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Nelle urne un test sulla tenuta dell’Unione

La maggioranza resterà la stessa ma senza una leadership forte sarà difficile avere una crescita duratura
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«È quasi sicuro che avremo una recessione. È abbastanza chiaro che i primi due trimestri del prossimo anno lo dimostreranno». Circa un mese fa Mario Draghi preconizzava per il 2024 nuovi problemi economici. Non si riferiva solo all’Italia, ma all’Europa intera. Ecco, il 2024 per l’Ue potrebbe iniziare sotto questo segno. I 27 Stati membri da almeno tre anni sono costretti a fare i conti con una crescita asfittica. A parte il “rimbalzo” post-Covid del 2022, i dati sul Pil negli ultimi anni sono stati quasi sempre a scartamento ridotto. Per il nostro Paese, poi, da prefisso telefonico. Che ci sia qualcosa da cambiare, come ha spiegato con forza lo stesso ex presidente della Bce, è ormai chiaro. Non si tratta solo di regole, ma anche di sistema produttivo e competitivo.

I rischi per l’Unione

La riforma del …

«È quasi sicuro che avremo una recessione. È abbastanza chiaro che i primi due trimestri del prossimo anno lo dimostreranno». Circa un mese fa Mario Draghi preconizzava per il 2024 nuovi problemi economici. Non si riferiva solo all’Italia, ma all’Europa intera. Ecco, il 2024 per l’Ue potrebbe iniziare sotto questo segno. I 27 Stati membri da almeno tre anni sono costretti a fare i conti con una crescita asfittica. A parte il “rimbalzo” post-Covid del 2022, i dati sul Pil negli ultimi anni sono stati quasi sempre a scartamento ridotto. Per il nostro Paese, poi, da prefisso telefonico. Che ci sia qualcosa da cambiare, come ha spiegato con forza lo stesso ex presidente della Bce, è ormai chiaro. Non si tratta solo di regole, ma anche di sistema produttivo e competitivo.

I rischi per l’Unione

La riforma del Patto di stabilità siglata poco prima di Natale e che adesso dovrà superare l’esame del Parlamento europeo, sarà sufficiente a riattivare il volano dell’economia continentale? I dubbi, in effetti, non mancano. Rispetto alla proposta iniziale della Commissione Ue, l’esito finale determinato dalla volontà “numerica” della Germania ha di nuovo reso quelle regole piuttosto rigide. Meno di quelle di prima, ma comunque con un grado di flessibilità probabilmente insufficiente.

Il rischio che l’Unione ripiombi nella spirale mortifera dell’austerity è piuttosto concreto. Basti pensare all’Italia. A giugno, subito dopo le elezioni europee, la Commissione aprirà nei nostri confronti la procedura per deficit eccessivo. Saremo in buona compagnia: anche la Francia farà parte della “lista nera”. Quale sarà l’effetto? È evidente che una contrazione nelle spese di questi Paesi sarà inevitabile. È anche vero che il disavanzo italiano nel 2023 sarà ben oltre il 5 per cento sul Pil, un dato decisamente fuori da qualsiasi parametro accettabile. Se a questo, però, si associano le regole del nuovo Patto, gli spazi per smentire le previsioni Draghi diventano angusti. Bisognerà ridurre il deficit entro quattro o sette anni in modo sostanziale. La soglia indicata è l’1,5 per cento per il deficit strutturale. Strutturale e non nominale, quindi un po’ meno impegnativo perché depurato da circostanze cicliche o misure una tantum. Insomma non del tutto incline a politiche procicliche incapaci di invertire i trend negativi. Ma comunque si tratta di un obiettivo molto pesante. Sempre nell’ordine di tagli per una decina di miliardi di euro. Tagli, perché difficilmente saremo aiutati dalla crescita. La Banca d’Italia ha già avvertito che il Pil quest’anno non crescerà oltre lo 0,6 per cento. La Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza del governo prevedeva un rotondo 1 per cento. È evidente che i conti già non tornano. Per di più in una fase in cui anche il debito non riesce a calare. Anzi, ormai è stato ritoccato il record assoluto: quasi 2.900 miliardi.

L’Unione europea, dunque, dovrà affrontare la prossima campagna elettorale con lo spettro della recessione. Per i governi e per le forze politiche, soprattutto di maggioranza, non è mai semplice rivolgersi agli elettori senza poter fare promesse roboanti e soprattutto credibili. In effetti le Europee saranno un test in particolare sulla tenuta dell’Unione. In gioco, appunto, non c’è solo l’economia ma il futuro dell’Ue. La possibilità che il percorso di integrazione continui a compiere passi avanti e non si fermi davanti agli egoismi nazionalisti. O meglio alle miopie sovraniste che solleticano le viscere protestarie di parte dei cittadini ma non forniscono alcuna soluzione alle sfide di questo millennio globalizzato.

Il vertice di febbraio

Lo si è visto anche in occasione della revisione del bilancio comunitario. All’ultimo Consiglio europeo di dicembre, il veto dell’Ungheria di Orban ha bloccato le nuove poste. In particolare 17 dei 51 miliardi destinati agli aiuti per l’Ucraina. Si sono persi anche 9 miliardi previsti per affrontare l’emergenza migratoria. Il sovranismo di Budapest ha paralizzato l’Europa e di fatto colpito anche l’“amica” Giorgia Meloni, senza offrire risposte o soluzioni. Il primo febbraio si terrà un vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo per superare quel blocco. E sarà l’occasione per verificare se nelle procedure decisionali dell’Unione, piuttosto vischiose, i 27 partner riusciranno ad avere un sussulto unitario e pragmatico.

È ormai chiaro che le vecchie norme sull’unanimità sono il retaggio di un passato ormai incoerente rispetto alle esigenze di una Ue allargata e di un’epoca che reclama velocità nelle scelte. A marzo, sempre il Consiglio europeo potrebbe avviare un percorso per modificare i Trattati e adeguare almeno questa parte delle regole. Non sarà un iter semplice né breve, ma indispensabile anche per affrontare le eventuali nuove difficoltà della nostra economia.

Alla fine sarà questo il tema vero delle elezioni europee. Prospettare una possibilità di benessere ai cittadini dell’Unione. La nuova Commissione che nascerà sulla base dei risultati elettorali inevitabilmente dovrà avere queste aspettative al centro del suo programma. I sondaggi non assegnano differenze sostanziali rispetto al 2019. La maggioranza si reggerà ancora sull’alleanza tra Popolari, Socialisti e Liberali. Rispetto a cinque anni fa, però, il mondo è cambiato. La pandemia ha stravolto la prospettiva. Le guerre, quella in Ucraina e quella in Medio Oriente, hanno fatto reprecipitare l’Europa in un bacino di incertezza. Senza un’Ue forte quella incertezza aumenterà. Senza una leadership forte sarà complicato uscirne e sarà difficile garantire una fase di crescita economica duratura.

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