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Verso il G7 in Puglia. La strada in salita dell’Africa

Ci sono approcci diversi tra i paesi più industrializzati, ma anche tra l’Occidente e un’area con tassi enormi di sviluppo demografico. Zuma: “Crescita con il nostro modello, non con quello dei grandi del mondo”
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L’Africa domina. L’Africa va sviluppata, l’Africa deve sconfiggere il terrorismo islamico, eliminare i soldati bambini e le truppe irregolari, contenere il debito smisurato, che ha già portato al default Ghana, Zambia e poche settimane fa l’Etiopia. Eppoi arginare l’emigrazione e il problema demografico: in mancanza di una classe media estesa, da qui ai prossimi vent’anni in Africa ci saranno 2.5 miliardi di persone! Per questo l’ultimo G20 indiano ha recepito la gravità delle sfide e ha deciso di invitare al tavolo l’Unione Africana. Fra due settimane l’Italia organizzerà un vertice con paesi africani per intrecciare rapporti bilaterali e multilaterali più stretti. E al G7 di metà giugno, che presiediamo a Fasano, in Puglia, l’Africa dominerà l’agenda. Ci sono piccole schermaglie nel G7 per controllare lo sforzo africano, ma vincerà l’America, che ha messo sul tavolo 600 miliardi di dollari in aiuti per un continente con 54 stati e culture, religioni e climi spesso radicalmente diver…

L’Africa domina. L’Africa va sviluppata, l’Africa deve sconfiggere il terrorismo islamico, eliminare i soldati bambini e le truppe irregolari, contenere il debito smisurato, che ha già portato al default Ghana, Zambia e poche settimane fa l’Etiopia. Eppoi arginare l’emigrazione e il problema demografico: in mancanza di una classe media estesa, da qui ai prossimi vent’anni in Africa ci saranno 2.5 miliardi di persone! Per questo l’ultimo G20 indiano ha recepito la gravità delle sfide e ha deciso di invitare al tavolo l’Unione Africana. Fra due settimane l’Italia organizzerà un vertice con paesi africani per intrecciare rapporti bilaterali e multilaterali più stretti. E al G7 di metà giugno, che presiediamo a Fasano, in Puglia, l’Africa dominerà l’agenda. Ci sono piccole schermaglie nel G7 per controllare lo sforzo africano, ma vincerà l’America, che ha messo sul tavolo 600 miliardi di dollari in aiuti per un continente con 54 stati e culture, religioni e climi spesso radicalmente diversi fra loro.

! maggiori paesi africani per prodotto interno lordo

«Investendo in un circolo virtuoso per far crescere l’economia, l’occupazione e la stabilità politica, cambieremo l’Africa, ma secondo quale modello, il nostro o quello dei grandi paesi?» mi dice la sudafricana Nkosazana Damlini-Zuma, una delle più autorevoli e ammirate figure politiche africane. Medico, attivista con Nelson Mandela, esiliata. Con la vittoria di Mandela diventa ministro della Sanità fino a diventare anni fa prima donna Presidente dell’Unione Africana. Oggi è ministro per le donne, per la gioventù e per i disabili. Occupazione e sviluppo sono nel suo Dna. «Finalmente l’Occidente si accorge di noi, del nostro smisurato continente, spero però che ricordino come già nel 2013 abbiamo lanciato l’agenda 2063, un progetto a 50 anni con tutti gli elementi per la pace e lo sviluppo del nostro continente – ricorda Zuma - Il G7 dovrebbe aiutare gli africani a realizzare quello che vogliono, piuttosto che controllare la situazione, forti dei loro investimenti».

Il debito africano in crescita

Ma l’Occidente è preoccupato, vuole controllare le risorse perché siano investite al meglio. Specialmente con un debito africano cresciuto fino a 1.800 miliardi di dollari, sottoscritto per il 40% da privati e con tre paesi in default, Ghana incluso, che pure era e resta uno dei gioielli del continente. Questa differenza di approccio, G7 in controllo da una parte e Africa che chiede di essere coinvolta direttamente, mi ricorda alcuni incontri che ebbi nel 2009 proprio in Ghana, ai margini del primo viaggio di Barack Obama in Africa da presidente, guarda caso dopo un altro G7 italiano, quello dell’Aquila. In quel viaggio non mi colpirono tanto l’intenso discorso di Obama al Parlamento di Accra o l’emozione di una tappa africana per il primo presidente americano nero e figlio di un kenyota. Mi colpì vedere la straordinaria classe medio-alta del Ghana, invitata al discorso, sofisticata, orgogliosa; uomini e donne attraenti, con vestiti tradizionali che sprizzavano colore, allegria, voglia di vivere e grande sicurezza. Mi colpirono la bellezza e l’eleganza di Sefa Gohoho, laureata alla London School of Economics, editore allora di un nuovo mensile di società africana. Mi colpirono l’autorevolezza, la forza, la carica di dignità di Hakim Jimo, un giornalista basato a Lagos. Ma già allora Sefa – 15 anni fa - faceva una distinzione importante: «Obama è fantastico, ma resta un presidente americano, è difficile identificarci con lui solo perché è nero. Abbiamo storie, personalità, obiettivi molto diversi». Già allora emergeva un limite chiave in tutti i programmi dell’occidente: piovono dall’alto, anche per evitare che malcostumi o una disfatta economica si traducano in colossali ondate migratorie. «Un esodo di 50 milioni di persone dall’Africa verso l’Europa è la preoccupazione più grave con cui lascio la guida della Banca Mondiale» mi disse nel 2005, alla fine del suo mandato decennale, Jim Wolfensohn.

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Oggi Sefa Gohoho è un’economista e una diplomatica, ceo di Shonghai Africa e co-fondatrice del Pan African Civil Society Group 2.0. Ha fatto una carriera brillante in un paese che ha accumulato negli anni un forte debito, fino al default nel 2020, ma ha anche creato una classe media in un paese diventato modello per lo sviluppo. È dunque giusto chiedersi se l’approccio africano dell’occidente, centrale per il 2024, sia quello corretto o vada mediato da un confronto con le realtà locali. «L’Africa è in buona fede, ma ci sono singoli stati con leader un po’ troppo “svelti”, con debiti enormi e default; se concediamo finanziamenti fuori dal nostro controllo rischiamo troppo» dice un diplomatico occidentale coinvolto nel progetto.

L’Africa ricca e povera insieme

Chiedo a Zuma come giudica la mancata cambiale in bianco. Risponde raccontandomi di un paradosso, quello di un’Africa ricca, di minerali, risorse energetiche e umane e poverissima a livello di popolazione: «Qualunque intervento deve essere per la trasformazione industriale di queste ricchezze, per esportare il prodotto finito, non la materia prima». Zuma insiste, mi dice che si deve investire nel manifatturiero, nell’addestramento, nell’educazione, nella creazione di un’economia dei servizi, oggi minuscola, in modo da evitare che «un ragazzino abbia come unica risposta alla fame l’ingaggio da un dollaro al giorno per impugnare le armi in guerriglia. Pace e sviluppo debbono avvenire in contemporanea, per togliere ossigeno ai bulli, ai terroristi che stanno rovinando intere nazioni». Mi parla anche delle grandi aree regionali africane, diversissime fra loro. Mi parla delle missioni di pace con forze africane multinazionali che lei stessa aveva contribuito a creare: «Non credo che altri possano pensare di conoscere l’Africa meglio degli africani. Lavoriamo insieme, abbiamo interessi comuni».

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