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Pensioni, slitta la “riforma impossibile”. Resta in vigore la Fornero

La premier Meloni annuncia cambi. Ma al massimo si potrà fare “Quota 41” contributiva. Restano i paletti su Quota 103, Opzione donna, Ape sociale. Millennials penalizzati
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ROMA – L’obiettivo di abolire la legge Fornero ormai viene derubricato a battuta anche nella maggioranza di governo. Semmai, ripete la Lega, «faremo Quota 41». Non secca, come prometteva ai tempi delle felpe il vicepremier Matteo Salvini. Ma calmierata con il ricalcolo tutto contributivo. Il punto è qui. La riforma delle pensioni, di cui la premier Meloni è tornata a parlare nella conferenza stampa del 4 gennaio, non può prescindere da un punto di partenza e allo stesso tempo di arrivo: la sostenibilità dei conti pubblici.

I vincoli di bilancio

Mai anno fu più sbagliato per sventolare agli italiani la promessa di avere un nuovo sistema previdenziale. E non solo perché con le prime due manovre il g…

ROMA – L’obiettivo di abolire la legge Fornero ormai viene derubricato a battuta anche nella maggioranza di governo. Semmai, ripete la Lega, «faremo Quota 41». Non secca, come prometteva ai tempi delle felpe il vicepremier Matteo Salvini. Ma calmierata con il ricalcolo tutto contributivo. Il punto è qui. La riforma delle pensioni, di cui la premier Meloni è tornata a parlare nella conferenza stampa del 4 gennaio, non può prescindere da un punto di partenza e allo stesso tempo di arrivo: la sostenibilità dei conti pubblici.

I vincoli di bilancio

Mai anno fu più sbagliato per sventolare agli italiani la promessa di avere un nuovo sistema previdenziale. E non solo perché con le prime due manovre il governo Meloni non ha fatto altro che tagliare le pensioni, assicurando al bilancio dello Stato risparmi stellari di 60 miliardi in vent’anni, ottenuti con la revisione dell’indicizzazione all’inflazione e la modifica retroattiva dei coefficienti di calcolo per gli assegni di medici, infermieri, insegnanti, ufficiali giudiziari. Ma perché il 2024 è l’anno che traghetterà l’Italia al nuovo Patto di stabilità e crescita, mettendo a dieta deficit e debito dopo gli eccessi post-Covid.

Cuneo e Irpef blindano la manovra

Significa che la manovra che Palazzo Chigi imposterà a fine settembre, quando presenterà il quadro dei conti, sarà con il freno a mano tirato. Dovrà tener conto delle nuove regole Ue e parte già con una clausola da 15 miliardi, tanto quanto serve per confermare anche nel 2025 il taglio al cuneo e all’Irpef in vigore solo per quest’anno.

Difficile, se non impossibile, pensare di mettere in campo una riforma previdenziale. «Il tema delle pensioni va affrontato in maniera più organica di quanto fatto finora, anche da noi», dice la premier. «E va affrontato anche con le parti sociali, se hanno voglia di fare questo lavoro con noi. Io sono fiera del lavoro fatto in manovra sulle pensioni dei giovani».

La scure di Meloni sui Millennials

Fiera di aver consentito ai contributivi puri, i Millennials che hanno iniziato a lavorare dopo la riforma Dini del 1996, di andare in pensione di vecchiaia con un multiplo più basso e pari all’assegno sociale. Ma di aver reso un affare solo per ricchi uscire in anticipo a 64 anni con 20 di contributi, portando quel multiplo (già alto) da 2,8 a 3 volte l’assegno sociale. Per il resto la seconda manovra di Meloni ha fatto anche peggio della prima, con norme che rendono meno conveniente anticipare con Quota 103, Opzione donna, Ape sociale. Canali penalizzati con ricalcoli, tetti, finestre, vincoli.

I “tavoli finti” della Calderone

All’inizio dell’anno scorso la ministra del Lavoro Marina Calderone aveva aperto il cantiere previdenziale con cinque tavoli tematici su giovani, donne, flessibilità in uscita, mestieri usuranti, previdenza integrativa. Alla fine non se n’è fatto niente. «Tavoli finti», per il leader Cgil Maurizio Landini.

Ora Meloni torna a parlarne. Ma il suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti fa capire che spazi non ce ne sono. Non solo per l’uscita a 62 anni oppure con 41 di contributi senza penalità, auspicati dai sindacati. Ma anche per “Opzione Tutti” accarezzata dal governo Meloni, l’anticipata ricalcolata secondo il metodo contributivo.

Addio alle bandiere elettorali

Risponde al principio di sostenibilità del “se esci prima, paghi”, caro sia al ministro che alla premier. Ma ha sempre un costo per lo Stato che deve comunque coprire l’anticipo di cassa, anche se poi risparmia perché chi anticipa la pensione di fatto si riprende i contributi versati. Non sembra aria perché tutto questo possa avverarsi nel 2025. Meno che mai le promesse della Lega di abolire la legge Fornero. E quelle di Forza Italia di portare le minime a mille euro. Quota 41 ricalcolata potrebbe avere una chance, ma servono coperture miliardarie. Per evitare i tagli ai medici Giorgetti si è addirittura inventato Quota 46.

Il flop del bonus Maroni

«Dobbiamo incentivare la permanenza al lavoro delle persone, non le uscite anticipate», ripete il ministro. Non a caso ha riconfermato per il secondo anno il bonus Maroni. La possibilità cioè per chi ha i requisiti di Quota 103 (62 anni e 41 di contributi) di non uscire e percepire una retribuzione più alta del 9,19%, tanto quanto sono i contributi versati ogni mese all’Inps, per cinque anni, fino all’età della vecchiaia. Le adesioni all’incentivo sono state bassissime. L’appeal è scarso perché chi accetta il meccanismo si taglia implicitamente la pensione futura. Per cinque anni versa quasi il 10% in meno al mese. Non conviene. Serve altro. Un’idea di pensioni. E di Paese.

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