Il governo risponde a Mittal prove di dialogo sull’ex Ilva
di Giovanni Pons , Giovanni PonsMilano — La partita a poker sull’ex Ilva di Taranto tra il governo Meloni e il socio privato ArcelorMittal prosegue ancora senza un vincitore. Ieri l’esecutivo ha risposto all’ultima offerta di Aditya Mittal con una lettera a firma del sottosegretario Alfredo Mantovano. Formalmente rispedendo la palla in territorio dell’avversario ma sostanzialmente mostrando di voler continuare nella trattativa. «La situazione di crisi di Acciaierie d’Italia (Adi) nasce esclusivamente dalla decisione di ArcelorMittal (Am) di venir meno alle proprie prerogative di socio industriale — è scritto nella missiva —. Prerogative che Am aveva ribadito nei confronti del governo, non più tardi di quattro mesi fa, con la firma del Memorandum of Understanding dell’11/9/2023».
Milano — La partita a poker sull’ex Ilva di Taranto tra il governo Meloni e il socio privato ArcelorMittal prosegue ancora senza un vincitore. Ieri l’esecutivo ha risposto all’ultima offerta di Aditya Mittal con una lettera a firma del sottosegretario Alfredo Mantovano. Formalmente rispedendo la palla in territorio dell’avversario ma sostanzialmente mostrando di voler continuare nella trattativa. «La situazione di crisi di Acciaierie d’Italia (Adi) nasce esclusivamente dalla decisione di ArcelorMittal (Am) di venir meno alle proprie prerogative di socio industriale — è scritto nella missiva —. Prerogative che Am aveva ribadito nei confronti del governo, non più tardi di quattro mesi fa, con la firma del Memorandum of Understanding dell’11/9/2023».
Per la prima volta il governo mette nero su bianco l’esistenza di quel Mou firmato dal ministro Raffaele Fitto e che, secondo indiscrezioni mai smentite, conteneva un piano da 4 miliardi di euro al 2030 per finanziare la decarbonizzazione degli impianti di Taranto. Di quei 4 miliardi una grossa fetta, pari a 2,2 miliardi, doveva venire da fondi pubblici che Fitto e il governo si sarebbero impegnati a trovare. E gli indiani sembravano molto contenti di fronte a questa prospettiva, che avrebbe sbloccato il rilancio dell’acciaieria. Ma quel Mou sul finire dell’anno scorso finiva in secondo piano e nessuno sa bene perché. Da una parte Invitalia, in qualità di socio, ha scritto alla controparte dicendo che quell’accordo avrebbe potuto mettere in discussione i patti parasociali tra i due soci. Dall’altra Mittal non ha mai dato rassicurazioni su come sarebbe stata finanziata la restante parte dei 4 miliardi.
Secondo il piano messo a punto dall’ad Lucia Morselli, infatti, una volta versati 420 milioni nella società e ricomprati gli impianti dall’amministrazione straordinaria, l’aumento della produzione dell’acciaieria avrebbe autofinanziato gli investimenti. Su questo differente approccio, che ha riguardato anche le modalità degli aumenti di capitale per versare la nuova liquidità e per l’acquisto degli impianti, si è consumata la rottura di inizio 2024. Il fatto che ora Mantovano, a nome del governo, rimetta sul tavolo quell’accordo potrebbe significare un’apertura per un eventuale nuova intesa. «La parte pubblica, inoltre, non preferisce porre fine alla partnership con il gruppo ArcelorMittal: tale eventualità viene imposta da vostre decisioni», conclude la missiva del sottosegretario.
Sembra dunque che entrambe le parti stiano cercando di scongiurare l’eventualità di un commissariamento di Adi, fortemente evocato dal ministro Adolfo Urso ma molto rischioso per le sorti dell’acciaieria, sia per l’occupazione che per l’indotto. L’ultima offerta di Adytia Mittal, infatti, permette al governo di andare in maggioranza (al 66%) convertendo il prestito da 680 milioni già erogato e versando 320 milioni già stanziati dal decreto Aiuti-bis. A ciò si aggiungerebbe la possibilità di una governance senza diritti di veto per Mittal e con la possibilità di scegliere l’ad. Gli indiani inoltre contribuirebbero per la loro parte (34%) all’acquisto degli impianti. Ciò che resta da definire, ed è il problema all’origine di questa battaglia, è dove trovare quei famosi 4 miliardi che renderebbero l’acciaio di Taranto veramente green.