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Il bluff del governo sugli anziani non autosufficienti: l’assegno non è di 1.000 euro e arriverà solo a 25 mila ultraottantenni

(ansa)
Mentre rimane al palo l’attuazione della riforma, con l’istituzione di un Sistema Nazionale (Snaa) che avrebbe dovuto coordinare tutti gli interventi, dall’assistenza domiciliare alla riforma delle Rsa, superando l’attuale caotica frammentazione delle misure di sostegno
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ROMA – I 1.000 euro in più agli anziani non autosufficienti della bozza di decreto entrata giovedì in Consiglio dei ministri sono diventati 850 a riunione conclusa. Ma non è questo l’aspetto che le organizzazioni di settore criticano maggiormente del decreto attuativo della riforma dell’assistenza, approvato giovedì 25 gennaio. Perché comunque 850 euro rappresentano un’integrazione di tutto rispetto dell’assegno di accompagnamento, fermo a 527,16 euro mensili.

Ma la questione è che si tratta di una misura sperimentale, prevista solo per il 2025 e il 2026, e finanziata con appena 300 milioni di euro annui, e quindi i paletti sono molto rigorosi: il nuovo aiuto andrà soltanto a chi ha almeno 80 anni, un livello di bisogno assistenziale gravissimo, un valore Isee non superiore a 6.000 euro. Cioè, facendo un primo calcolo, 25 mila persone, l’1,18% della platea di riferimento, costituita da 1,4 milioni di anziani non autosufficienti percettori di assegno di accompagnamento, 1 milione, se si…

ROMA – I 1.000 euro in più agli anziani non autosufficienti della bozza di decreto entrata giovedì in Consiglio dei ministri sono diventati 850 a riunione conclusa. Ma non è questo l’aspetto che le organizzazioni di settore criticano maggiormente del decreto attuativo della riforma dell’assistenza, approvato giovedì 25 gennaio. Perché comunque 850 euro rappresentano un’integrazione di tutto rispetto dell’assegno di accompagnamento, fermo a 527,16 euro mensili.

Ma la questione è che si tratta di una misura sperimentale, prevista solo per il 2025 e il 2026, e finanziata con appena 300 milioni di euro annui, e quindi i paletti sono molto rigorosi: il nuovo aiuto andrà soltanto a chi ha almeno 80 anni, un livello di bisogno assistenziale gravissimo, un valore Isee non superiore a 6.000 euro. Cioè, facendo un primo calcolo, 25 mila persone, l’1,18% della platea di riferimento, costituita da 1,4 milioni di anziani non autosufficienti percettori di assegno di accompagnamento, 1 milione, se si vuole restringere agli ultraottantenni.

Senza contare che in totale i non autosufficienti sono molti di più, 3,8 milioni. A tutti gli altri, anche se indigenti, anche se in condizioni gravissime, non va neanche un euro in più. Ma quel ch’è peggio, non arriva neanche alcun tipo di aiuto concreto in più: il decreto non prevede alcuna seria implementazione dei servizi di assistenza, il vero cuore della riforma, messa a punto dal governo Draghi e approvata definitivamente dal governo Meloni nel marzo dell’anno scorso. E non c’è nessun tentativo di assicurare i livelli essenziali delle prestazioni sociali e sanitarie, che richiederebbero ingenti risorse, data la disparità dei servizi sul territorio.

La riforma tradita: non parte l’assistenza domiciliare

"Da una prima lettura dello schema di decreto la prima cosa che sorprende è la totale assenza di interventi cogenti tesi a favorire l’integrazione socio-sanitaria nella assistenza e cura degli anziani non autosufficienti”, afferma in una nota l’Auser, l’associazione del Terzo Settore vicina alla Cgil, che si occupa proprio di assistenza agli anziani, coinvolgendo nei servizi di volontariato anche i pensionati attivi. Per capire cosa le organizzazioni si aspettavano, basta leggere la legge delega 33/2023: si sarebbe dovuto istituire il Sistema Nazionale per la Popolazione Anziana non autosufficiente, che avrebbe dovuto coordinare tutti gli interventi pubblici in maniera organica, intervenendo là dove erano insufficienti e integrando le misure più carenti, a cominciare dall’assistenza domiciliare, quasi sempre la più apprezzata dalle famiglie, perché permette agli anziani di essere curati a casa propria.

L’assistenza domiciliare in Italia non esiste in maniera continuativa, ci sono pochi interventi sporadici, e non in tutte le aree del Paese: questi naturalmente rimangono, ma manca il passo in avanti che la riforma avrebbe dovuto assicurare. Come manca la riforma delle Rsa, che non hanno dimostrato una tenuta adeguata nei momenti difficili della pandemia.

Nel decreto si parla in maniera vaga di social housing o di housing intergenerazionale, facendo riferimento però all’invecchiamento attivo, non certo all’assistenza dei non autosufficienti. E peraltro ignorando il fatto che in Italia questo tipo di strutture praticamente non esistono, e non ci sono risorse adeguate per costruirle.

Risorse molto scarse

La questione delle risorse è il nodo centrale del provvedimento: le misure non ci sono perché non ci sono fondi sufficienti per finanziarle. Le organizzazioni che fanno capo al Patto per la non autosufficienza avevano stimato che, giusto per partire quest’anno, sarebbero serviti 1,3 miliardi in più rispetto alle risorse previste finora; la cifra poi sarebbe dovuta crescere progressivamente. Il decreto stanzia circa un miliardo, ma non esclusivamente per gli interventi a sostegno dei non autosufficienti: la maggior parte delle risorse va infatti alle misure per l’invecchiamento attivo. Per i non autosufficienti ci sono solo 300 milioni, davvero uno stanziamento minimo.

E a dirlo non sono solo le organizzazioni solitamente più critiche nei confronti del governo: “Per i 3,8 milioni di anziani non autosufficienti e per i loro familiari che quotidianamente li assistono occorreranno ulteriori stanziamenti di risorse. – scrive in una nota 50&Più, associazione che fa capo a Confcommercio – Serve, infatti, una riforma di sistema e ci auguriamo che nei prossimi mesi la condizione delle persone anziane, delle persone anziane non autosufficienti e dei caregiver venga affrontata in sede istituzionale anche per recuperare le risorse economiche necessarie a soddisfare le esigenze di una popolazione sempre più numerosa”.

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