Dalmasso (Satispay): “All’Italia non bastano le piccole imprese familiari, per vincere nel digitale puntiamo su chi cresce”
dal nostro inviato Filippo SantelliAlberto Dalmasso, fondatore e amministratore delegato di Satispay
DAVOS – Serve un’Europa diversa per competere alla frontiera tecnologica con i campioni americani. «Perché l’Europa è ricca e piena di economie forti, ma il suo mercato non è ancora davvero unico». E serve un’Italia diversa per permettere a più aziende del digitale di diventare grandi: «Non quella delle piccole aziende familiari, ma un’Italia che concentri le risorse sulle imprese ad alto potenziale di crescita». A dirlo è il 39enne Alberto Dalmasso, fondatore e amministratore delegato del circuito di pagamento Satispay, l’unico italiano tra gli unicorni globali del Forum di Davos, cioè le startup cresciute fino a superare il miliardo di dollari di valutazione. Già un’eccezione, ma con l’ambizione di andare oltre.
Qui a Davos l’Intelligenza artificiale è al centro del dibattito. Dominano i colossi americani, mentre l’Europa detta le regole: l’arbitro può mai vincere?
«L’Europa sta cercando di fissare il benchmark della regolazione, come ha fatto già con la privacy, e l’AI è qualcosa d…
DAVOS – Serve un’Europa diversa per competere alla frontiera tecnologica con i campioni americani. «Perché l’Europa è ricca e piena di economie forti, ma il suo mercato non è ancora davvero unico». E serve un’Italia diversa per permettere a più aziende del digitale di diventare grandi: «Non quella delle piccole aziende familiari, ma un’Italia che concentri le risorse sulle imprese ad alto potenziale di crescita». A dirlo è il 39enne Alberto Dalmasso, fondatore e amministratore delegato del circuito di pagamento Satispay, l’unico italiano tra gli unicorni globali del Forum di Davos, cioè le startup cresciute fino a superare il miliardo di dollari di valutazione. Già un’eccezione, ma con l’ambizione di andare oltre.
Qui a Davos l’Intelligenza artificiale è al centro del dibattito. Dominano i colossi americani, mentre l’Europa detta le regole: l’arbitro può mai vincere?
«L’Europa sta cercando di fissare il benchmark della regolazione, come ha fatto già con la privacy, e l’AI è qualcosa di talmente potente che sono necessarie regole proporzionata ai rischi. Ma devono essere regole chiare e non frammentate, e l’Europa non può fermarsi a quelle».
Cosa deve fare?
«Le aziende americane si fanno forza del loro mercato interno, per poi espandersi nel resto del mondo e sbaragliare la concorrenza. La cosa più importante per chi come noi punta a crescere in Europa è il mercato unico, e la nostra percezione è che non lo sia ancora davvero».
Il mercato dei pagamenti digitali su cui operate non lo è?
«È un settore privilegiato in cui le autorizzazioni ad operare valgono anche negli altri Paesi, ma non vale lo stesso per le norme su credito, investimenti o tasse. Noi stiamo ipotizzando di offrire ai clienti anche soluzioni di investimento, ma le regole cambiano tra Paese e Paese. Sono differenze spesso piccole, sull’interpretazione di una direttiva, ma che non hanno senso e ci fanno solo male. Forse figlie del fatto che i Paesi preferiscono essere sovrani di qualcosa di piccolo piuttosto che avere il 10% di qualcosa di enorme».
L’Italia poi è fanalino di coda del digitale: unicorni come Satispay restano un’eccezione. Perché?
«Ci vuole ambizione, mentre il nostro Paese è descritto come quello delle aziende piccole e a conduzione familiare. Agli imprenditori dico buttatevi nei progetti folli, accettate di avere imprese partecipate dai fondi di investimento, inventatevi la vostra strada».
Il sistema li aiuta?
«Il sistema, pubblico e privato, dovrebbe concentrare gli sforzi sui campioni, invece anche quando ha messo miliardi nel venture capital l’Italia li ha distribuiti su tanti fondi e tantissime aziende. Manca la visione, che per esempio ha la Francia, di investire nei pochi progetti ad alto potenziale di crescita».
Avete trovato capitali all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. In Italia solo porte chiuse?
«All’inizio ci hanno sostenuto privati italiani, poi abbiamo trovato più interesse dai grandi fondi americani, nonostante in Italia parlassimo con tutti. Satispay è una delle poche app italiane ed europee che milioni di cittadini aprono ogni giorno, in mezzo a quelle americane e cinesi: eppure questo lo hanno capito gli americani. Non c’è una percezione di strategicità, se non quando si tratta di esercitare il golden power».
L’innovazione digitale non sembra strategica per questo governo. Condivide l’impressione?
«Non è una priorità in Italia a prescindere da questo governo, che comunque ascolta. Dall’ultima legge per le startup sono passati undici anni e nove governi. L’Italia è fanalino di coda, ma nessuno porta questo tema al centro del dibattito, anche perché in un Paese che invecchia ed è spesso in campagna elettorale non sposta voti».
Satispay sta assumendo molto. Hanno ragione gli imprenditori che dicono che i talenti non si trovano o i ragazzi che lamentano stipendi bassi?
«Fin dall’inizio noi abbiamo cercato di essere competitivi dal punto di vista degli stipendi, pagando nella media di settore o più, dando anche stock option. Eppure ancora più persone dovrebbero candidarsi in settori e aziende come la nostra. Credo ci sia poca consapevolezza di dove sono le opportunità di crescita, per formarsi in modo da intercettarle. L’altro problema è la capacità di attirare competenze molto qualificate dall’estero: per un permesso di soggiorno ci può volere anche un anno».
E’ la sua prima partecipazione al World economic forum di Davos, cosa porta via?
«La consapevolezza che i conflitti sono al centro di tutto, qui se ne parla tanto ma fuori è come se ormai ci fossimo anestetizzati, come se fossero diventati normalità. E questo, oltre che come cittadini, è pericoloso anche come imprenditori, perché la divisione del mondo in blocchi influenzerà sempre di più le scelte degli investitori».