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Pmi, i debiti vengono al pettine

Nel 2024 le aziende devono iniziare a rimborsare i prestiti garantiti dell’era Covid. Ma l’economia rallenta, i tassi restano alti e ottenere nuovo credito è sempre più difficile
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I “meteorologi” dell’economia sono unanimi: le nubi nere del debito si addensano nei cieli sopra le imprese italiane. E il salvagente dei prestiti assistiti da “garanzie Covid”, elargiti fino a giugno 2022 per rimettere liquidità in un sistema annaspante, ora rischia di tramutarsi in un peso. Tutto si traduce in un dato: 3,9%, ovvero il tasso di default delle società di capitali italiane stimato da Crif Ratings per il 2024, quasi un punto percentuale in più rispetto al già negativo 2023. È la sintesi di ciò che non va, dall’inflazione che rallenta, sì, ma rimanendo elevata, a una politica monetaria che prima di metà anno non ingranerà la retromarcia sui tassi, per terminare con due conflitti che hanno messo in crisi vie strategiche del commercio come il Mar Nero e il Canale di Suez.

I “meteorologi” dell’economia sono unanimi: le nubi nere del debito si addensano nei cieli sopra le imprese italiane. E il salvagente dei prestiti assistiti da “garanzie Covid”, elargiti fino a giugno 2022 per rimettere liquidità in un sistema annaspante, ora rischia di tramutarsi in un peso. Tutto si traduce in un dato: 3,9%, ovvero il tasso di default delle società di capitali italiane stimato da Crif Ratings per il 2024, quasi un punto percentuale in più rispetto al già negativo 2023. È la sintesi di ciò che non va, dall’inflazione che rallenta, sì, ma rimanendo elevata, a una politica monetaria che prima di metà anno non ingranerà la retromarcia sui tassi, per terminare con due conflitti che hanno messo in crisi vie strategiche del commercio come il Mar Nero e il Canale di Suez.

I rimborsi della finanza

Un nuovo avversario, fino ad oggi rimasto in panchina, è però pronto a scendere in campo. «I rimborsi della finanza ottenuta nel periodo pandemico – spiega Luca D’Amico, amministratore delegato di Crif Ratings – sono iniziati a gravare sui flussi di cassa delle imprese a partire dal 2023, ma l’intensità maggiore verrà raggiunta quest’anno». E non senza conseguenze, perché le società che non avranno la capacità di generare adeguate entrate a sostegno del debito saranno costrette a ricorrere a nuova finanza, «che tuttavia – ricorda D’Amico – presenterà un costo più elevato e maggiori difficoltà di ottenimento, entrambi elementi di criticità per le attività fragili in termini di sostenibilità». L’ipotesi è tutt’altro che remota, da ottobre 2022 a ottobre 2023 le banche hanno tagliato i volumi dei prestiti alle aziende per 47 miliardi, le sofferenze nette sono salite a 18 miliardi (più 10%) e l’ultimo bollettino Abi certifica un aumento del tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese, dal 5,59% di novembre al 5,69% attuale.

I prestiti Covid sui bilanci

Il problema è che i bilanci delle aziende sono farciti di prestiti Covid. Nei 28 mesi in cui sono state attive le misure di sostegno al credito con i decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, le richieste di garanzie per nuovi finanziamenti bancari presentati al Fondo di garanzia per le Pmi hanno raggiunto 256,8 miliardi di euro, cui bisogna aggiungere altri 42 miliardi coperti dagli strumenti massi in campo da Sace. Risultato, nel 2020 l’importo dei finanziamenti erogati dal sistema bancario è stato del 54,9% più alto rispetto al pre-pandemia e nel biennio successivo si è comunque mantenuto su livelli consistenti: più 17,4% e più 25,1% (dati Crif Ratings). La speranza di quei giorni era che all’economia ferma sarebbe seguito un rimbalzo abbastanza forte da rimettere in pista le imprese per consentire loro di onorare gli impegni presi. Ma il colpo di reni dell’economia è durato poco, con le speranze di ripresa soffocate da uno squilibrio tra domanda e offerta che ha messo in moto l’inflazione, infiammatasi con lo scoppio della guerra in Ucraina e le tensioni sul mercato degli energetici. E ora i nodi stanno venendo al pettine. Il periodo di pre-ammortamento biennale concesso ai crediti Covid sta infatti venendo meno, e alla sola quota interessi pagata fino a oggi si aggiungerà la quota capitale. Secondo le cifre elaborate da Unimpresa, attualmente i prestiti assistiti da garanzie in pancia alle imprese ammonterebbero a circa 125 miliardi, di cui 28,1 miliardi con scadenza a un anno, 31,2 miliardi a medio termine e 65,5 miliardi oltre cinque anni.

Il possibile effetto valanga

A giugno 2023 la quota dei finanziamenti garantiti che faceva capo a imprese in default rettificato aveva raggiunto il 4% (dati Bankitalia) e con le stime in rialzo dei tassi di default annunciati da Crif l’effetto valanga è possibile. Specie se alla ricetta si aggiunge un particolare non secondario: oltre il 60% dei finanziamenti considerati sono a tasso variabile. A costi si aggiungono costi, proprio quando le imprese avrebbero bisogno di cominciare ad alleggerire i conti. In una recente analisi, Allianz Trade ha acceso un lampione sulla recessione globale che, a partire dal secondo trimestre del 2023 e per la prima volta dalla metà del 2020, si è estesa a tutte le regioni (-1,9%). Questa situazione, unita al persistente aumento dei costi, sta compromettendo la redditività. Con conseguente rapida diminuzione della liquidità. «Inoltre – aggiunge Aylin Somersan Coqui, ceo di Allianz Trade – in un contesto di rallentamento della crescita economica globale, è probabile che si allunghino i tempi di pagamento e questo contribuirà ad aumentare le insolvenze nei prossimi trimestri», che in Italia potrebbero superare i 10 mila casi.

La metafora conclusiva assomiglia a quella del cane che si morde la coda: gli effetti congiunti di più squilibri rallentano i processi di crescita delle aziende, che affogate nelle spese cominciano a saltare qualche rata; la cassa si erode e il merito creditizio si abbassa, rendendo sempre più faticoso poter afferrare l’ancora del prestito, che chiude i rubinetti nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Il vicepresidente di Unimprese Giuseppe Spadafora lancia l’sos: «È la tempesta perfetta sul credito bancario, perché le imprese che hanno fatto ricorso a prestiti con garanzia pubblica sono quelle che riscontrano maggiori problematicità nei rimborsi».

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