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Ex Ilva, Palombella (Uilm): “Basta con le bugie di Mittal, lo Stato ritorni socio di maggioranza”

Intervista al segretario dei metalmeccanici della Uil, operaio dello stabilimento per 25 anni: “No all’amministrazione straordinaria, per Taranto sarebbe un disastro”. Chiudere gli impianti? “Ci troveremo di fronte ad una Bagnoli moltiplicata per dieci”. Alle 19 incontro sindacati-governo a Palazzo Chigi
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“Ci aspettiamo che il governo ci dica che prenderà il controllo dell’azienda. Basta con i giochi e i giochini del socio privato Arcelor Mittal. Basta farsi ingannare, altrimenti rimarranno solo le macerie e nessun altro partner privato sarò pronto a scommetterci. Prima il governo ha provato a tenerli dentro o a trovare un’uscita consensuale. Ormai è chiaro che non si può fare, basta stare nel limbo”. Rocco Palombella non è solo il segretario della Uilm, ma è un ex dipendente dell’Ilva di Taranto, dove è entrato quando aveva 18 anni e dove ha lavorato per oltre 25 anni. Conosce ogni angolo della acciaieria ed è convinto che non si possa più aspettare. Questa sera alle 19 tornerà a Palazzo Chigi per incontrare il governo a due giorni di distanza dal confronto con i soci privati di Acciaierie d’Italia. Confronto che non ha prodotto soluzioni, ma una rottura netta, anche se poi Mittal ha provato a correggere il tiro.

“Ci aspettiamo che il governo ci dica che prenderà il controllo dell’azienda. Basta con i giochi e i giochini del socio privato Arcelor Mittal. Basta farsi ingannare, altrimenti rimarranno solo le macerie e nessun altro partner privato sarò pronto a scommetterci. Prima il governo ha provato a tenerli dentro o a trovare un’uscita consensuale. Ormai è chiaro che non si può fare, basta stare nel limbo”. Rocco Palombella non è solo il segretario della Uilm, ma è un ex dipendente dell’Ilva di Taranto, dove è entrato quando aveva 18 anni e dove ha lavorato per oltre 25 anni. Conosce ogni angolo della acciaieria ed è convinto che non si possa più aspettare. Questa sera alle 19 tornerà a Palazzo Chigi per incontrare il governo a due giorni di distanza dal confronto con i soci privati di Acciaierie d’Italia. Confronto che non ha prodotto soluzioni, ma una rottura netta, anche se poi Mittal ha provato a correggere il tiro.


Il socio privato ha però detto che sono pronti a dire sì alle richieste del governo, a patto che venga mantenuta la governance. Siamo ad un’ulteriore puntata della telenovela?
“E’ l’ennesimo bluff da parte di Mittal, sta dicendo le stesse cose da mesi. Sono solo cose inesatte, bugie. Lo Stato deve esercitare l’opzione per salire in maggioranza, cercare e nominare un amministratore delegato di fiducia, affrontare i problemi contingenti per proseguire l’attività, rifornendosi di materie prime e cercando un accordo con i fornitori. Insomma è necessario dare ossigeno per far respirare il sistema. E poi fare un piano industriale. Sa qual è la prima cosa che dovrà fare il nuovo amministratore delegato…”

Che cosa?
“Riattivare tutti gli impianti a freddo, sono quelli che danno un valore aggiunto alla produzione di Taranto. L’azienda li ha fermati tutti, dimezzando la produzione. Con solo la produzione di bramme non si va avanti. Perché il tubificio e i treni dei nastri sono fermi? Non ci sono tante alchimie, bisogna risalire da un punto di vista produttivo”.

Intanto in Ilva c’è un altro amministratore delegato e il socio indiano si fa forte degli accordi sottoscritti. Cosa dovrebbe fare il nuovo ad, entrare scortato dai carabinieri in acciaieria?
“Se necessario si, non vedo altre soluzioni. Qui non c’è più tempo da perdere. E’ chiaro che gli indiani non vogliono mettere soldi nell’ex Ilva. E se il Re è nudo devo ammettere che il merito è anche del ministro Fitto”.

Perché?
“Fitto ha riattivato l’immunità legale, che era stata eliminata dal governo Conte, e possibilità di acquisto dell’azienda anche in caso di confisca. Due macigni, che Mittal considerava inadempienze dello Stato, che Fitto ha rimosso, portando alla luce il vero problema: Mittal fin dall’inizio aveva deciso di non rimanere più a Taranto, ma prima vuole distruggere l’acciaieria".


C’è chi invoca la strada dell’amministrazione straordinaria o controllata al posto della ricapitalizzazione e salita dello Stato. Si può fare?
“No, si replicherebbe quello che è successo nel 2015, con morti e feriti. Sarebbe una soluzione che porterebbe Taranto alla disperazione. Io capisco che in questo momento regni la confusione, si temano i contenziosi legali, ma bisogna salvaguardare l’azienda, i lavoratori, gli appalti. Perché su queste basi si può ripartire. Se si perde l’indotto si perde Taranto e l’ex Ilva”.

Il sindacato cosa è pronto a fare?
“Noi siamo pronti a fare un patto su un progetto concreto per salvaguardare il patrimonio. Un patto che coinvolga noi, i lavoratori, il territorio, gli enti locali e il governo. Siamo pronti a impegnarsi sul progetto dell’acciaio green, studiando un cronoprogramma serio, non quello proposto da Mittal, senza però spegnere prima gli altoforni”.

Perché?
“Per noi le cose devono andare in contemporanea. Se si spengono gli altoforni poi quelli elettrici non si realizzano più, come è successo a piombino. E’ stato spento nel 2014, ma non hanno mai ricevuto quelli elettrici. Ora si muove qualche solo causa solo causa crisi energetica e guerra”.

C’è invece chi dice che l’ex Ilva va spenta per una questione di inquinamento e salute del territorio. Cosa risponde?
“Gli stabilimenti siderurgici non si chiudano, ma si trasformano, si rinnovano, si cambiano, ma non si chiudono. Spegnendo Taranto non ci troveremo nella situazione di Piombino, ma ci troveremo di fronte ad una Bagnoli moltiplicata per dieci volte. Non esistono risorse economiche e tecnologiche in grado di risanare siti produttivi come le acciaierie. Chiudere l’Ilva non vuol dire portare al risanamento dell’ambiente e del territorio. Puntiamo sul green, riducendo l’inquinamento, ma non possiamo disfarci dell’Ilva. Se una strada è pericolosa non la chiudi, la migliori”.

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