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Gregorio De Felice “La sfida è coniugare stabilità dei conti e investimenti green”

Shanghai, China 

 
Per l’economista il debito in sé è un problema solo per i Paesi emergenti, anche a causa del dollaro. In Italia due anni di crescita nominale superiore alla spesa per interessi
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«Il debito è una delle più grandi invenzioni della storia. Ci sono limiti di sostenibilità, una soglia che non è la stessa per i vari Paesi, ma il debito serve perché aiuta la crescita». Giova ricordarlo, come fa il capo economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice, per capire cosa è preoccupante e cosa no della montagna di debito su cui è seduta l’economia mondiale post pandemia e l’era del denaro facile. Preoccupante, secondo De Felice, non è tanto la sua sostenibilità, se non per qualche Paese emergente. Più preoccupante, per il mondo e soprattutto per l’Europa, è l’incapacità di «conciliare le esigenze di stabilità con gli enormi investimenti necessari nei prossimi anni» per affrontare la transizione ecologica e reggere la sfida di competitività con Usa e Cina.

Il debito dei paesi emergenti

Il debito serve, ma a 300 mila miliardi di dollari totali sembra esserci scappato un po’ di mano. Rischia di scoppiare un…

«Il debito è una delle più grandi invenzioni della storia. Ci sono limiti di sostenibilità, una soglia che non è la stessa per i vari Paesi, ma il debito serve perché aiuta la crescita». Giova ricordarlo, come fa il capo economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice, per capire cosa è preoccupante e cosa no della montagna di debito su cui è seduta l’economia mondiale post pandemia e l’era del denaro facile. Preoccupante, secondo De Felice, non è tanto la sua sostenibilità, se non per qualche Paese emergente. Più preoccupante, per il mondo e soprattutto per l’Europa, è l’incapacità di «conciliare le esigenze di stabilità con gli enormi investimenti necessari nei prossimi anni» per affrontare la transizione ecologica e reggere la sfida di competitività con Usa e Cina.

Il debito dei paesi emergenti

Il debito serve, ma a 300 mila miliardi di dollari totali sembra esserci scappato un po’ di mano. Rischia di scoppiare una bolla?

«No. Concentriamoci solo sul debito di governi, aziende e famiglie, togliendo la componente delle banche: sono 237 mila miliardi, 40 in più rispetto al pre-pandemia, di cui 17 di debito pubblico e 23 miliardi di privato. Non è poco, senza dubbio è un punto di attenzione. Ma nel frattempo è aumentata molto l’inflazione e quando guardiamo il debito in rapporto al Pil – depurandolo dall’effetto prezzi – vediamo che quello delle famiglie è rimasto invariato, quello delle imprese è aumentato del 2% mentre a salire davvero è stato quello pubblico, dell’8% nei Paesi avanzati – al 112,1% del Pil - e del 12,5% in quelli emergenti, al 68,3% del Pil».

Quindi?

«Non è una bolla perché in parte il debito è gonfiato dall’inflazione, l’espansione principale è dei governi e bisogna distinguere per aree geografiche. I Paesi dove il debito è cresciuto e continuerà a crescere tanto sono Stati Uniti e Cina».

Le due superpotenze che si sfidano a suon di maxi investimenti? Sono sostenibili?

«Finora la crescita del debito cinese non ha provocato problemi perché c’è un eccesso di risparmio, probabile che in futuro lo vedremo ridursi, con un calo dell’avanzo commerciale e delle riserve valutarie, ma Pechino ha lo spazio finanziario per sostenerlo».

E gli Usa, mai così spaccati nell’anno elettorale, restano il Paese che non può fallire?

«Il ruolo del dollaro come principale divisa di riserva internazionale garantisce ancora questo status. Anche se ciò non toglie la necessità di tornare a una maggiore disciplina fiscale, che con una vittoria di Trump sarebbe molto più a rischio».

