La Germania depressa che guarda al passato
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniAlice Weidel, l’ex analista di Goldman Sachs che ha scoperto di avere un cuore nero ed è diventata la leader dell’Afd, ha rispolverato la scorsa settimana la proposta di un’uscita della Germania dall’Unione europea. La folle idea di una “Dexit”, illustrata al Financial Times, era sparita da anni dal programma dell’ultradestra tedesca – e la stessa Weidel l’aveva esclusa neanche un anno fa, al congresso del partito a Magdeburgo. Cos’è successo nel frattempo per determinare una brusca svolta nelle priorità di un partito bollato dai servizi segreti di tre land come “di estrema destra” ma che nei sondaggi continua a veleggiare intorno al 20-23%?
Le previsioni sulla crescita europea
Cosa è successo a Davos
L’economista Weidel, a capo di un partito ultranazionalista e con la testa rivolta indietro, ha fiutato l’aria. La scorsa settimana, al Forum economico di Davos, il ministro delle Finanze Christian Lindner era sulla dif…
Alice Weidel, l’ex analista di Goldman Sachs che ha scoperto di avere un cuore nero ed è diventata la leader dell’Afd, ha rispolverato la scorsa settimana la proposta di un’uscita della Germania dall’Unione europea. La folle idea di una “Dexit”, illustrata al Financial Times, era sparita da anni dal programma dell’ultradestra tedesca – e la stessa Weidel l’aveva esclusa neanche un anno fa, al congresso del partito a Magdeburgo. Cos’è successo nel frattempo per determinare una brusca svolta nelle priorità di un partito bollato dai servizi segreti di tre land come “di estrema destra” ma che nei sondaggi continua a veleggiare intorno al 20-23%?
Le previsioni sulla crescita europea
Cosa è successo a Davos
L’economista Weidel, a capo di un partito ultranazionalista e con la testa rivolta indietro, ha fiutato l’aria. La scorsa settimana, al Forum economico di Davos, il ministro delle Finanze Christian Lindner era sulla difensiva. «So che alcuni di voi stanno pensando che la Germania è il malato d’Europa. Non lo è. Dopo un periodo di grande successo dal 2012 e quest’anno di crisi, la Germania è un uomo stanco dopo una notte breve». Un uomo “stanco” o “malato”? Partiamo dai dati. La Germania è l’unico Paese europeo a essere piombato in recessione nel 2023: -0,3%. E le prospettive per l’anno in corso non sono rosee. Il governo Scholz continua a pronosticare una ripresina dell’1,3%, ma il Fmi e la Commissione Ue concordano nello stimare la crescita della locomotiva europea sotto l’1%, nel 2024. Rispettivamente lo 0,9% e 0,8%. E c’è anche chi è più pessimista «Pensiamo che lo scenario attuale di stagnazione e di lieve recessione perdurerà», prevede ad esempio l’analista di Ing, Carsten Brzeski. Per la prima volta dall’inizio degli anni Duemila, la Germania potrebbe essere nel bel mezzo di un biennio di recessione. E l’Ifo, l’istituto di Monaco che misura l’umore delle imprese, ha già registrato a gennaio 2024 un clima che non sembra migliorare. Per il secondo mese consecutivo l’indice, calcolato in base a un’indagine tra 9 mila imprenditori, è calato. «L’economia tedesca è ancora prigioniera della recessione», ha dichiarato il presidente dell’Ifo, Clemens Fuest. «Più che un “uomo stanco” direi che la Germania è un “uomo malinconico”».
Lo sguardo al passato
Raggiungiamo Marcel Fratzscher al telefono mentre è nel suo ufficio berlinese del Diw, l’Istituto economico tedesco che dirige. L’economista non trova azzeccato il termine usato dal ministro Lindner: «Il problema non è la stanchezza, è lo sguardo dei tedeschi rivolto al passato, ai dorati anni Dieci, quelli del boom dell’export, della rombante industria automobilistica, della disoccupazione in calo e dei salari in aumento. E la Germania ha nostalgia di quel decennio, lo rivuole indietro. Perciò è depressa». Non solo. La Germania sembra anche più propensa a votare partiti come l’Afd che promettono un ritorno al passato, pervasi da umori nazistoidi, e si oppongono a soluzioni razionali per affrontare il futuro. È il partito degli arrabbiati e dei nostalgici. E non sono mai stati così tanti, a giudicare dai sondaggi ma anche dalle piazze.
