Per estromettere gli indiani contenzioso lungo e costoso. Urso cerca nuovi manager
di Giovanni PonsMilano —L’ipotesi di una seconda amministrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia, dopo quella già in essere dell’Ilva, è probabilmente la strada più impervia che si possa percorrere. Il socio ArcelorMittal verrebbe automaticamente estromesso ma al prezzo di un probabile contenzioso legale. Inoltre verrebbero congelati i pagamenti verso i fornitori e anche verso tutto l’indotto che gravita intorno alla fabbrica di Taranto con gravi danni per l’occupazione e per gli imprenditori che lavorano con essa. Se poi si aggiunge che per almeno sei mesi, ma forse un anno, l’azienda dovrebbe essere gestita dai commissari straordinari, che poco sanno di aziende dell’acciaio, di acquisto di materie prime, di semilavorati e altro, il rischio concreto è che tra un anno dell’ex Ilva di Taranto rimangano solo le macerie.
L’entourage del ministro Urso da una parte ha diffuso la possibilità del commissariamento - in base al decreto del marzo 2023 che assegna al socio pubblico con almeno il 30% del …
Milano —L’ipotesi di una seconda amministrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia, dopo quella già in essere dell’Ilva, è probabilmente la strada più impervia che si possa percorrere. Il socio ArcelorMittal verrebbe automaticamente estromesso ma al prezzo di un probabile contenzioso legale. Inoltre verrebbero congelati i pagamenti verso i fornitori e anche verso tutto l’indotto che gravita intorno alla fabbrica di Taranto con gravi danni per l’occupazione e per gli imprenditori che lavorano con essa. Se poi si aggiunge che per almeno sei mesi, ma forse un anno, l’azienda dovrebbe essere gestita dai commissari straordinari, che poco sanno di aziende dell’acciaio, di acquisto di materie prime, di semilavorati e altro, il rischio concreto è che tra un anno dell’ex Ilva di Taranto rimangano solo le macerie.
L’entourage del ministro Urso da una parte ha diffuso la possibilità del commissariamento - in base al decreto del marzo 2023 che assegna al socio pubblico con almeno il 30% del capitale la facoltà di promuoverlo se il cda non lo facesse - dall’altra ha avviato la ricerca di manager esperti di acciaio per condurre l’azienda, segno che si vuole mantenere la continuità aziendale.
Dunque se si vuole evitare il trauma del commissariamento al governo rimangono due strade: cercare di definire in maniera consensuale l’uscita di Mittal dall’azionariato, oppure arrivare a un nuovo accordo con gli indiani su azionariato e governance più razionale ed equilibrato di quello ancora in vigore del 2020. Gli avvocati delle due parti, Cleary Gottlieb per Mittal e lo studio Chiomenti per Invitalia, si sono messi al lavoro ma sbrogliare la matassa non è facile e richiede tempo. E poi occorre tener presente la variabile soldi: il governo in questa fase non è certo propenso a spendere e sta cercando di individuare la strada più economica. Far uscire Mittal dalla società significa infatti comprare la sua quota e compensare eventuali contenziosi legali, a cui si aggiungerebbero i futuri esborsi per acquistare gli impianti dai commissari e l’immissione di liquidità per far andare avanti l’azienda.
Trovare un nuovo accordo significa invece andare a discutere di tutto ciò che non ha funzionato negli ultimi tre anni. Gli indiani hanno aperto alla loro discesa in minoranza ma vogliono mantenere la cogestione dell’azienda. Ma questo era già previsto dagli accordi dal contratto del 2020 dunque non è una grande concessione. Convertendo in capitale i 680 milioni versati a inizio 2023 Invitalia salirebbe al 60% e avrebbe diritto a nominare l’ad dell’azienda, su cui sono concentrati quasi tutti i poteri di gestione. Il vero nodo da sciogliere sarebbe quello dei successivi aumenti di capitale, a cui Mittal non vuole contribuire sostenendo che Invitalia non ha fatto fronte ai suoi impegni del 2020 che prevedevano il versamento di 1,6 miliardi aggiuntivi, poi diventati 2,1 miliardi nel maggio 2022. Ma come Repubblica ha potuto appurare quegli impegni contenuti nell’”Accordo di investimento e patti parasociali” (contratto riservato ma non segreto) erano da intendersi come supporto da parte del governo a sostenere l’azienda in alcune partite, come l’ottenimento dei certificati CO2, dei certificati bianchi, dei contratti di sviluppo, del patrimonio destinato. Tutte cose che Invitalia non poteva certo vincolarsi a corrispondere.