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Il lusso guarda agli Stati Uniti per continuare a brillare nel 2024

Dopo la recente frenata, il settore attende una dinamica più favorevole per gli Usa. Ma il contesto resta dominato dalle incognite
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Anche il 2023 si conferma un anno di lusso, migliore di un già sfavillante 2022 che a sua volta cavalcava la rivincita dello shopping dopo due anni di pandemia. E pure il 2024 promette di essere all’insegna della crescita, anche se nell’anno che verrà si accentuerà una selezione di marchi e gruppi il più forte dei quali conquisterà ancora più quote a scapito delle griffe che non sono riuscite a cavalcare il momento di mercato.

Cambiamenti al vertice

Non stupisce infatti che negli ultimi 12 mesi siano cambiati i vertici di alcuni dei più importanti gruppi del settore, con l’arrivo di Pietro Beccari alla guida di Vuitton e Delphine Arnault a quella di Dior, quello di Andrea Guerra da Prada per traghettare il passaggio di testimone tra Patrizio e Lorenzo Bertelli, e l’ascesa di Francesca Bellettini che somma le deleghe di Saint Laurent a quelle del gruppo Kering. Il cambio di management è stato affiancato spesso da un cambio nella creatività, che proseguirà nel 2024 con l’avvio delle c…

Anche il 2023 si conferma un anno di lusso, migliore di un già sfavillante 2022 che a sua volta cavalcava la rivincita dello shopping dopo due anni di pandemia. E pure il 2024 promette di essere all’insegna della crescita, anche se nell’anno che verrà si accentuerà una selezione di marchi e gruppi il più forte dei quali conquisterà ancora più quote a scapito delle griffe che non sono riuscite a cavalcare il momento di mercato.

Cambiamenti al vertice

Non stupisce infatti che negli ultimi 12 mesi siano cambiati i vertici di alcuni dei più importanti gruppi del settore, con l’arrivo di Pietro Beccari alla guida di Vuitton e Delphine Arnault a quella di Dior, quello di Andrea Guerra da Prada per traghettare il passaggio di testimone tra Patrizio e Lorenzo Bertelli, e l’ascesa di Francesca Bellettini che somma le deleghe di Saint Laurent a quelle del gruppo Kering. Il cambio di management è stato affiancato spesso da un cambio nella creatività, che proseguirà nel 2024 con l’avvio delle collezioni di Tod’s firmate da Matteo Tamburini, e nei negozi della nuova primavera estate di Massimo De Sarno di Gucci. Si attende poi un ritorno sulle passerelle anche di Alessandro Michele, che nel 202, stando a i rumor, dovrebbe firmare con Lvmh.

«In un contesto estremamente complicato, caratterizzato da inflazione, alti tassi di interesse e una situazione geopolitica incerta - osserva Matteo Lunelli, presidente di Altagamma e presidente e ad delle Cantine Ferrari - l’alto di gamma nel 2023 ha mantenuto tassi di crescita positivi che hanno portato il mercato globale dei beni di lusso a un valore complessivo di 1.500 miliardi di euro, il 20% sopra i livelli 2019. È un mercato trainato dai consumi di fascia più alta e dal lusso esperienziale che è, nell’era post pandemica, l’elemento di maggiore dinamismo».

Si guarda all’America

Inoltre se la Cina è salita, anche se meno che in passato, è l’America che ha dato segnali di rallentamento, una dinamica che dovrebbe migliorare nel 2024. Non a caso i marchi italiani più apprezzati negli Usa hanno già dato indicazioni di una crescita a due cifre anche per il prossimo anno. È il caso di Brunello Cucinelli, che dopo aver rivisto per ben tre volte al rialzo le stime per il 2023, da cui si aspetta un fatturato in aumento del 23% a 1,1 miliardi, stima di crescere del 10% anche nell’esercizio ‘24-‘25. C’è poi Zegna che, anche grazie alla Tom Ford Fashion, prevede per i prossimi anni una crescita del fatturato medio del 10% e del 20% a livello di utile operativo rettificato. E per supportare la crescita Zegna ha in programma anche un importante piano di nuove aperture, soprattutto per Thom Browne e Ford, e conta di aumentare a 500 il numero dei negozi a gestione diretta che oggi ammontano a 384 unità (di cui 251 solo Zegna).

I ricavi del terzo trimestre

 

Luca Solca, guru del lusso di Bernstein, stima che il comparto nel 2024 crescerà in media del 7% rispetto al 2023. Bank of America Merrill Lynch - che quest’anno ha assistito Tapestry nell’Opa da 8,5 miliardi di dollari su Capri Holding (Versace, Michael Kors e Jimmy Choo) - stima che il 2023 terminerà con un aumento medio dei ricavi dell’11%, ma non azzarda previsioni per il 2024, da cui si aspetta una partenza lenta tra gennaio e marzo. «Fare previsioni sul 2024 è particolarmente difficile, detto questo ci aspettiamo che il settore abbia un trend positivo del 5-7% nel medio e lungo termine - precisa Lunelli - tendenza sostenuta dall’aumento dal numero dei consumatori mondiali, che dai 400 milioni di oggi saliranno a 500 milioni nel 2030, con un contributo alla spesa soprattutto dalle generazioni Y e Z».

Il ruolo delle nuove leve

Già oggi le nuove generazioni hanno decretato il successo di tanti marchi: vale per Moncler, per la rinascita di Miu Miu (+94% nei primi nove mesi del 2023), ma anche per Golden Goose che nel 2024 promette di essere una delle maggiori Ipo di Piazza Affari, con valutazioni fino a 3 miliardi in termini di capitalizzazione. Soffrono invece quelle griffe che non sono ancora riuscite a intercettare appieno il nuovo spirito del tempo, e che vivono una fase di transizione. La prima è Ferragamo, una delle poche insegne del lusso che chiuderà il 2023 in calo e che non è ancora tornata sui livelli di fatturato pre pandemia; l’altra è Burberry che come il marchio fiorentino ha cambiato sia ad sia direttore creativo, ma è ancora in fase di transizione. Quest’ultima, a differenza di Ferragamo, cresce ma meno delle sue stesse previsioni ed è tra le poche nel 2023 ad aver lanciato un “allarme utili”.

Le stime sul fatturato di Bofa

 

Non tramonta invece il fascino di alcuni marchi storici come Hermès e come alcune delle stelle del firmamento di Lvmh, la quale nel 2023 ha registrato ottimi risultati anche per griffe più piccole di Vuitton e Dior come Loro Piana. Inoltre una tendenza consolidata quest’anno è quella dei grandi marchi, da Prada a Zegna, da Chanel a Vuitton, di investire anche nei laboratori a monte della filiera per consolidare e rafforzare la qualità delle produzioni. «L’Italia è protagonista mondiale di un’industria che può essere una locomotiva per l’economia del Paese - conclude Lunelli - le eccellenze del made in Italy sono al vertice di filiere composte di piccole e piccolissime realtà e sono capaci di trascinare con sé territori e settori, di valorizzare interi ecosistemi, generando competenze, occupazione e ricchezza. Per questo è necessario investire in innovazione, formazione e sostenibilità, anche con il sostegno del Governo».

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