Global Minimum Tax, per l’Italia esordio in sordina
di Flavio BiniLa strada, almeno a metà, è tracciata. Per le multinazionali specializzate nel dribbling al Fisco il 2024 sarà l’inizio di una piccola rivoluzione. Quella dell’entrata in vigore della Global Minimum Tax, la tassa minima globale al 15% che - secondo le stime dell’Ocse - dovrebbe assicurare fino a 200 miliardi di euro di maggior gettito a livello mondiale. L’Italia ha fatto la sua parte a dicembre, recependo la direttiva europea 2022/2523 e indicando una previsione di gettito piuttosto modesta: 383 milioni di euro il primo anno e poi meno di 500 a regime. Numeri lontanissimi a quelli a nove zeri inizialmente ipotizzati dal governo, che conta sulla risorse della Global Minimum Tax per alimentare il fondo per l’attuazione della delega fiscale. Comunque un buon inizio, soprattutto per il principio di fondo che anima la misura: mettere fine alla concorrenza fiscale sleale tra gli Stati.
Lo strumento è l’introduzione di un’aliq…
La strada, almeno a metà, è tracciata. Per le multinazionali specializzate nel dribbling al Fisco il 2024 sarà l’inizio di una piccola rivoluzione. Quella dell’entrata in vigore della Global Minimum Tax, la tassa minima globale al 15% che - secondo le stime dell’Ocse - dovrebbe assicurare fino a 200 miliardi di euro di maggior gettito a livello mondiale. L’Italia ha fatto la sua parte a dicembre, recependo la direttiva europea 2022/2523 e indicando una previsione di gettito piuttosto modesta: 383 milioni di euro il primo anno e poi meno di 500 a regime. Numeri lontanissimi a quelli a nove zeri inizialmente ipotizzati dal governo, che conta sulla risorse della Global Minimum Tax per alimentare il fondo per l’attuazione della delega fiscale. Comunque un buon inizio, soprattutto per il principio di fondo che anima la misura: mettere fine alla concorrenza fiscale sleale tra gli Stati.
Lo strumento è l’introduzione di un’aliquota minima al 15% che impone agli stati che aderiscono a questa misura di garantire che la tassazione effettiva nei confronti delle imprese non scenda mai sotto questa soglia. Per il nostro Paese il tema riguarda non tanto le imprese che operano in Italia, che sono sottoposte a un’aliquota di impresa ben più alta, ma i Paesi dove magari le società sussidiarie sono fino ad oggi «fuggite» in cerca di trattamenti fiscali più convenienti di quelli applicati alla capogruppo. «La Global Minimum Tax vuole colpire non tanto l’Italia ma i Paesi con tassazione agevolata, come ad esempio l’Irlanda, Dubai, Singapore, per certi versi anche l’Olanda», spiega Andrea Silvestri, esperto fiscale e Adjunct Professor presso la Luiss Business School. «Fino ad oggi se un gruppo italiano deteneva una società in Irlanda, questa beneficiava di un’aliquota nominale del 12,5% e una effettiva probabilmente ancora minore. La controllata scontava così, ad esempio, il suo 10% effettivo di tassazione e poi distribuiva gli utili in Italia dove pagava circa l’1%».
Uno scenario che cambia completamente con la nuova tassa minima globale. «Con la Global Minimum Tax i redditi irlandesi non scontano più solo il 10% ma si deve arrivare almeno al 15%. Se non è l’Irlanda ad applicare questa soglia, a quel punto è l’Italia che fa pagare alla capogruppo italiana il 5% in più di imposta sul reddito della società irlandese. Per questo la Global Minimum Tax è una norma che aiuta i Paesi che hanno un tax rate superiore al 15%».
Come funzionerà
Il nuovo sistema si fonda quindi sull’applicazione di un’imposta integrativa (la Top-up Tax) - nel caso in cui l’aliquota effettiva non raggiunga il 15%. L’imposta si poggia a sua volta su due regole interconnesse, a seconda che gli stati coinvolti aderiscono o meno alle cosiddette GloBE Rules, cioè le norme che costituiscono il fondamento della Global Minimum Tax: l’imposta minima integrativa (Income Inclusion Rule o IIR)e l’ imposta minima suppletiva Undertaxed Profits Rule o UTPR).
