La sfida di Lula cibo e un tetto per tutti
di Daniele MastrogiacomoIl Brasile rallenta, l’economia è in stallo. Solo mezzo punto percentuale rispetto alle stime di crescita, ma i segnali inquietano i mercati che vedono come un faro il gigante sudamericano. L’Istituto brasiliano di geografia e statistica registra un aumento dello 0,4 per cento del Pil nel terzo trimestre di quest’anno ma ritiene che nel quarto ristagnerà. Siamo sotto lo 0,7 previsto dagli analisti, puntualizza la Reuters. Anche il Paese con la più forte economia del continente comincia a risentire degli effetti geopolitici globali, come le guerre in Ucraina e a Gaza, che minaccia di estendersi al Medio Oriente, e dell’aumento dei tassi di interesse.
I risultati della politica monetaria
Il confronto con il passato resta cautamente positivo: il Pil è cresciuto nei primi nove mesi dell’anno del 3,6 per cento, ma…
Il Brasile rallenta, l’economia è in stallo. Solo mezzo punto percentuale rispetto alle stime di crescita, ma i segnali inquietano i mercati che vedono come un faro il gigante sudamericano. L’Istituto brasiliano di geografia e statistica registra un aumento dello 0,4 per cento del Pil nel terzo trimestre di quest’anno ma ritiene che nel quarto ristagnerà. Siamo sotto lo 0,7 previsto dagli analisti, puntualizza la Reuters. Anche il Paese con la più forte economia del continente comincia a risentire degli effetti geopolitici globali, come le guerre in Ucraina e a Gaza, che minaccia di estendersi al Medio Oriente, e dell’aumento dei tassi di interesse.
I risultati della politica monetaria
Il confronto con il passato resta cautamente positivo: il Pil è cresciuto nei primi nove mesi dell’anno del 3,6 per cento, ma al di sotto del 3,7 che aveva registrato nello stesso periodo del 2022. L’inflazione generata anche qui dalle condizioni globali e dalla spesa pubblica cresciuta a causa della pandemia da Covid hanno spinto la Banca centrale a un aumento aggressivo dei tassi di interesse. È stato il primo Paese della regione a farlo. Il Selic rate, il tasso medio di riferimento, è passato dal 2 al 13,75 per cento. Ma la misura funziona. La politica monetaria restrittiva sta dando risultati. Il primo segnale arriva dall’inflazione che ha subìto un drastico rallentamento: dal 12 è scesa al 6,5 per cento. È la contrazione più forte degli ultimi vent’anni. La produzione è in affanno, mentre la Borsa vola toccando il record di scambi e profitti degli ultimi dieci anni. Un quadro con luci e ombre. I servizi e l’industria hanno perso slancio, l’agricoltura è calata dello 0,9 per cento su base trimestrale. E questo è un indice che pesa a livello internazionale: il Brasile è il maggiore fornitore di cibo al mondo.
gli indicatori dell’economia brasiliana la frenata del pil e dell’inflazione
16% popolazione senza cibo
Un vero paradosso. Il Paese che garantisce cibo alla maggioranza degli abitanti del pianeta fatica a nutrire i propri. Parliamo di 33 milioni di persone, il 16 per cento della popolazione. Gente che inizia la giornata senza avere nulla da mangiare. Il picco è stato toccato nel 2022, quando la fame è tornata ai livelli degli anni 90 del secolo scorso. Colpisce l’ultimo rapporto dell’Ipea, il più importante centro studi economici legato al governo. Mostra una fotografia cruda, quasi spietata, delle condizioni in cui vive la parte meno abbiente del Brasile. Soprattutto nelle grandi città che offrono più opportunità di lavoro e guadagno ma sono selettive nell’accoglienza. Resiste l’insopportabile differenza tra ricchissimi e poverissimi che ha sempre contraddistinto il Brasile.