Un 2023 in recessione
Fratzscher ricorda che negli anni Dieci, in quel «decennio d’oro» di fluida globalizzazione, la Germania è arrivata a far gonfiare le esportazioni fino alla metà del suo prodotto interno lordo «e si è resa estremamente dipendente soprattutto dalla Cina». Invece, dopo il «grande risveglio» della pandemia, da quando Pechino ha assunto una postura più aggressiva verso Taiwan e l’Europa ha cominciato a chiamarla “rivale sistemico” e a ridimensionare i rapporti, la Germania è entrata in affanno. Nell’ultimo anno, quell’affanno si è tramutato in angoscia, quando la Cina ha anche cominciato a frenare, sul piano economico. Dalla pandemia a oggi la prima economia europea non si è mai ripresa davvero. Da allora si è espansa solo dello 0,7%.
Anche perché la globalizzazione, nel frattempo, si è inceppata. E la Germania si è scoperta doppiamente vulnerabile: dopo la crisi delle catene delle forniture nel biennio orribile del Covid, con l’aggressione russa in Ucraina la locomotiva europea ha vissuto un secondo, brusco risveglio che ne ha messo in discussione i fondamentali. Il carburante dell’energivora industria tedesca era stato fino ad allora il gas a basso prezzo russo, e l’imperialismo di Putin ha costretto Berlino a ripensare precipitosamente le sue politiche energetiche. Anche questo pesa sui bilanci di famiglie e. Tuttora i prezzi energetici sono molto più alti che prima della guerra in Ucraina.
E se si rivolge lo sguardo al futuro, c’è anche un altro motore che rischia di incepparsi, fa notare Fratzscher. «La Germania fatica a capire che siamo nel mezzo di una trasformazione tecnologica epocale che ci costringerà a lasciarsi alle spalle il motore a scoppio. E che richiede enormi investimenti. La politica ne sembra inconsapevole». Anzi, forse è ancora peggio. A giudicare dalle proteste di piazza di queste settimane, la Germania sembra essersi messa il cappio al collo. A Berlino sono i giorni dei contadini in piazza, dei trattori allineati lungo il boulevard che arriva alla Porta di Brandeburgo, della rabbia di migliaia di agricoltori contro le ultime mosse del governo. A dicembre una micidiale sentenza della Corte costituzionale ha bocciato 60 miliardi di euro che erano stati segnati dall’esecutivo in un “fondo speciale”, per evitare di calcolarli preventivamente a debito. I togati di Karlsruhe hanno chiesto una maggiore trasparenza sull’uso di quei “fondi speciali” e hanno costretto intanto l’esecutivo “semaforo” a correre ai ripari. E sugli agricoltori si è abbattuta la mannaia più pesante: 17 miliardi di tagli di sussidi e di sconti sul diesel.
Un governo immobile
Il governo Scholz, composto da una maggioranza di verdi, socialdemocratici e liberali, sembra imbambolato. Incapace di capire che la sentenza di Karlsruhe, che deriva dalla promessa scritta nella costituzione di un eterno pareggio di bilancio, è un’ipoteca pesantissima su un futuro che avrebbe bisogno di colossali investimenti pubblici per affrontare la sfida della decarbonizzazione e della rivoluzione tecnologica. Nessuno ha il coraggio di fare l’unica cosa saggia: riformare il freno al debito, togliere quel vincolo costituzionale dannosissimo.
L’economista keynesiano Peter Bofinger, ex membro del comitato dei “saggi” che consigliano il governo, è tranchant, sul ritorno del dibattito della Germania come “malato” o “stanco” o “malinconico” d’Europa. Per Bofinger la Germania è “lo stupido” d’Europa. E le sue ultime decisioni in materia di politiche fiscali, ha aggiunto, «anche se non comparabili in termini di dimensioni, ricordano le politiche pro-cicliche decise dal cancelliere Heinrich Brüning tra il 1930 e il 1932. Quelle che aprirono la strada al nazionalsocialismo».