«L’imposta minima integrativa è generalmente applicata e versata dalla capogruppo nella sua giurisdizione di residenza», spiega Federico Pacelli, partner dello studio legale DLA Piper. L’IIR prevede che la controllante capogruppo che ha detenuto direttamente o indirettamente partecipazioni in imprese localizzate in paesi a bassa imposizione, deve versare una imposta integrativa sul reddito sotto-tassato al fine di riportare l’aliquota effettiva al 15%».
Quindi come potrebbe funzionare concretamente? «Prendiamo un gruppo multinazionale rientrante nel perimetro applicativo delle GloBE Rules, con controllante capogruppo residente in Italia, e ipotizziamo che questa detenga una partecipazione diretta di controllo in una impresa localizzata in una giurisdizione con aliquota effettiva pari al 12%. Poiché l’Italia ha recepito le GloBE Rules, la capogruppo sarà tenuta a versare allo stato italiano l’imposta integrativa del 3%, cioè il 15%-12%, applicata sulla quota di reddito rilevante secondo il meccanismo dell’IIR». Sono però le singole legislazioni nazionali a intervenire per stabilire a chi spetti riscuotere questo 3% mancante. Se lo ha previsto, può essere anche il Paese a bassa tassazione a riscuotere direttamente l’imposizione integrativa.
Diverso è invece il caso dell’imposta minima supplettiva che – spiega Pacelli – «si attiva nelle ipotesi in cui l’imposizione integrativa non è stata prelevata (o è stata prelevata solo in parte) attraverso la IIR». Tornando al caso concreto di cui sopra, «qualora la capogruppo fosse residente in un paese che non ha recepito le GloBE Rules, mancherebbero i presupposti per l’applicazione dell’IIR. In questo caso, l’imposta integrativa verrebbe attratta a tassazione secondo il meccanismo suppletivo dell’UTPR, suddividendo il gettito fiscale pro quota tra i vari paesi del gruppo che adottano tali regole».
Quando arriveranno i primi soldi
Nonostante regole così stringenti, il nostro governo ha scelto un approccio molto cauto sulle previsioni di gettito e soprattutto non vedrà un euro prima dell’autunno del prossimo anno. I primi fondi saranno previsti nel novembre 2025 perché la norma prevede che le aziende versino il 90 per cento dell’importo entro l’undicesimo mese successivo all’ultimo giorno dell’esercizio e la parte restante l’anno successivo, provocando almeno il primo anno un piccolo scostamento tra competenza e cassa per le finanze pubbliche. «L’obiettivo finale di questa manovra – chiarisce ancora Silvestri - non è tanto aumentare il gettito dei paesi ma far sì che la competizione fiscale tra gli Stati non venga attuata scendendo sotto una certa soglia, quella appunto della Global Minimum Tax».
Il pilastro mancante
Pur segnando un traguardo importante, la norma sulla Global Minimum Tax rappresenta però solo uno dei due pilastri su cui si regge l’accordo siglato nel 2021 in ambito Ocse da 142 Paesi e che grandi economie come Cina e Stati Uniti, pur avendolo sottoscritto, ancora non hanno ratificato. Resta invece scoperto un tema ancora più spinoso, quello della corretta allocazione delle imposte per le multinazionali oltre i 20 miliardi di fatturato e redditività superiore al 10%. Per fare un esempio, un colosso come Meta, 116 miliardi di dollari di fatturato nel 2022 a livello globale, per le sue attività italiane ha pagato nell’esercizio passato appena 3,4 milioni di imposte con soli 400 milioni di fatturato e 11,3 milioni di utile ante-imposte.
«Il pilastro della Global Minimum Tax non risolve il tema della corretta attribuzione dei redditi a fini impositivi: cioè quale stato tassi quali redditi. Un tema che riguarda soprattutto l’economia digitale dove è più complicato stabilire dove certi redditi sono stati prodotti e che dovrebbe essere definito con il primo pilastro», spiega ancora Silvestri, che vede invece nella mancata ratifica Usa una delle criticità maggiori: «Al momento è il problema più serio, perché negli Stati Uniti risiedono alcune delle più grandi multinazionali al mondo, quelle più aggressive dal punto di vista fiscale. Se gli Usa restano fuori - conclude Silvestri - la portata globale dell’accordo rischia di essere ridimensionata».