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Pensioni, stop alla flessibilità che aiutava giovani e imprese

La ministra del Lavoro Marina Calderone (fotogramma)
Il governo Meloni non rinnova il contratto di espansione. Strumento apprezzato da imprese e lavoratori per gestire esuberi e ricambio generazionale
2 minuti di lettura

ROMA — Quest’anno le aziende italiane non potranno contare sul contratto di espansione che consentiva di prepensionare il personale più maturo, assumere giovani e formare tutti i dipendenti, preparandoli alle transizioni. Questa forma di flessibilità sperimentale, sostenuta dal 2019 al 31 dicembre scorso anche dall’aiuto pubblico, non è stata rinnovata dal governo Meloni.

E così dopo aver colpito tutte le forme individuali di pensionamento anticipato con restrizioni di vario tipo – Quota 103, Ape sociale, Opzione donna – Palazzo Chigi blocca anche la flessibilità agevolata delle imprese. Eppure se n’era parlato ai tavoli sulla previdenza organizzati all’inizio dell’anno scorso dal ministero del Lavoro con le parti sociali. In uno di questi si era ribadita «la necessità» di uno strumento flessibile, condivisa anche dal ministero.

ROMA — Quest’anno le aziende italiane non potranno contare sul contratto di espansione che consentiva di prepensionare il personale più maturo, assumere giovani e formare tutti i dipendenti, preparandoli alle transizioni. Questa forma di flessibilità sperimentale, sostenuta dal 2019 al 31 dicembre scorso anche dall’aiuto pubblico, non è stata rinnovata dal governo Meloni.

E così dopo aver colpito tutte le forme individuali di pensionamento anticipato con restrizioni di vario tipo – Quota 103, Ape sociale, Opzione donna – Palazzo Chigi blocca anche la flessibilità agevolata delle imprese. Eppure se n’era parlato ai tavoli sulla previdenza organizzati all’inizio dell’anno scorso dal ministero del Lavoro con le parti sociali. In uno di questi si era ribadita «la necessità» di uno strumento flessibile, condivisa anche dal ministero.

Al punto che la ministra Marina Calderone aveva inserito una proroga biennale del contratto di espansione nel decreto Primo Maggio, poi saltata. E mai più ripristinata. Ora ci sono due emendamenti di Pd e Iv al decreto Milleproroghe in discussione alla Camera per estendere quei contratti almeno di un anno. Con poca chance di passare.

Cos’è e perché piace il contratto di espansione

Il contratto di espansione è stato reso più appetibile dal governo Draghi. Nasce nel giugno 2019, decreto Crescita, per mano del governo M5S-Lega solo per aziende con più di mille dipendenti. Quasi inutilizzato. Poi negli anni il requisito è sceso a 250, poi 100, fino agli attuali 50 dipendenti. E infatti lo strumento ha cominciato a funzionare, tarato su 41 mila uscite annue nel biennio 2022-2023. Nei primi nove mesi del 2022 si registravano 39 accordi per 34 mila lavoratori, il triplo dell’anno prima.

Ma perché il contratto di espansione piace alle imprese e non dispiace ai sindacati? Perché a fronte di un piano di «reindustrializzazione e riorganizzazione» approvato dal ministero del Lavoro, l’azienda può cambiare pelle, abbassare l’età dei suoi dipendenti, facendo assunzioni a tempo indeterminato di giovani leve. E in cambio accompagnare all’uscita quanti, in modo volontario, vogliono anticipare la pensione e si trovano a non più di 5 anni dai requisiti ordinari di uscita. Quindi a 62 anni per la vecchiaia oppure a 37 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne).

Come funziona il prepensionamento

L’azienda eroga al prepensionato un’indennità pari all’importo della pensione calcolata al momento dell’uscita. E da questa indennità scala l’importo della Naspi (il sussidio di disoccupazione) che l’Inps eroga fino a 2 anni per ciascun lavoratore, come fosse stato licenziato. Il lavoratore che anticipa la vecchiaia perde 5 anni di contributi che non gli vengono coperti al contrario del collega che esce con 37 anni e 10 mesi di contributi (altrimenti dopo 5 anni non maturerebbe la pensione). Entrambi possono però trovarsi un altro lavoro mentre percepiscono l’indennità.

Senza contratto di espansione le imprese ora hanno solo l’isopensione che però è molto costosa, anche fino al doppio, perché prevede la copertura anche di tutti i contributi previdenziali mancanti alla pensione, senza aiuti pubblici. Regalo della Meloni.

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