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Lo spettro di Trump e le fragilità dell’Europa: Davos gela l’ottimismo dei mercati

In Svizzera si apre il World Economic Forum: gli economisti prevedono un aumento della frammentazione politica e crescita molto debole soprattutto nel Vecchio Continente. Disinformazione e divisioni sociali tra i rischi maggiori, nell’anno che potrebbe riportare il tycoon alla Casa Bianca. Giorgetti prova a spingere il dossier privatizzazioni
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Visto da Davos, l’ottimismo con cui i mercati hanno approcciato questo 2024 appare fuorviante. Sarà il gelo delle Alpi svizzere, fino a meno 16 questa settimana, che raffredda gli entusiasmi. O più probabilmente la prospettiva larga con cui il World Economic Forum e i 2800 leader politici, manager ed economisti che da oggi a venerdì lo animeranno si sforzano – almeno qui – di guardare alle cose. Vero, allora: lo scenario base dice che l’economia globale potrebbe superare lo choc inflattivo evitando la temuta recessione, il cosiddetto “atterraggio morbido”, con le Banche centrali che a un certo punto dell’anno invertiranno la loro stretta monetaria. Ma dietro l’emergenza prezzi, più in profondità, il mondo sembra precipitare nell’incertezza di una crescente frammentazione geoeconomica: guerre calde e fredde, tensioni crescenti che impattano su una crescita già anemica, la necessità di affrontare grandi temi senza passaporto come quello climatico mentre la cooperazione minaccia di trasf…

Visto da Davos, l’ottimismo con cui i mercati hanno approcciato questo 2024 appare fuorviante. Sarà il gelo delle Alpi svizzere, fino a meno 16 questa settimana, che raffredda gli entusiasmi. O più probabilmente la prospettiva larga con cui il World Economic Forum e i 2800 leader politici, manager ed economisti che da oggi a venerdì lo animeranno si sforzano – almeno qui – di guardare alle cose. Vero, allora: lo scenario base dice che l’economia globale potrebbe superare lo choc inflattivo evitando la temuta recessione, il cosiddetto “atterraggio morbido”, con le Banche centrali che a un certo punto dell’anno invertiranno la loro stretta monetaria. Ma dietro l’emergenza prezzi, più in profondità, il mondo sembra precipitare nell’incertezza di una crescente frammentazione geoeconomica: guerre calde e fredde, tensioni crescenti che impattano su una crescita già anemica, la necessità di affrontare grandi temi senza passaporto come quello climatico mentre la cooperazione minaccia di trasformarsi in un gioco a somma zero. Il tema di questo Forum è Rebuilding trust, ricostruire la fiducia, ma sembra più un auspicio che un progetto realistico, specie in questo anno di elezioni decisive che proiettano “disinformazione” e “spaccature sociali” al vertice della lista dei rischi. Rischi dietro cui si intravvede lo spettro di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, con la sua agenda isolazionista e la pratica del caos come strategia politica: l’elefante dentro il Congress Center di Davos.

La fragilità dell’Europa

In questa caotica transizione verso un post-globalizzazione tutto da inventare l’Europa sembra a molti il vero vaso di coccio. “Fragile”, come ha ripetuto nelle sue ultime uscite Mario Draghi, al lavoro su un dossier che dovrebbe immaginarne il futuro competitivo. Lo conferma il classico sondaggio tra una sessantina di capi economisti che lancia i lavori del Forum: rispetto allo scorso settembre le loro aspettative sulla crescita europea sono precipitate, tre su quattro la indicano come “debole” o “molo debole”, nettamente sotto a tutte le altre geografie. L’atterraggio, forse, sarà morbido anche nel Vecchio Continente, ma senza benzina nel serbatoio per ripartire. Sono tornate le politiche industriali, dicono gli economisti, Stati Uniti e Cina investono centinaia di miliardi su industrie strategiche e tecnologie di frontiera. L’anno scorso, qui al Forum, Ursula von der Leyen lanciò l’idea di un fondo sovrano europeo, che doveva essere la risposta dell’Unione alle superpotenze. Non se n’è fatto nulla. Von der Leyen torna quest’anno, alla vigilia di elezioni europee che forse conterranno l’avanzata dei sovranisti, ma pochi credono possano produrre una leadership più forte.

