Global minimum tax al debutto: obiettivo 220 miliardi di maggiori entrate
di Flavio BiniMILANO – Si complica la vita per le multinazionali abituate a dribblare il Fisco di tutto il mondo. Da quest’anno debutta infatti in molti Paesi la Global Minimum Tax, lo strumento con cui i governi puntano ad introdurre un’aliquota minima effettiva del 15% per le grandi aziende con un fatturato superiore a 750 milioni di dollari e che nelle aspettative dei Paesi potrebbe portare a un aumento del gettito fiscale mondiale di 220 miliardi di dollari, secondo l’Ocse.
L’obiettivo è chiaro: assicurare che le multinazionali paghino il giusto livello di tasse nel Paese in cui operano e non solo in quello in cui hanno la residenza fiscale. Per raggiungere questo obiettivo 139 Paesi – sotto l’impulso dell’Ocse – hanno siglato nel luglio 2021 un accordo che impegnava gli stati in questa direzione. Da allora è cominciato un lungo iter di adozione nelle diverse giurisdizioni fino al 2024, quando la misura è diventata finalmente operativa.
Tra gli Stati in cui la tassa minima debutta da gennaio c…
MILANO – Si complica la vita per le multinazionali abituate a dribblare il Fisco di tutto il mondo. Da quest’anno debutta infatti in molti Paesi la Global Minimum Tax, lo strumento con cui i governi puntano ad introdurre un’aliquota minima effettiva del 15% per le grandi aziende con un fatturato superiore a 750 milioni di dollari e che nelle aspettative dei Paesi potrebbe portare a un aumento del gettito fiscale mondiale di 220 miliardi di dollari, secondo l’Ocse.
L’obiettivo è chiaro: assicurare che le multinazionali paghino il giusto livello di tasse nel Paese in cui operano e non solo in quello in cui hanno la residenza fiscale. Per raggiungere questo obiettivo 139 Paesi – sotto l’impulso dell’Ocse – hanno siglato nel luglio 2021 un accordo che impegnava gli stati in questa direzione. Da allora è cominciato un lungo iter di adozione nelle diverse giurisdizioni fino al 2024, quando la misura è diventata finalmente operativa.
Tra gli Stati in cui la tassa minima debutta da gennaio ci sono già i Paesi dell’Unione Europea, Italia compresa ma soprattutto Irlanda e Lussemburgo, il Regno Unito, la Norvegia, l’Australia, la Corea del Sud e il Canada. Mancano invece all’appello Stati Uniti e Cina, che malgrado abbiano firmato l’accordo nel 2021 ancora non si sono impegnati in riforme specifiche in questo senso.
L’impatto della riforma si prepara a essere significativo. Secondo Jason Ward, analista principale del Centre for International Corporate Tax Accountability and Research interpellato dal Financial Times, la Global Minimum Tax "ridurrà gli incentivi delle aziende a utilizzare i paradisi fiscali e gli incentivi per i Paesi a diventare paradisi fiscali".
I due pilastri
Due i pilastri dell’intesa del 2021. Il primo, ancora in via di recepimento, è in sostanza destinato prevalentemente alle grandi multinazionali tech, perché va a insistere su società con fatturato oltre i 20 miliardi di dollari e un margine di redditività superiore del 10% e punta redistribuire correttamente utili e relative imposte, indipendentemente dalla presenza fisica sul territorio.
La global minimum tax invece riguarda il secondo pilastro e come detto va a insistere su tutte le aziende oltre i 750 milioni. In Italia la norma è stata appena adottata, attraverso un decreto legislativo ad hoc, per recepire la direttiva 2022/2053.
La direttiva
La direttiva europea introduce due regole volte proprio a colpire tutte le fattispecie con cui le grandi multinazionali riescono a schivare i propri obblighi nei confronti del fisco nazionale. La Income Inclusion Rule (IIR) prevede in sostanza un’imposta integrativa da versare da parte delle società in Italia qualora le proprie controllate paghino una minore tassazione in un Paese a fiscalità di vantaggio.
Alle controllanti verrà chiesto di versare la differenza tra il 15% e l’eventuale minore tassazione versata dalle proprie società all’estero. La seconda regola, la Undertaxed Profit Rule (UPR), agisce invece quando la prima regola non può essere applicata perché una delle entità delle società – inclusa la casa “madre” – opera in uno Stato in cui la norma non è in vigore.
La regola prevede quindi ad esempio la possibilità di dedurre fiscalmente i pagamenti effettuati verso entità a cui non si applica la IIR, riequilibrando così l’effetto del mancato pagamento dell’imposta.