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Salario “giusto” e regionale. Così il governo torna alle gabbie

Roberto Calderoli (Lega), ministro per gli Affari regionali e le Autonomie

 
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ROMA — Un salario “giusto” e regionale. Questo temono i sindacati. Buste paga con peso differenziato, da Nord a Sud, parametrate al costo della vita. E quindi agli affitti e al carrello della spesa che picchiano in modo diverso sui territori.

Il combinato disposto tra autonomia differenziata e legge delega sulla contrattazione può far deflagrare un conflitto sociale dopo quello politico. Perché il salario “giusto ed equo”, voluto dalla premier Meloni al posto del salario minimo delle opposizioni, rischia di esserlo solo sulla carta. Se poi aggiungiamo le “gabbie” locali, la miscela diventa esplosiva.

La delega per il salario “giusto”

La legge delega nasce come un cavallo di troia della maggioranza, sotto forma di emendamento alla prop…

ROMA — Un salario “giusto” e regionale. Questo temono i sindacati. Buste paga con peso differenziato, da Nord a Sud, parametrate al costo della vita. E quindi agli affitti e al carrello della spesa che picchiano in modo diverso sui territori.

Il combinato disposto tra autonomia differenziata e legge delega sulla contrattazione può far deflagrare un conflitto sociale dopo quello politico. Perché il salario “giusto ed equo”, voluto dalla premier Meloni al posto del salario minimo delle opposizioni, rischia di esserlo solo sulla carta. Se poi aggiungiamo le “gabbie” locali, la miscela diventa esplosiva.

La delega per il salario “giusto”

La legge delega nasce come un cavallo di troia della maggioranza, sotto forma di emendamento alla proposta di salario minimo a 9 euro lordi di Pd, M5S, Azione e Avs. Il blitz di fine novembre porta quell’emendamento a sopprimere e sostituire l’intero testo delle opposizioni. Entro febbraio sarà legge, promette il presidente della Commissione Lavoro Walter Rizzetto (FdI).

Il governo avrà sei mesi per i decreti attuativi che potrebbero arrivare anche prima delle elezioni europee di giugno, consentendo alla premier Meloni di rivendicare in campagna elettorale la piena attuazione della direttiva europea sul salario minimo.

I contratti maggiormente applicati

Le cose non sono così semplici. Quella delega si pone come obiettivo di individuare i contratti collettivi «maggiormente applicati» in ogni settore. E poi di estendere i loro «trattamenti economici complessivi minimi» ai «gruppi di lavoratori non raggiunti da alcuna contrattazione collettiva, applicando il contratto della categoria più affine».

L’Italia vanta il 97% di copertura dei contratti collettivi. Ma questo dato cozza col dilagare del lavoro povero, sottopagato, privo di diritti documentato da Istat, Bankitalia, Inps. Se davvero quasi tutti i lavoratori sono coperti e garantiti, perché porsi il tema del salario “giusto”?

Perché c’è una differenza tra teoria e pratica. Tra contratto comunicato all’Inps dall’azienda con i flussi Uniemens e quello realmente applicato al dipendente. I codici in molti casi non corrispondono.

E una stessa impresa, soprattutto se piccola, del turismo o della ristorazione o del commercio può dire di applicare i contratti di Confcommercio, Federalberghi, Confesercenti, Fipe — tutti firmati con Cgil, Cisl e Uil — e poi concretamente adottarne un altro “pirata” o con una retribuzione oraria inferiore e meno diritti.

«Si può fare, finché un ispettore non fa la verifica in loco», dice Michele Faioli, giuslavorista e osservatore per l’Italia assieme alla Fondazione Brodolini di Eurofound, l’authority europea che monitora le condizioni di lavoro in tutti i Paesi europei.

«Basterebbe far applicare il codice unico alfanumerico che contraddistingue ogni singolo contratto collettivo ad ogni ente pubblico, su ogni contratto individuale, su ciascuna busta paga. Anche alle comunicazioni obbligatorie che le aziende inviano al ministero del Lavoro. A quel punto, si potrebbero fare ispezioni mirate da remoto incrociando le banche dati e nessuno potrebbe più barare».

Le falle della legge delega

La legge delega meloniana non lo prevede. Anzi rischia di estendere contratti solo in apparenza «maggiormente applicati». In realtà largamente disattesi. Se a questo si aggiunge la ricaduta dell’autonomia differenziata, con concorsi pubblici per insegnanti e medici differenziati per Regioni, si rischia di spaccare il Paese. E aumentare le disuguaglianze.

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