fare cassa, con richieste di quattro volte tanto. E dopo la riuscita operazione di novembre il governo ritiene di avere un’opzione in più rispetto alla ricerca di un compratore (che si trascina sterile dal 2015). Le nozze restano un’idea forte, specie con altra banca locale che formi il “terzo polo bancario italiano”, molto identitario a destra e che la premier Meloni auspicò in una delle prime uscite. Ma c’è anche l’idea di cedere un’altra fetta di Mps in Borsa, ai fondi, limando il 39% pubblico a un 15-20% per restare silent partner di un marchio storico a proprietà diffusa. Da mesi il governo sonda, comunque, potenziali compratori. Da Banco Bpm a Bper, da Mcc (già disposto a rilevare la rete Mps nel Sud) fino a Unicredit e Intesa Sanpaolo. Ma in questa fase di studio tra banchieri, in cui tutti sembrano voler ballare la quadriglia ma nessuno si dispone alla prima mossa, c’è il rischio che nulla si concretizzi nei tempi sperati dal Tesoro, impegnato con Bruxelles a riprivatizzare Mps per metà 2024. E proprio l’attesa speculativa - di solito le fusioni avvengono con scambio di azioni, attribuendo alla “preda” un premio del 20% - gonfia le quotazioni Mps, e ha invogliato i 150 fondi a comprarla. Un paradosso che, rincarando l’acquisizione, la complica. Fatti tutti i conti, si stima che Mps potrebbe costare almeno 5 miliardi, forse troppo per Banco Bpm e Bper, candidate ideali al “terzo polo”. Il Tesoro potrebbe avere più agio a lanciare una vendita bis di azioni in Borsa, teoricamente possibile da fine febbraio 2024, scaduti i 90 giorni di impegno a non vendere altri titoli preso a novembre. Molto dipenderà dal grafico Mps (+58% nel 2023): più sale, minore sarà la perdita, perché il Tesoro ha un prezzo medio di carico di circa 8 euro, rispetto ai 3 della Borsa. E per sostenere la rimonta del titolo, l’ad Lovaglio potrebbe far emergere altra redditività oltre agli 1,1 miliardi di utili attesi dal mercato. Vinte le cause in Tribunale, si libereranno i fondi rischi che valgono un miliardo. Forse abbastanza per una vita da single.