Lavoratori, poveri, famiglie: le vittime della superinflazione
di Valentina ConteIl pranzo di Natale per i poveri organizzato dalla Caritas a Napoli
ROMA — Ora abbiamo un numero definitivo: 16,2%. È la grande inflazione, trainata prima dalla ripresa post Covid poi dai super rincari dell’energia, che si è abbattuta sugli italiani negli ultimi tre anni. Lo certifica l’Istat grazie ai dati usciti ieri sul mese di dicembre.
La febbre dei prezzi è quasi finita. Il 2023 lascia in eredità al 2024 lo 0,1% appena. Ma il passato recente scotta. Pesa sulle tasche degli italiani e incide sui consumi. I lavoratori recuperano meno di un terzo del potere d’acquisto eroso. I pensionati salvi solo a metà. Le famiglie con figli protette dall’assegno unico rivalutato in pieno. I poveri no, perdono tutto.
Il ciclo dell’inflazione
Il grafico più eclatante di mille parole s…
ROMA — Ora abbiamo un numero definitivo: 16,2%. È la grande inflazione, trainata prima dalla ripresa post Covid poi dai super rincari dell’energia, che si è abbattuta sugli italiani negli ultimi tre anni. Lo certifica l’Istat grazie ai dati usciti ieri sul mese di dicembre.
La febbre dei prezzi è quasi finita. Il 2023 lascia in eredità al 2024 lo 0,1% appena. Ma il passato recente scotta. Pesa sulle tasche degli italiani e incide sui consumi. I lavoratori recuperano meno di un terzo del potere d’acquisto eroso. I pensionati salvi solo a metà. Le famiglie con figli protette dall’assegno unico rivalutato in pieno. I poveri no, perdono tutto.
Il ciclo dell’inflazione
Il grafico più eclatante di mille parole si incontra nella seconda pagina del documento Istat. Quella curva a campana che sale dalla metà del 2021, tocca un picco stratosferico a fine 2022 e poi declina, fino a chiudersi pochi giorni fa. Sembra un’altra vita, ma a dicembre 2022 l’inflazione era all’11,6%. Un anno dopo siamo allo 0,6%.
Se guardiamo alle medie, ecco la progressione: 1,9% di inflazione nel 2021, poi 8,1% nel 2022 e infine 5,7% nel 2023. Una campana, appunto. Che non racconta tutto, come succede alle medie. Perché mese dopo mese, scontrino dopo scontrino, bolletta dopo bolletta, i conti sono andati anche peggio. Specie quando il gas alle stelle ha contagiato il carrello della spesa.
Dice l’Istat che il 16,2% di inflazione che separa il mondo del 2023 da quello pre pandemico del 2019 può essere scomposto in comparti. Un terzo dei beni con rincari attorno alla media, tra il 10 e il 20%, soprattutto servizi e abbigliamento. Più di un quinto è volato oltre il 20%: bollette e alimentari. La chiave per capire l’impoverimento di molti italiani.
Lavoratori
Nel Paese con le retribuzioni più basse d’Europa – e da trent’anni – non stupisce che l’inflazione abbia assestato il colpo finale alle buste paga. Da una parte le imprese, restie a rinnovare i contratti per non coprire l’impennata del caro vita. Dall’altra, l’indice dei prezzi usato per il rinnovo: l’Ipca al netto degli energetici.
Chi ha rinnovato (il 54% dei dipendenti, oltre 6 milioni di lavoratori è ancora scoperto) l’ha fatto a livelli molto più bassi dell’inflazione. Ecco il risultato, sempre dai dati Istat: 12 punti persi di potere d’acquisto tra 2019 e 2023. O meglio 12 punti tra la dinamica dell’inflazione e quella delle retribuzioni contrattuali dei dipendenti. La fotografia peggiora, se includiamo contrattini e partite Iva.
Di sicuro i bonus di questi anni hanno aiutato: la «spesa buona» di Draghi. Come pure il taglio del cuneo contributivo che però sostiene solo i dipendenti fino a 35 mila euro e scade a dicembre.
Pensionati
Protetti dall’indicizzazione automatica all’inflazione, di sicuro i pensionati escono fuori meglio dei lavoratori e delle famiglie da questa fase turbolenta dei prezzi. Non tutti però. Sicuramente quelli con assegni più bassi, fino a quattro volte il minimo (2.200 euro lordi), integralmente rivalutati: hanno recuperato tutta l’inflazione. Ma sopra no.
Il governo Meloni non solo ha ridotto la percentuale di indicizzazione, ma è tornata alle meno convenienti fasce “secche” dagli scaglioni “progressivi” ripristinati da Draghi. Significa che ognuna delle sette fasce recupera la percentuale di inflazione indicata: la prima è al 100%, poi si cala dall’85% al 22%.
La fascia media dei pensionati si è ripresa quindi solo metà dell’inflazione. Non proprio pensioni d’oro. Nei calcoli Cgil, un assegno da 3.800 euro lordi (2.700 netti) perderà nel biennio 2023-2024 circa 4.800 euro lordi, 2.700 netti.
Il governo Meloni si è così assicurato 36,8 miliardi di risparmi nel decennio 2023-2032. E altri 21 miliardi nel ventennio dal recente taglio delle pensioni dei medici e di altri lavoratori pubblici.
Famiglie con figli
L’assegno unico per i figli – al pari delle pensioni, ma senza fasce – gode di un automatismo nell’indicizzazione all’inflazione. Non solo dell’importo base, ma anche delle sue maggiorazioni. E persino del requisito Isee per accedere alla misura.
L’anno scorso l’Isee per avere il massimo dell’assegno è passato da 15 mila a 16.215 euro. Quello per avere il minimo da 40 mila a 43.240 euro. Importi che nel 2024 cresceranno ancora, in base all’inflazione dello scorso anno, a 17 mila e 45 mila euro. Le platee si ampliano.
Rispetto al suo esordio, quando l’assegno oscillava tra 50 e 175 euro al mese per un figlio, ora vale tra 57 e 200 euro. Una salvaguardia importante che però pesa sui bilanci pubblici. L’Inps, nel bilancio preventivo per il 2024 approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza lo scorso 19 dicembre, dice che «l’incremento percentuale più significativo delle spese riguarda le famiglie: 24,3 miliardi, +11% sul 2023».
I poveri
In controtendenza, rispetto alle altre spese sociali e anche a quanto accade in altri Paesi europei, i poveri non vengono protetti dalle fiammate dell’inflazione. Il Reddito di cittadinanza, in vigore fino al 31 dicembre scorso, non viene rivalutato al caro vita. E neanche il requisito Isee per accedervi.
I beneficiari di questi anni dunque hanno visto il loro assegno svalutarsi del 16,2%. È come se in media avessero preso 421 euro al mese anziché 563. Eppure, come racconta l’Istat, ad essere i più colpiti da questa inflazione trainata da energia e alimentari sono proprio i più poveri.
Il primo quinto della popolazione ha registrato quasi il doppio dell’inflazione del quinto più ricco nel suo picco di fine 2022: quasi venti punti contro dieci. La forchetta è andata via via a ridursi, ma esiste ancora.
La stessa Istat dice che senza i sussidi per le bollette l’indice di povertà sarebbe salito di altri sette decimi. Bankitalia quantifica che senza Reddito di cittadinanza avremmo avuto un milione di poveri in più durante il Covid. Altri tempi. La povertà non è nei radar di questo governo che ha abolito il Reddito. E non pensa a indicizzare il suo sostituto.