La crisi delle potenze

Tutte le potenze, per motivi diversi, sono in crisi, ed è questo il motivo per cui a Davos le assenze pesano quanto le presenze. Gli Stati Uniti entrano nell’anno elettorale spaccati all’interno, con l’ipotesi di rivedere alla Casa Bianca quel Trump che qui al Forum, nel 2018, sbandierò il suo “America First” tutto dazi e picconate alle istituzioni multilaterali, e ora minaccia l’uscita dalla Nato: non ci sarà Biden, toccherà al segretario di Stato Blinken e al consigliere per la Sicurezza nazionale Sullivan mostrare al mondo che l’America è ancora una guida. Mentre per la Cina che ha esaurito un modello di crescita, e deve ancora trovarne un altro, non ci sarà Xi, ma il premier Li Qiang. Come da tradizione, il Forum non guarda in faccia al tipo di regime: sul suo palco si affacceranno i leader di aspiranti potenze come il Qatar, quelli di tanti Paesi emergenti sempre più preoccupati per l’impatto di una Guerra fredda 2.0. Ma in questo mondo che torna a misurare la potenza con criteri antichi, è l’Europa a subire il prezzo più alto delle crisi. Quella Ucraina, che si è incancrenita ai suoi confini e l’ha lasciata con un prezzo dell’energia più alto dei concorrenti. Zelensky sarà qui martedì, in uno dei suoi momenti più difficili dall’inizio della guerra, per chiedere agli alleati di non essere abbandonato, forse incontrerà Blinken. E la crisi in Medio Oriente, che minaccia di espandersi e già blocca i commerci attraverso il canale di Suez. Tra i leader dell’Unione ci sarà Macron, per rilanciare la sua idea di “sovranità europea”, ma mancherà l’altra metà dell’equazione, cioè il cancelliere tedesco Scholz.

I colossi dell’AI

Tra gli elementi che galvanizzano i mercati ci sono le prospettive dell’Intelligenza artificiale. E gli economisti del Forum, dove questo sarà un tema centrale, concordano: porterà un beneficio di produttività, anche se con effetti su occupazione e società tutti da verificare. L’Europa ha battuto un colpo, il suo AI Act è la prima legislazione ad ampio spettro sull’intelligenza artificiale. Eppure, visto attraverso gli ospiti di Davos, il rischio è che l’Unione provi ad arbitrare una partita i cui campioni giocano altrove: Sam Altman di OpenAI, Satya Nadella di Microsoft, Google e Intel, sono i big americani a spingere la frontiera più in là, raccogliendo i benefici di questa nuova corsa all’oro e allo sviluppo, inseguiti (a distanza di sicurezza) dai rivali cinesi.

Giorgetti e le privatizzazioni

Nella fragilità dell’Europa, quella dell’Italia. L’anno scorso il governo dei sovranisti si fece rappresentare a Davos solo ministro dell’Istruzione Valditara, non esattamente un esponente di primo piano, questa volta sarà presente il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, alla sua prima uscita sotto la Montagna incantata di Thomas Mann. L’ottimismo dei mercati riguarda anche il nostro Paese, vedere lo spread ai minimi e i giudizi delle agenzie di rating, per cui la stabilità politica conta più di tutto, anche di una crescita tornata zero virgola e di conti pubblici su un sentiero strettissimo. Giorgetti proverà a cavalcare l’onda spingendo con la comunità degli investitori, presenti in massa in Svizzera, un dossier chiave dei prossimi mesi come quello delle privatizzazioni. Poi interverrà a un incontro con altri leader continentali dal titolo “costruire l’Europa di domani”. La decisione del governo di non approvare il Mes schiera l’Italia più sul fronte dei problemi, che su quello delle soluzioni.

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