Bonomi “Sull’energia ogni Stato va per conto suo, ora l’Ue aiuti l’industria”
dal nostro inviato Filippo SantelliCarlo Bonomi
(ansa)DAVOS – «L’Europa è stata solidale dopo il Covid, creando il Next generation Eu e il fondo Sure», dice Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, in questi giorni al Forum di Davos. «Ma da lì in avanti è tornata la vecchia Europa, ogni Stato per conto suo. Questo significa non cogliere l’urgenza».
Che urgenza?
«Quella della sfida per la competitività lanciata da Stati Uniti e Cina. L’Europa vuole dettare degli standard, per esempio sulla transizione ecologica, ma ha grandi fragilità: è un’economia di trasformazione, dipendente sulle materie prime, con un costo dell’energia più alto. Il primo ministro del Belgio presentando il suo semestre di presidenza Ue ha fatto un’analisi chiara: dopo le elezioni europee sarà fondamentale un Industrial Act, altrimenti avremo grossi problemi di produzione e occupazione, e questo darà altro spazio ai movimenti antieuropeisti».
Che cosa serve? Macron è tornato a proporre gli Eurobond.
«Possono essere gli eurobond o altri strumenti. Ma se l’Europa deci…
DAVOS – «L’Europa è stata solidale dopo il Covid, creando il Next generation Eu e il fondo Sure», dice Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, in questi giorni al Forum di Davos. «Ma da lì in avanti è tornata la vecchia Europa, ogni Stato per conto suo. Questo significa non cogliere l’urgenza».
Che urgenza?
«Quella della sfida per la competitività lanciata da Stati Uniti e Cina. L’Europa vuole dettare degli standard, per esempio sulla transizione ecologica, ma ha grandi fragilità: è un’economia di trasformazione, dipendente sulle materie prime, con un costo dell’energia più alto. Il primo ministro del Belgio presentando il suo semestre di presidenza Ue ha fatto un’analisi chiara: dopo le elezioni europee sarà fondamentale un Industrial Act, altrimenti avremo grossi problemi di produzione e occupazione, e questo darà altro spazio ai movimenti antieuropeisti».
Che cosa serve? Macron è tornato a proporre gli Eurobond.
«Possono essere gli eurobond o altri strumenti. Ma se l’Europa decide di diventare campione mondiale della sostenibilità, per rendere credibile questo obiettivo, deve prevedere una finanza adeguata ad investimenti che sono enormi. In Europa negli ultimi 24 mesi sono crollati, in Italia sono sottozero. Non basta la deroga agli aiuti di Stato, che aiuta solo chi ha spazio fiscale, servono risorse e strumenti europei. Come quelli messi in campo dagli Stati Uniti».
Di recente, insieme al presidente degli industriali europei, ha incontrato Mario Draghi che sta preparando il suo rapporto sulla competitività. Il tema del debito comune per gli investimenti ci sarà?
«Credo di sì».
Le resistenze della Germania sono sempre lì…
«Gli imprenditori tedeschi hanno riconosciuto una serie di errori, cosa che mi ha stupito. Ora dicono che è stato sbagliato demandare la difesa agli Stati Uniti, l’energia alla Russia e la tecnologia alla Cina. E dicono che avevamo ragione quando chiedevamo fondi europei non per fare debiti, ma per gli investimenti. Gli industriali europei lo pensano tutti».
Gli imprenditori tedeschi hanno enorme influenza sul governo. In questo caso?
«Meno, perché è finita la lunga era di Angela Merkel, durante la quale avevano riferimenti consolidati nella politica. Ora la coalizione di governo mostra difficoltà evidenti nei sondaggi, l’intero sistema istituzionale tedesco subisce scossoni, come la bocciatura costituzionale dei fondi extra bilancio».
Non sembra di vedere spiragli. A lei?
«Vedo una politica che rimanda e non impara. Abbiamo avuto la crisi del gas russo, e ora siamo dipendenti dall’Algeria, mentre l’installazione di rinnovabili è rallentata. Abbiamo avuto la crisi delle materie prime due anni fa, e ora è esplosa la crisi del Mar Rosso».
Avrà lo stesso impatto? Per ora i prezzi sembrano sotto controllo.
«Non penso avrà lo stesso impatto. Ma il punto è che il susseguirsi di sempre nuove e gravi crisi esogene ormai è strutturale. Un po’ come la Gioconda, che ogni volta che la guardi rivela un dettaglio diverso. Si terranno numerose elezioni che possono cambiare tutto, viviamo una rivoluzione industriale che pesa più di tutte le precedenti. Malgrado questo, l’intera trattativa e la mediazione finale sul Patto di stabilità hanno guardato al passato, non al futuro. Si è discusso sui decimali di deficit, non dei settori strategici per l’Europa che è necessario a tutti i costi sostenere».
Si può chiedere fondi all’Europa e poi dire no a tutte le regole: sui motori endotermici, sulle case verdi, sugli imballaggi? Vale per il governo e per voi industriali.
«Poi però non bisogna gridare quando si scopre che gli stabilimenti chiudono, e che gli investimenti vanno altrove. Bruxelles ha accelerato su vari dossier senza valutarne davvero gli impatti. Noi industriali non siamo contrari alla transizione, diciamo che va accompagnata. Per raggiungere gli obiettivi la Commissione ha indicato 3.500 miliardi di investimenti, 650 solo per l’Italia. Interi settori rischiano forte. Chi lo spiega a chi perderà il lavoro? Ci sono le risorse per riqualificare tutti? È miope pensare che siano gli industriali a mugugnare. In Germania e Francia la paura del ceto medio è sempre più forte. Figuriamoci in Italia, che ha pochissime risorse fiscali».
Il “no” alla revisione del Mes è puramente politico. Non indebolisce l’Italia in Europa?
«Non si doveva farne una questione politica, bensì di merito. L’Italia ha già versato 18 miliardi al fondo, quando avvenne la trattattiva, sotto il governo Conte, si doveva negoziare per estenderne l’utilizzo anche agli investimenti».
La crisi di Ilva è riesplosa, si va verso il commissariamento e una nazionalizzazione. Torniamo all’acciaio di Stato?
«L’abbiamo già avuto ed è fallito. È un settore molto complesso. Se interviene lo Stato per salvaguardare l’impresa e l’occupazione lo deve fare avendo pronto un piano strategico di uscita, individuando i possibili partner. Se invece l’idea è risolvere un problema elettorale è l’ennesimo errore grave, che pagheremo tutti senza risolvere il problema di Taranto».
Aleggia l’ipotesi di una cordata italiana, si concretizzerà?
«Credo che imprenditori interessati ce ne siano, ma ci devono essere le condizioni per investire. A parte la necessità di una due diligence seria sugli impianti, in caso di commissariamento ci potrebbero essere strascichi legali. Chi investe sapendo che dopo anni potrebbe arrivare una sentenza e dire che era illegittimo?».
Sta per iniziare l’iter per l’elezione del suo successore. Circolano diversi nomi, anche di imprenditori di peso. Si aspettava tanto affollamento?
«Il mio mandato finisce a maggio e c’è ancora tanto lavoro da fare».