✕

Forni (Prometeia): “I salari non recupereranno l’inflazione, a pagare sono i più poveri”

L’economista e direttore generale del centro studi: “L’aumento previsto delle retribuzioni non compensa i cali precedenti: al 2026 la diminuzione reale sarà del 6%”
2 minuti di lettura

«Ci potranno essere alcuni colpi di coda nei prossimi mesi, ma l’inflazione sta tornando alla normalità molto rapidamente: noi la vediamo già quest’anno al 2,1%». Il vero problema, sostiene Lorenzo Forni, economista e segretario generale di Prometeia Associazione, è che gli italiani in questa nuova normalità si ritrovano «più poveri, in particolare quelli con i redditi più bassi ora che i vari strumenti di sostegno sono venuti meno».

Dopo tre anni in cui le retribuzioni sono state erose dall’inflazione, quest’anno dovrebbero tornare a crescere più veloci dei prezzi. Le famiglie recupereranno un po’ di potere d’acquisto?

«È vero, dopo tre anni di erosione salariale sia il 2024 che il 2025 vedono nelle previsioni un piccolo recupero delle retribuzioni reali, di circa l’1% ogni an…

«Ci potranno essere alcuni colpi di coda nei prossimi mesi, ma l’inflazione sta tornando alla normalità molto rapidamente: noi la vediamo già quest’anno al 2,1%». Il vero problema, sostiene Lorenzo Forni, economista e segretario generale di Prometeia Associazione, è che gli italiani in questa nuova normalità si ritrovano «più poveri, in particolare quelli con i redditi più bassi ora che i vari strumenti di sostegno sono venuti meno».

Dopo tre anni in cui le retribuzioni sono state erose dall’inflazione, quest’anno dovrebbero tornare a crescere più veloci dei prezzi. Le famiglie recupereranno un po’ di potere d’acquisto?

«È vero, dopo tre anni di erosione salariale sia il 2024 che il 2025 vedono nelle previsioni un piccolo recupero delle retribuzioni reali, di circa l’1% ogni anno. Ma questo non compensa il calo precedente: alla fine del 2026 la diminuzione sarà comunque intorno ai sei punti. Un altro colpo alla capacità di acquisto e allo stile di vita delle famiglie, che viene dopo vent’anni di salari fermi, caso unico in Europa».

Chi è stato colpito di più?

«Prima di tutto sappiamo che le imprese sono riuscite a difendere bene i propri margini, traslando a valle gli aumenti dei costi. Quello che è calato quindi è il valore aggiunto reale delle famiglie. E sicuramente i redditi più bassi soffrono di più, perché hanno quote più elevate di consumi energetici e alimentari, i settori dove i rincari sono stati maggiori. Per di più per molte famiglie povere l’impatto si vedrà ora, visto che le misure per calmierare l’effetto dei rincari sono venute meno. Rispetto a gennaio del 2021 il costo dell’energia è comunque superiore del 60% e quello degli alimentari del 20».

L’occupazione in compenso continua ad andare bene: cercare un secondo salario per molte famiglie è stata l’arma di difesa del proprio potere di acquisto. Continuerà ad essere così?

«In parte continuerà ad esserlo, ci aspettiamo un ulteriore aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro. E in molti casi si tratta di un secondo percettore di reddito all’interno della famiglia. Spesso però è un reddito povero. Anche in Italia negli ultimi anni c’è stata una sorta di scambio tra salari e occupazione: molte imprese sono in salute e hanno deciso di confermare o aumentare la forza lavoro, anche perché non costa in maniera eccessiva. Questo ragionamento però sta venendo un po’ meno, perché l’economia si sta indebolendo».

Due grandi contratti collettivi, quello del commercio e quello dei metalmeccanici, sono in fase di rinnovo. I sindacati chiedono un pieno recupero dell’inflazione, è possibile?

«Noi prevediamo nei prossimi due anni un aumento delle retribuzioni del 3,5%, con un recupero solo parziale. La mia sensazione è che, con l’inflazione che scende e la congiuntura che rallenta, più passa il tempo e meno i sindacati abbiano margini per spuntare ulteriori aumenti».

Significa che gli italiani usciranno da questo tsunami inflazione più poveri?

«Sì, in particolare i redditi bassi. Il fatto è che queste circostanze in alcuni casi spingono a una reazione, a delle riforme, cosa che invece non si vede».

Quali riforme?

«Per esempio riforme a sostegno dei settori economici più innovativi e produttivi, oppure per la redistribuzione dei redditi. Penso a una forma di salario minimo, che siamo uno dei pochi Paesi in Europa a non avere: è una tutela per i redditi bassi, anche perché di solito indicizzato in modo automatico all’inflazione. E in grado anche di sostenere i consumi»

Leggi i commenti