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“Una vita di lavoro in banca e ora mi ritroverò una pensione tagliata di quasi 300 euro”

Stefano Fornari, dipendente di Intesa Sanpaolo e delegato Fisac Cgil: “O esco tra quattro anni con meno soldi oppure vado in pensione tra dieci anni con Quota 49. Il governo beffa i lavoratori”
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ROMA — «O vado in pensione tra quattro anni con l’assegno tagliato di 200-300 euro al mese. Oppure lavoro altri dieci anni ed esco dopo 49 anni di contributi, in pratica Quota 49». La storia di Stefano Fornari, dipendente di Intesa Sanpaolo e delegato Fisac Cgil nel gruppo bancario, è esemplare del taglio pasticciato operato dal governo Meloni in manovra alle pensioni di 732 mila dipendenti pubblici, medici e non solo.

Lei lavora in banca. Come mai è colpito dal taglio?

«Perché ho cominciato nel 1987, assunto dalla Banca del Monte di Parma. All’epoca era la banca locale della mia città, considerata ente locale di secondo grado. Negli anni ‘90 è diventata Spa. Ma ai dipendenti è stato chiesto di scegliere se continuare versare i contributi nella cassa pubblica degli enti locali, la Cpdel, oppure confluire in Inps. Io e molti altri siamo rimasti in Cpdel».

Poi è arrivata Intesa Sanpaolo.

«Sia la mia banca che la Banca nazionale delle comunicazioni, all’epoca altra banca pubblica di …

ROMA — «O vado in pensione tra quattro anni con l’assegno tagliato di 200-300 euro al mese. Oppure lavoro altri dieci anni ed esco dopo 49 anni di contributi, in pratica Quota 49». La storia di Stefano Fornari, dipendente di Intesa Sanpaolo e delegato Fisac Cgil nel gruppo bancario, è esemplare del taglio pasticciato operato dal governo Meloni in manovra alle pensioni di 732 mila dipendenti pubblici, medici e non solo.

Lei lavora in banca. Come mai è colpito dal taglio?

«Perché ho cominciato nel 1987, assunto dalla Banca del Monte di Parma. All’epoca era la banca locale della mia città, considerata ente locale di secondo grado. Negli anni ‘90 è diventata Spa. Ma ai dipendenti è stato chiesto di scegliere se continuare versare i contributi nella cassa pubblica degli enti locali, la Cpdel, oppure confluire in Inps. Io e molti altri siamo rimasti in Cpdel».

Poi è arrivata Intesa Sanpaolo.

«Sia la mia banca che la Banca nazionale delle comunicazioni, all’epoca altra banca pubblica di Poste e Ferrovie, sono confluite in Intesa. Il gruppo in questi anni ha firmato diversi accordi di esodo, ovvero uscite anticipate, usando i soldi del Fondo di sostegno al reddito, finanziato da tutte le banche e dai lavoratori».

E cosa centra con voi la norma della manovra Meloni?

«Chi è già uscito con lo scivolo del 2020 sta percependo un assegno di prepensionamento, pari alla futura pensione calcolata con le vecchie modalità. Ma questo patto salterà al momento di ricevere la pensione, perché sarà tagliata dalla norma voluta dal governo Meloni. Chi invece sta uscendo ora in base all’accordo del 2021 ha chiesto ad Intesa qualche mese in più per capire l’entità del taglio. E se sono possibili salvaguardie».

Potrebbero bloccarsi le uscite?

«È una possibilità. Poi ci sono i beffati: colleghi che hanno aderito all’uscita in base all’accordo aziendale, ma sono ancora al lavoro. Probabilmente rinunceranno».

Perché parla di beffa?

«Perché stai dentro uno strumento concordato che ti crea un’aspettativa su un diritto, ora snaturata. Un’aspettativa di vita ed economica che viene tradita. Come Cgil stiamo valutando la legittimità di una norma di questo tipo».

Lei quanto ci perderà?

«Almeno 200-300 euro al mese, se esco con l’anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi versati, cioè tra quattro anni, quando avrò 61 anni. Altrimenti devo lavorare fino a 67 anni e uscirò con Quota 49».

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