TORINO — Prima tappa? Il 17 gennaio, mercoledì prossimo, quando gli avvocati di Invitalia e ArcelorMittal avranno esaurito il loro tempo per trovare un’intesa sull’uscita del gruppo franco-indiano da Acciaierie d’Italia. La prima certezze, al momento, insieme al fatto che la road map indicata dal governo Meloni ai sindacati metalmeccanici, per bocca del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, prevede una seconda scadenza ravvicinata. Il 18 gennaio, giovedì, è fissato un nuovo incontro con Fim, Fiom e Uilm per spiegare qual è lo stato dell’arte.
L’altra certezza nel futuro delle Acciaierie, contestualmente all’uscita di Mittal, che nel 2017 ha vinto la gara per aggiudicarsi gli impianti ex Ilva, è l’arrivo in ogni caso di un secondo commissario. Può cambiare solo il modo attraverso il quale il commissario attraverserà i cancelli del sito di Taranto. Se si troverà un “accordo consensuale di divorzio” sarà il consiglio di amministrazione dell’ex Ilva a chiedere l’amministrazione straordinaria. In caso di rottura totale, invece, sarà Invitalia a invocare il commissario grazie all’articolo 2 del decreto ex Ilva approvato a marzo dello scorso anno. Su questo secondo passaggio i tempi sono incerti. Il governo vuole fare in fretta, lo scouting delle figure più adatte da parte del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, è già iniziato, e l’obiettivo è quello di bruciare le tappe. Se si arriverà con un accordo sarà più facile, in caso contrario Arcelor, che oggi ha il 62% di Acciaierie ed esprime l’amministratore delegato, Lucia Morselli, potrebbe iniziare una battaglia legale a partire dall’ammissibilità del cosiddetto decreto ex Ilva. Mantovano, però, in ogni caso ha garantito ai sindacati la disponibilità dei fondi necessari sia per la produzione sia per il mantenimento dell’occupazione.
Agli avvocati delle due parti, Cleary Gottlieb per Mittal e lo studio Chiomenti per Invitalia, si sono aggiunti anche i legali di fiducia della ad Morselli per tentare di trovare una via d’uscita morbida. Molto dipenderà, più che dai nodi burocratici, da quanto chiederà il gruppo franco-indiano come indennizzo. Nel 2017 si è aggiudicato gli impianti per 1,8 miliardi e ha promesso, in tutto, 4 miliardi di investimenti. Quanti quattrini ha messo realmente? Se le richieste avanzate saranno spropositate difficile che Invitalia, in contatto continuo con il governo, possa accettare. Per i ministri di Meloni sarà l’ennesima dimostrazione del fatto che i Mittal non vogliono trovare un’intesa come è emerso nel faccia a faccia dell’8 gennaio.
L’esecutivo guarda già avanti e si prepara a ogni scenario. La ministra del Lavoro, Marina Calderone, si dice fiduciosa su una soluzione alternativa a Mittal confermando l’apertura di un tavolo per affrontare tutti i temi legati all’occupazione, cassa integrazione compresa, oltre che alla sicurezza. “Questo nuovo scenario — spiega — ci richiede riflessioni ulteriori”.
Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, è in linea con i leader metalmeccanici: “C’è bisogno che lo Stato entri e assuma questa attività come strategica per il nostro Paese”. E aggiunge: “Un Paese industriale manifatturiero senza una seria e avanzata industria siderurgica non ha un futuro. È il momento di assumersi la responsabilità e di recuperare tutti i ritardi che in questi anni ci sono stati”. A Taranto non si ferma la protesta degli autotrasportatori, mentre martedì 16 è prevista un’assemblea pubblica convocata dalle associazioni.