«I cambiamenti climatici ormai causano più movimenti di persone dei conflitti. Nel 2022, quasi 33 milioni di persone per inondazioni, siccità, calore e tempeste. È il numero più alto in un decennio. E nessuna regione del mondo è immune». Ecco perché la conferenza Italia-Africa potrebbe essere uno snodo essenziale per affrontare la gestione di flussi migratori verso l’Europa che si annunciano sempre più consistenti. Ne è convinta Amy Pope, nuova direttrice generale dell’Oim, l’Agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni.
Quanto rischia la crisi climatica di influenzare i flussi migratori, e dovrebbe essere salvaguardato il diritto di migrare dei migranti climatici?
«L’Oim lavorerà con tutti i Paesi per mettere in campo politiche di mobilità climatica. Ciò che è accaduto alla COP28 a Dubai è stato cruciale. I leader mondiali hanno incluso la mobilità climatica come parte del Loss and Damage Fund (Fondo per perdite e danni), il meccanismo attraverso il quale i paesi colpiti dal cambiamento climatico possono ottenere aiuti per compensare tali costi».
L’Italia scommette sul piano Mattei. Di cosa c’è bisogno perché non resti una scatola vuota?
«Noi siamo pronti ad assistere la cooperazione tra Europa e Africa. È fondamentale per salvare vite umane, trovare soluzioni per promuovere lo sviluppo e ridurre lo spostamento, e incoraggiare percorsi migratori regolari più ampi. Credo che la conferenza in corso a Roma, che coinvolge direttamente molti stati africani, possa rendere questo dialogo ancora più efficace».
Il governo italiano ritiene un’emergenza i 150.000 arrivi via mare nel 2023. È così?
«La vera emergenza è umanitaria: nel 2023, i decessi in mare nel Mediterraneo centrale sono aumentati del 75%, passando da 1.427 a 2.498. È davvero straziante. E solo a gennaio sono quasi 100. Gli arrivi via mare dell’anno scorso, sebbene più elevati rispetto al 2022, sono inferiori a quelli di alcuni anni fa. Tuttavia, anche una sola morte è di troppo».
Il Mediterraneo resta un buco nero. Da tempo voi insistete sulla necessità di un dispositivo di soccorsi efficace.
«Rafforzare il sistema di pattugliamento in mare salverebbe più vite, ed è la nostra priorità. Siamo grati all’Italia per l’operazione “Mare Nostrum,” che ha salvato 170.000 persone nel 2014. E siamo preoccupati perché ci sono meno operazioni di soccorso, sia condotte dagli Stati che dalle Ong. Ma dobbiamo anche trovare soluzioni a lungo termine che consentano alle persone di migrare in modo regolare e sicuro».
Nessun paese riesce ad attuare una vera politica per i percorsi di accesso regolari. L’Italia ora ha introdotto un decreto flussi triennale. Pensate che sarebbe utile un analogo strumento europeo?
«Ogni Stato ha il diritto sovrano di gestire i flussi migratori. Potrebbe essere difficile armonizzare la politica migratoria, ma percorsi regolari sicuri aggiuntivi sarebbero sicuramente vantaggiosi per tutta l’Europa che ha già carenze di manodopera e l’invecchiamento della popolazione renderà la situazione peggiore. L’Oim plaude alla recente decisione dell’Italia di consentire a circa 450.000 migranti di entrare nel paese nei prossimi tre anni. Questa è la direzione giusta e speriamo che il Patto dell’Ue favorisca percorsi migratori più ampi, mutualmente vantaggiosi e sostenibili verso l’Europa».
Quindi giudica positivamente il Patto Ue asilo e migrazione che ha raggiunto il traguardo? Ritenete che salvaguardi il diritto d’asilo?
«Abbiamo accolto con favore l’accordo politico raggiunto, rappresenta un approccio europeo promettente e completo. Certo, sarà fondamentale l’attuazione, e sarà estremamente importante dare priorità alla protezione e la sicurezza di tutte le persone in movimento, in particolare dei migranti vulnerabili».
L’Oim propone un programma di ritorno volontario di migranti spesso bloccati in Libia o al confine meridionale della Tunisia. Quanto è significativo?
«I programmi di ritorno sono una parte importante del nostro lavoro. Offrono un’alternativa a chi non vuole più rimanere dove si trova. Dal 2015 l’Oim ha facilitato più di 77.000 ritorni dalla Libia, 9.370 solo l’anno scorso, e 2.557 dalla Tunisia, rispetto a 1.614 dell’anno precedente».