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Deficit alto e promesse. La cambiale da 30 miliardi che congela il governo

(ansa)

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Arriverà il cartellino giallo di Bruxelles per il disavanzo 2023. Poi altri 12 miliardi di tagli per il nuovo Patto. La speranza di un taglio dei tassi Bce si scontra con i dati sull’inflazione nell’area Euro
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ROMA — Se è «presto per parlare di manovra correttiva», come diceva giovedì la premier Meloni in conferenza stampa, non è presto per dire che questo governo in economia ha le mani legate. Il 2024 sarà l’anno in cui l’Italia tornerà a vedere il cartellino giallo da Bruxelles. Entrerà in procedura per deficit eccessivo. E se dopo non seguirà una richiesta di aggiustamento dei conti, è solo perché a giugno ci sono le elezioni europee.

Dopo però il percorso si metterà in salita. Scavallata l’estate, la nota di aggiornamento del Def – il documento che contiene i fondamentali dell’economia e finanza del Paese – sarà la più complicata da molti anni a questa parte. L’esecutivo che oggi dorme in apparenza sonni tranquilli dovrà tirare giù la maschera, spegnere i trionfalismi e mettere in fila i numeri.

ROMA — Se è «presto per parlare di manovra correttiva», come diceva giovedì la premier Meloni in conferenza stampa, non è presto per dire che questo governo in economia ha le mani legate. Il 2024 sarà l’anno in cui l’Italia tornerà a vedere il cartellino giallo da Bruxelles. Entrerà in procedura per deficit eccessivo. E se dopo non seguirà una richiesta di aggiustamento dei conti, è solo perché a giugno ci sono le elezioni europee.

Dopo però il percorso si metterà in salita. Scavallata l’estate, la nota di aggiornamento del Def – il documento che contiene i fondamentali dell’economia e finanza del Paese – sarà la più complicata da molti anni a questa parte. L’esecutivo che oggi dorme in apparenza sonni tranquilli dovrà tirare giù la maschera, spegnere i trionfalismi e mettere in fila i numeri.

Le misure che scadono

Servono 15 miliardi solo per non cancellare il taglio al cuneo e all’Irpef che scadono quest’anno. Per non parlare degli altri pacchetti infilati nella manovra appena approvata, dalla famiglia alle pensioni, dalla sanità al canone ribassato della Rai, dagli sgravi per le mamme a quelli per il lavoro. Tutto provvisorio, tutto da confermare. O da abbandonare. Con un altissimo costo politico.

Senza poi pensare alle promesse elettorali. Dalla flat tax per tutti a cui arrivare passando quantomeno da tre a due aliquote Irpef all’abolizione della legge Fornero che la Lega pensa di aggirare con Quota 41. Dal quoziente famigliare agli asili nido gratis per tutti, così cari ai Fratelli d’Italia. Bandierine di partito che verranno ammainate una ad una, come già successo per le pensioni a mille euro di Forza Italia. Inevitabile.

Il nuovo Patto di stabilità

Anche perché non si tratta solo di assemblare un’altra manovra prudente ed equilibrata, come piace al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma di piazzare l’Italia sul sentiero del nuovo Patto di stabilità e crescita, quello approvato a metà dicembre e che il governo considera quasi una vittoria italiana. L’Istituto Bruegel calcola in 12 miliardi all’anno per sette anni l’entità della correzione per rimettere il deficit, ma soprattutto il debito dell’Italia a dieta stretta. Soldi che vanno sommati a quelli di una manovra già stellare sotto il profilo della fattibilità.

Partire da 30 miliardi vale più di un freno a mano. «Preferisco tagliare le spese piuttosto che alzare le tasse», insisteva Meloni giovedì. Facendo finta di scordare quante tasse ha messo nelle sue prime due manovre. E quante ne dovrà mettere, se non riuscirà a snellire le uscite. Non basteranno i tagli lineari ai ministeri, già introdotti e ancora non realizzati. Né 21 miliardi di privatizzazioni, difficilissimi da incassare e inutili ai fini delle coperture perché già incamerati nei conti per abbassare il debito.

Tagliare la spesa

Servirà disboscare a fondo. Nessuno c’è riuscito, senza intaccare la spesa sociale. I medici, alla fine di questo mese, torneranno a scioperare. Le tensioni e le emergenze non sono sopite. Le crisi industriali galoppano e non si chiudono, a partire da Ilva. La premier Meloni spera nel fattore esterno, lo stellone della Bce che abbassando i tassi potrebbe fare un favore all’Italia, sgonfiando un poco la sua enorme spesa per interessi che veleggia verso i 100 miliardi. Una speranza non troppo ben riposta. Perché l’inflazione ha rialzato la testa in Europa, mentre da noi si raffredda. Non è scontato dunque che Francoforte agisca. E neppure che lo faccia a stretto giro, prima di giugno. Farci affidamento può essere un altro errore del governo.

L’incertezza del momento pesa molto sui bilanci di imprese e famiglie. Il Paese «in pausa e annidato nel presente», descritto dal rapporto Coop, con gli italiani che «si acconciano a una vita fatta di piccole cose», rimanda una percezione di timore, di diffidenza. Significa consumi e investimenti quanto basta per tirare avanti. Altro che auto e casa nuovi, vacanze all’estero e sport per i figli. Altro problema per un governo che prevede il Pil in crescita all’1,2% quando Bankitalia ne vede la metà, 0,6%.

Niente più alibi

Scompaiono poi i nemici giurati di questo governo. La «più grande truffa dello Stato», come l’ha definita Meloni, ovvero il Superbonus di fatto non esiste più. Lo sconto è sceso, come da legge, al 70%. La cessione dei crediti e lo sconto in fattura sono vietati. Le eccezioni – pure quelle messe da questo governo di destra – finite. L’altro arci nemico è stato finalmente abolito, nessuno più sentirà parlare di Reddito di cittadinanza. I poveri andranno tutti a lavorare o anche no, ma non importa.

Questo però significa che ora il governo Meloni non ha più alibi. Non può distribuire colpe al passato. Non può invocare fantasmi, come pure – sul piano politico – sembra ora fare la premier. Nessun vittimismo è possibile per un Paese che ha incassato già 100 miliardi del Pnrr, la metà. Ora deve spenderli. E spenderli bene.

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