Per molti la vera criticità è il debito degli emergenti, visti i tanti default e la fragilità di Paesi come Argentina, Egitto o Pakistan. Concorda?

«Sì, anche per la grande instabilità politica in Medio Oriente, dove il Libano ha già fatto default, e in Africa, dove si somma alla necessità dei Paesi di importare risorse alimentari. Il rischio maggiore è il tasso di cambio con il dollaro, visto che il loro debito è principalmente denominato in dollari, anche se i tassi ora dovrebbero scendere».

Tra i Brics si parla di de-dollarizzazione. È una prospettiva concreta?

«È un segnale: stanno dicendo “basta all’egemonia americana, vogliamo contare anche noi”. Ma Brasile, Cina, Russia, India sono così diversi che i progetti di una valuta comune restano molto complicati».

Proprio la Cina è un attore sempre più importante nella ristrutturazione dei debiti, essendo uno dei principali creditori. Come influisce questo sui negoziati?

«Li rallenta molto perché la Cina preferisce i negoziati bilaterali a quelli multilaterali, perché non è mai disposta a tagliare il debito preferendo piuttosto allungare le scadenze, perché dietro alla strategia economica c’è l’obiettivo di allargare la sua influenza geopolitica».

Escluso il rischio bolla, resta la necessità di stabilizzare il debito e quella di investire migliaia di miliardi nelle grandi transizioni digitale ed energetica.

«È il tema chiave, una quadratura ancora da trovare. Bisogna riuscire ad attivare i capitali privati e insieme a mobilitare quelli pubblici, dove possibile. E questo mi pare il grande punto debole dell’Europa».

Pensa al nuovo Patto di stabilità?

«Rispetto al vecchio Patto ci sono miglioramenti, come l’analisi della sostenibilità del debito da parte della Commissione e il fatto che il percorso di aggiustamento sia “personalizzato”, premiando i Paesi che fanno riforme. Ma restano aspetti negativi, parametri quantitativi molto rigidi su riduzione di deficit e debito e soprattutto il tema del la compatibilità tra obiettivi di stabilità e di competitività. Non mi pare che il Patto tenga conto delle esigenze di investimento per il cambiamento climatico, dell’invecchiamento della popolazione, del gap tecnologico con Usa e Cina rispetto ai quali l’Europa non riesce a rispondere in modo unitario».

Cioè come?

«Finanziando con debito comune un nuovo Next generation EU. Invece prevale la diffidenza e il risultato è che i Paesi che hanno meno spazio fiscale, come Francia e Italia, potranno investire meno rispetto a Germania e Olanda, sempre che vogliano davvero farlo. Non è passata l’idea di un bene pubblico europeo, sarebbe bello se ne discutesse in vista delle prossime elezioni».

Il percorso dei conti italiani è stretto, il debito è stabile ma non cala. Si rischia tensione sullo spread?

«Non al momento. Quando i tassi calano lo spread tende a restringersi e almeno per due anni ci sarà una differenza positiva tra crescita nominale e costo medio del debito, anche se poi si invertirà. Altro punto favorevole sono i giudizi delle agenzie di rating, la stabilità politica piace agli investitori. Certo questo periodo va utilizzato per interventi che migliorino il potenziale di crescita».

Ma gli interessi sul debito tolgono risorse agli investimenti...

«Sul costo del debito abbiamo raggiunto il picco. Dal punto di vista delle politiche monetarie si scommette su quando i tassi cominceranno a scendere e noi pensiamo che la Bce possa iniziare a tagliarli prima della Fed, con un ribasso a giugno e altri due da 25 punti base nel corso del 2024».

Nel frattempo la Bce inizierà a ridurre i titoli di Stato nel suo bilancio. La strategia del Tesoro di aumentare la quota di debito in mano alle famiglie è corretta?

«Forse l’unica possibile per compensare, anche considerate le limitazioni per le banche. Le famiglie sono investitori stabili che raramente vendono prima della scadenza. E il Tesoro offre loro rendimenti interessanti».

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