I senzatetto sono decuplicati
Ci sono migliaia di persone rifugiate sotto portici, viadotti e ponti. Gente che si protegge con cartoni, coperte, teli, plastiche negli anfratti delle grandi vie dove sorgono banche, uffici, negozi e svettano i grattacieli del cuore finanziario e produttivo. Nel centro di San Paolo sorge una vera tendopoli allestita attorno e dentro un borghetto semidiroccato: è nota come “cracklandia”, perché ospita centinaia di tossici che fumano i sassi di cocaina fino a ridursi a larve. Anche loro fanno parte dei senzatetto, che da 22 mila del 2013 sono decuplicati: oggi sono 227.000. Quasi la metà (47,3 per cento) si trova per strada perché si è separata dal proprio partner. I motivi sono la disoccupazione (40,5 per cento), la dipendenza dall’alcol e dalla droga (30,4), la perdita della casa (26,1) perché non erano più in condizioni di pagare l’affitto o la rata del mutuo. Hanno mediamente 41 anni e la maggioranza è maschile. Con una differenza: il 69 per cento dei senzatetto in Brasile sono neri o meticci. Gli studiosi di statistica rilevano che sono dieci punti sopra il loro peso demografico. Tanta gente per strada si spiega con il ristagno dell’economia. Su questo concordano osservatori e analisti. Da dieci anni il Paese non cresce. I dati, poi, peccano per difetto: non considerano i “fantasmi”, quelli che non rientrano nelle statistiche perché si vergognano della loro condizione e temono di perdere la custodia dei figli.
Lula è sensibile al tema. L’ha vissuto sulla sua pelle da giovanissimo. Dare un tetto a chi non lo ha più è una delle sue priorità. Assieme al cibo che grazie alla Bolsa Familia, riesumata dopo essere stata abolita da Bolsonaro, oggi sfama 20 milioni di brasiliani. Non si assiste più a quelle scene che gridavano vergogna: la fila di uomini e donne nel retro delle industrie delle carni mentre si strappavano frattaglie e ossa da succhiare. Erano gli anni dell’ex capitano di estrema destra.
La politica abitativa è uno dei sette assi del nuovo piano. Ha il budget più piccolo: 750 mila dollari. Serviranno a costruire 150 case destinate a chi non ha un tetto. La priorità va a “famiglie con bambini e donne incinta”. Altri 243 mila dollari finanzieranno i corsi di formazione, la promozione di cooperative e associazioni, l’inserimento nel mercato del lavoro.
L’edilizia pubblica e popolare non è più così diffusa come in passato. Persistono contrasti tra il governo centrale e quello degli Stati su dove e come costruire. La politica abitativa era in vigore dal 2009 ma negli ultimi cinque anni solo 5 Stati e 15 città l’hanno applicata. Ci sono governatori che vorrebbero allontanare con la forza questa massa di diseredati perché la loro presenza fa svalutare il prezzo delle abitazioni. Altri suggeriscono di creare nuovi quartieri destinati ai senzatetto, con il rischio che si trasformino in ghetti. La Corte Suprema, nel luglio scorso, ha accolto un ricorso delle associazioni sociali e di difesa dei diritti umani contro la rimozione forzata.
Per il padre della sinistra brasiliana si tratta di una sfida quasi esistenziale. Nei giorni scorsi ha incassato una vittoria insperata: è stata approvata la riforma fiscale. Era in ballo da una ventina d’anni. «Snellirà il groviglio di imposte e fisserà una sola Iva, finora inesistente, per tutti i prodotti. L’impianto prevede aliquote progressive e lo scopo è esonerare chi non ha nulla», conferma l’ambasciatore brasiliano in Italia Renato Mosca. È un risultato prezioso. Consentirà una previsione più attendibile delle entrate e più efficacia nella programmazione. Il Brasile di Lula non si può concedere pause. Punta a diventare il più grande produttore di petrolio e gas dell’America Latina per investire i proventi nelle energie rinnovabili. Uno sviluppo sostenibile che accontenti l’agrobusiness e l’industria. Senza dimenticare gli ultimi.