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Mes, processo a Giorgetti. L’Ue studia il piano B: “Abbiano meno difese”

Gramegna: “Deploro la decisione di Roma. Occasione persa per rendere l’euro più resiliente”. Il presidente dell’Eurogruppo Donohoe: “Valutiamo le conseguenze, torneremo sull’argomento”
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BRUXELLES – Un “Piano B” per un nuovo Mes. Per aggirare il “no” pronunciato dall’Italia al Meccanismo europeo di Stabilità. L’Eurogruppo, i 20 Paesi dell’Ue che condividono la moneta unica, non vuole rinunciare alla rete di protezione che era stata programmata in caso di nuove e future cri nel settore bancario. E di fatto mette sotto processo il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il capo di imputazione è appunto la mancata ratifica delle modifiche del Mes che avrebbero irrobustito le difese nel sistema del credito europeo. L’Italia è stato l’unico Paese a non approvare l’intesa bloccandone l’operatività. E sul tavolo degli altri 19 partner resta l’idea di trovare una soluzione alternativa. Se indispensabile, anche senza il nostro Paese.

Il tema è stato trattato esplicitamente nella riunione di ieri. E il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Pascal Donohoe, non ha affatto smentito la prospettiva: «Al momento l’unico impegno che c’è è di riflettere sulle conseguenze della d…

BRUXELLES – Un “Piano B” per un nuovo Mes. Per aggirare il “no” pronunciato dall’Italia al Meccanismo europeo di Stabilità. L’Eurogruppo, i 20 Paesi dell’Ue che condividono la moneta unica, non vuole rinunciare alla rete di protezione che era stata programmata in caso di nuove e future cri nel settore bancario. E di fatto mette sotto processo il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Il capo di imputazione è appunto la mancata ratifica delle modifiche del Mes che avrebbero irrobustito le difese nel sistema del credito europeo. L’Italia è stato l’unico Paese a non approvare l’intesa bloccandone l’operatività. E sul tavolo degli altri 19 partner resta l’idea di trovare una soluzione alternativa. Se indispensabile, anche senza il nostro Paese.

Il tema è stato trattato esplicitamente nella riunione di ieri. E il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Pascal Donohoe, non ha affatto smentito la prospettiva: «Al momento l’unico impegno che c’è è di riflettere sulle conseguenze della decisione dell’Italia e tornare su questo tema in futuro».

Gli altri 19 membri, a partire dalla Germania, infatti, considerano fondamentali quelle modifiche che puntavano a rafforzare il Fondo di risoluzione unico delle crisi bancarie. Nella stessa riunione dei ministri finanziari, pur riscontrando segnali positivi nell’economia del Vecchio Continente in particolare per il calo dell’inflazione e della disoccupazione, è stata comunque registrata una crescita debole per il 2024. Una situazione che non mette al riparo da possibili ed eventuali rovesci.

Per questo in assenza del nuovo Mes manca uno strumento prezioso. «La non ratifica - ha insistito Donohoe - significa che i nostri sforzi per l’Unione bancaria continueranno a fare i conti con la mancanza di un potente strumento per aiutarci ad affrontare le conseguenze di difficoltà del settore bancario». Al momento le banche mostrano segni di solidità ma se ci fosse un’inversione di tendenza «non avremmo le difese necessarie per proteggere i contribuenti, le famiglie e le piccole imprese». Un messaggio esplicito al nostro Paese che si renderebbe responsabile di aver sottratto all’Unione di un’arma decisiva in caso di difficoltà. Anche se l’allarme riguardasse l’Italia.

Certo l’Eurogruppo coinvolgerebbe volentieri nelle soluzioni future anche il nostro Paese ma ad una condizione: non si può modificare ulteriormente il Trattato perché quelle correzioni sono state già approvate da altri 19 Parlamenti.

Giorgetti ha cercato di difendere la scelta del Parlamento italiano rammentando che «le modifiche al Mes non sono le uniche non portate a buon fine nella riforma dell’Unione bancaria».

Ma basta ascoltare il direttore del Mes, il lussemburghese Pierre Gramegna, per capire che le giustificazioni del ministro italiano non sono state persuasive. «Deploro la decisione del Parlamento italiano - ha detto -. È un’occasione persa per rendere l’area dell’euro più resiliente, ed è anche un’occasione persa per rafforzare l’unione bancaria». A suo giudizio, le conseguenze di questa scelta sono tre. La prima è che il Fondo destinato ad intervenire in caso di difficoltà non potrà funzionare e quindi «il denaro dei contribuenti» non sarà tutelato.

Il secondo punto consiste nel fatto che il Mes rimane comunque in funzione ma secondo lo schema ideato nel 2012, ossia dodici anni fa. Quindi con strumenti e operazioni antiquate e non adatte al nuovo tempo. «E in terzo luogo - ha proseguito Gramegna - non saremo nemmeno in grado di attuare l’accordo che il Mes ha negoziato con la Commissione quando non ci saranno nuovi programmi su cui negoziare. E purtroppo le sinergie previste in questo accordo non saranno possibili».

Il commissario europeo agli affari economici, Paolo Gentiloni, ha cercato di gettare acqua sul fuoco. «Il rammarico deve tradursi nella spinta per trovare il modo per risolvere la questione: non possiamo evitare la possibilità di utilizzo di queste risorse, che peraltro è sostenuta dalla quasi totalità dei Paesi europei».

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