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La siderurgia europea green appesa al negoziato con gli Usa

Solo due mesi per evitare il ritorno al sistema dei dazi voluto da Trump. Ma l’acciaio è pressato anche dalla concorrenza dei paesi che producono utilizzando carbone
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La siderurgia europea appare sempre più stretta in una morsa d’acciaio. E la via d’uscita ancora non si vede. Da una parte la Ue sta conducendo da due anni un negoziato con gli Stati Uniti per definire i termini di un Global Arrangement on Sustainable Steel and Aluminium (Gassa) che permetta ad alcune aree del mondo (paesi Nafta, Europa, Corea del Sud e forse Giappone) di definire una sorta di area di scambio comune, con produzioni verdi, tariffe definite e protetta ai suoi confini. Lo scopo è quello di evitare che l’eccesso di capacità produttiva, pari a circa 600 milioni di tonnellate annue, prodotte in Asia, Medio Oriente e Nord Africa, principalmente attraverso altiforni ad alta intensità di carbonio, e con costi dell’energia più bassi, invada i mercati occidentali.

Il Gassa

L’idea del Gassa è nata nel 2021 grazie al presidente Joe Biden che ha sospeso per due anni i dazi al 25% sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Europa che Donald Trump aveva introdotto nel 2018 al gr…

La siderurgia europea appare sempre più stretta in una morsa d’acciaio. E la via d’uscita ancora non si vede. Da una parte la Ue sta conducendo da due anni un negoziato con gli Stati Uniti per definire i termini di un Global Arrangement on Sustainable Steel and Aluminium (Gassa) che permetta ad alcune aree del mondo (paesi Nafta, Europa, Corea del Sud e forse Giappone) di definire una sorta di area di scambio comune, con produzioni verdi, tariffe definite e protetta ai suoi confini. Lo scopo è quello di evitare che l’eccesso di capacità produttiva, pari a circa 600 milioni di tonnellate annue, prodotte in Asia, Medio Oriente e Nord Africa, principalmente attraverso altiforni ad alta intensità di carbonio, e con costi dell’energia più bassi, invada i mercati occidentali.

Il Gassa

L’idea del Gassa è nata nel 2021 grazie al presidente Joe Biden che ha sospeso per due anni i dazi al 25% sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Europa che Donald Trump aveva introdotto nel 2018 al grido di “America First”. Questi negoziati, però, non stanno producendo i frutti sperati e i due anni sono in scadenza. «Nel corso di questi due anni [di negoziati], abbiamo compiuto progressi sostanziali per identificare le fonti di eccesso di capacità non di mercato - è scritto nella dichiarazione del 20 ottobre scorso a valle del vertice Usa-Ue di Washington -. Abbiamo anche raggiunto una migliore comprensione degli strumenti per affrontare l’intensità delle emissioni delle industrie dell’acciaio e dell’alluminio. Non vediamo l’ora di continuare a fare progressi su questi importanti obiettivi nei prossimi due mesi». Ma siamo a Natale e i progressi non si sono visti, dunque il rischio è che nel 2024 si torni al regime dei dazi dell’era Trump. Chi conosce da vicino la materia dice che è un problema di mentalità differenti, gli Usa tendono a proteggere le imprese mentre la Ue ha in cima alle sue priorità la tutela del consumatore. L’Inflation Reduction Act varato proprio da Biden stanzia una montagna di soldi per rendere più attraente alle aziende produrre negli Stati Uniti, va a vantaggio anche delle acciaierie americane e contro gli accordi del Wto e alle regole sugli aiuti di Stato che invece sono seguiti dall’Europa. La sostanza è che le acciaierie americane stanno sostanzialmente operando in un regime di concorrenza sleale e l’Europa, non sentendosi abbastanza forte per andare incontro a una battaglia commerciale, ha accettato di intavolare il negoziato Gassa, con risultati per il momento insufficienti.

La situazione in Europa

In secondo luogo l’Europa si è, per così dire, complicata la vita da sola. Con l’avvento del Green New Deal promosso da Ursula von der Leyen e dal Commissario Timmermans, che ha come obbiettivo di far diventare l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, si sono introdotti obbiettivi molto sfidanti anche per il settore dell’acciaio. Come la riduzione delle emissioni di CO2 del 55% rispetto ai livelli del 1990, il miglioramento dell’efficienza energetica almeno del 36%-39% e il raggiungimento di una quota di consumo energetico da fonti rinnovabili pari almeno al 40%. Gli investimenti da fare sono dunque enormi e le acciaierie europee sulla carta hanno colto la sfida perché non c’è dubbio che bisogna decarbonizzare. Nella pratica, però, bisogna chiudere progressivamente le aree a caldo alimentate con minerale di ferro e carbone sostituendole con forni elettrici caricati con minerale pre ridotto prodotto dai Dri (Direct Reduced Iron) che usano come elemento riducente non più gas metano ma idrogeno. Per facilitare la transizione con l’Eu Next Generation (in Italia Pnrr) la Commissione ha stanziato risorse a fondo perduto ma l’accesso ai fondi è difficile e per chiederli occorre realizzare tutto entro il giugno 2026. In secondo luogo c’è il problema dell’indisponibilità di idrogeno e l’elevatissimo costo che ha la sua creazione. Per sostituire un metro cubo di gas si deve pagare sei volte tanto per l’idrogeno. Quindi la produzione di acciaio green europea costerà molto e il problema è come difenderla dalle importazioni non green e a basso costo provenienti da paesi terzi dove non vi è alcun tipo di impegno alla decarbonizzazione. La soluzione europea a questo problema è la Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), una tassa sull’acciaio importato che calcola il contenuto di carbonio facendo pagare le quote di CO2 che pagherebbe una acciaieria europea se non decarbonizza. Per fare un esempio, su una produzione di 10 milioni di tonnellate di acciaio le emissioni sono pari a 20 milioni di tonn di CO2. Chi non decarbonizza dal 2026 dovrà comprare 20 milioni di quote al prezzo di 100 euro a quota, cioè 2 miliardi di euro l’anno di quote C02, costo che rende l’attività siderurgica completamente anti economica. Inoltre il Cbam può essere aggirato, è labile nelle sue definizioni. Per esempio un’acciaieria indiana che produce 20 milioni di tonnellate da carbone e ne fa una tonnellata da forno elettrico, quindi pulita, esporta solo quel milione che risulta essere acciaio green. Ma in realtà media i costi su 21 milioni di tonnellate. La tassa non risolve poi il problema delle esportazioni europee, che essendo più pulite hanno anche costi più alti dei concorrenti. Oggi in Europa si producono circa 90 milioni di tonnellate da ciclo integrale. E le grandi acciaierie stanno riflettendo se sia davvero il caso di decarbonizzare o se sia meglio non farlo, o farlo parzialmente, e andare a produrre nei paesi dove non ci sono queste regolamentazioni importando i semiprodotti da finire in Europa. ArcelorMittal, che controlla il 62% dell’ex Ilva, sta investendo per produrre 10 milioni di tonnellate negli Usa, 8 milioni in India e 4 in Brasile. In Europa nulla. Il rischio che l’Europa perda un’ampia fetta della produzione di acciaio è dunque enorme.

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