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“Pronti a cedere il 13%”. Il governo ora ammette la vendita di quote di Poste

(fotogramma)
Il ministero delle Imprese risponde a un’interrogazione del Pd: Mef e Cdp diluiranno le loro quote. Il dietrofront della premier, che nel 2018 scriveva sui social: “Poste è un gioiello che deve rimanere in mano pubblica”
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ROMA - L’allestimento della vetrina procede spedito. E così per la vendita dei gioielli di Stato è già tempo di passare dalle intenzioni ai dettagli. E così, secondo il governo, per una delle partecipate pubbliche più simboliche, Poste, la cassaforte del risparmio degli italiani, è arrivato il momento di abbandonare un pezzo tricolore.

L’ammissione prende forma alla Camera, durante il question time in commissione Trasporti. Il Pd interroga il ministero delle Imprese sulle volontà dell’esecutivo e la sottosegretaria al Mimit Fausta Bergamotto risponde così ad Andrea Casu, deputato dem primo firmatario dell’iniziativa:

"Allo stato - annuncia la vice del titolare Adolfo Urso - l’idea al vaglio dei soci pubblici sarebbe quella di diluire la quota di entrambi mantenendo comunque la maggioranza assoluta del 51% e dunque il controllo dello Stato non verrebbe messo in discussione”.

ROMA - L’allestimento della vetrina procede spedito. E così per la vendita dei gioielli di Stato è già tempo di passare dalle intenzioni ai dettagli. E così, secondo il governo, per una delle partecipate pubbliche più simboliche, Poste, la cassaforte del risparmio degli italiani, è arrivato il momento di abbandonare un pezzo tricolore.

L’ammissione prende forma alla Camera, durante il question time in commissione Trasporti. Il Pd interroga il ministero delle Imprese sulle volontà dell’esecutivo e la sottosegretaria al Mimit Fausta Bergamotto risponde così ad Andrea Casu, deputato dem primo firmatario dell’iniziativa:

"Allo stato - annuncia la vice del titolare Adolfo Urso - l’idea al vaglio dei soci pubblici sarebbe quella di diluire la quota di entrambi mantenendo comunque la maggioranza assoluta del 51% e dunque il controllo dello Stato non verrebbe messo in discussione”.

I conti sono presto fatti. Il 35% della società postale è in mano a Cassa depositi e prestiti, un altro 29,26% è del ministero dell’Economia: in tutto lo Stato dispone del 64,26% delle azioni. Per mantenere la guida, con una quota del 51%, la cessione può arrivare quindi fino al 13%.

Si vende. E si incassa. L’operazione porterebbe 1,7 miliardi allo Stato. Il condizionale è d’obbligo perché la scelta finale sulle azioni da cedere sarà presa nelle prossime settimane. Ma intanto arriva la conferma dell’operazione di dismissione, anticipata da Repubblica, che sabato scorso ha riferito dell’idea allo studio del Mef: una cessione, appunto, di una quota minoritaria, in una forchetta compresa tra il 10 e il 20%.

Eppure Giorgia Meloni non la pensava così nel 2018. "No alla privatizzazione di Poste, per FdI è un gioiello che deve rimanere in mano italiana e pubblica”, scriveva la leader di Fratelli d’Italia sui social. Il ripensamento, dunque. Il Pd è in allerta: “Non permetteremo di realizzare la svendita del valore economico e sociale di 162 anni di storia italiana contro cui dall’opposizione si batteva”. La vetrina è pronta, i gioielli ben esposti.

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