Così l’economia americana ha dribblato la recessione
di Paolo MastrolilliOra la domanda che si pongono tutti è questa: gli elettori americani avvertiranno gli effetti della ripresa in tempo per le elezioni del 5 novembre? In altre parole, l’atterraggio morbido dell’economia Usa, con la crescita sopra il 3%, l’inflazione in calo verso il 2% e la disoccupazione ferma al 3,7%, garantirà a Biden il credito di cui ha bisogno per respingere l’attacco di Trump e restare alla Casa Bianca?
Cosa dicono i numeri
Per fare questo ragionamento bisogna partire dai numeri. Secondo i dati appena pubblicati dalla University of Michigan, a gennaio la fiducia dei consumatori americani è salita del 13%, il balzo più alto dal 2021. Da novembre a oggi è aumentata del 29%, il rialzo più forte degli ultimi 30 anni. Nel frattempo a Wall Street gli indici hanno fatto segnare un record assoluto dietro l’altro, mentre anche il Nasdaq cresce senza sosta. Il prezzo della benzina è sceso del 40% dal giugno del 2022 a oggi, e le domande per i sussidi di disoccupazione sono calate al live…
Ora la domanda che si pongono tutti è questa: gli elettori americani avvertiranno gli effetti della ripresa in tempo per le elezioni del 5 novembre? In altre parole, l’atterraggio morbido dell’economia Usa, con la crescita sopra il 3%, l’inflazione in calo verso il 2% e la disoccupazione ferma al 3,7%, garantirà a Biden il credito di cui ha bisogno per respingere l’attacco di Trump e restare alla Casa Bianca?
Cosa dicono i numeri
Per fare questo ragionamento bisogna partire dai numeri. Secondo i dati appena pubblicati dalla University of Michigan, a gennaio la fiducia dei consumatori americani è salita del 13%, il balzo più alto dal 2021. Da novembre a oggi è aumentata del 29%, il rialzo più forte degli ultimi 30 anni. Nel frattempo a Wall Street gli indici hanno fatto segnare un record assoluto dietro l’altro, mentre anche il Nasdaq cresce senza sosta. Il prezzo della benzina è sceso del 40% dal giugno del 2022 a oggi, e le domande per i sussidi di disoccupazione sono calate al livello più basso dell’ultimo anno.
La spiegazione dell’euforia dei consumatori sta nel fatto che l’economia Usa cresce sopra il 3%, per la precisione 3,3% nell’ultimo trimestre del 2023, con un aumento medio del 3,1% su base annuale. Meglio di qualunque altro Paese occidentale, e non solo. Nel frattempo l’inflazione sta tornando verso l’obiettivo del 2% stabilito dalla Fed, con l’indice Pce, quello seguito con più attenzione dalla banca centrale, che è aumentato del 2,9% su base annuale, rispetto al 5,9% dell’anno passato. La disoccupazione è rimasta al 3,7%, con 353.000 posti di lavoro creati nel mese di gennaio, oltre le previsioni più rosee. Sulla base di questi dati, economisti, analisti, operatori e politici scommettono sull’atterraggio morbido dopo la crisi del Covid, ossia la fine della terribile impennata dei prezzi senza pagarla con recessione e disoccupazione. Quindi prevedono che la banca centrale inizierà a tagliare i tassi presto, di sicuro entro la fine del 2024.
Il Pil americano trimestre per trimestre
Trump è così preoccupato per queste notizie da aver detto di augurarsi il collasso della Borsa. Ha giustificato questa follia spiegando che non vuole diventare il nuovo Herbert Hoover, il presidente entrato in carica all’inizio della Grande Depressione, ma la verità è che sta “gufando”, perché si rende conto di come il boom in corso a Wall Street contraddica la logica di una sua eventuale rielezione. Infatti, davanti alle critiche di chi gli rimproverava di volere il male dell’America per favorire il proprio tornaconto, ha aggiustato il tiro come fa lui in genere, prendendosi il falso merito di qualcosa con cui non ha nulla a che vedere: «La Borsa – ha ripetuto nei comizi elettorali – sta salendo perché Wall Street dà per scontato il mio ritorno alla Casa Bianca e lo sta già celebrando».
Verso il 5 novembre
Può darsi che abbia ragione, ma anche no. E il verdetto dipenderà molto da cosa accadrà nei prossimi mesi. Ovvero se l’economia continuerà ad andare bene, la Fed taglierà i tassi, e la percezione dell’inflazione smetterà di pesare così tanto sull’umore degli americani. Ma soprattutto se questi fattori si faranno sentire prima del voto del 5 novembre, abbastanza da influenzarlo.
Verso la fine dell’anno scorso, la Casa Bianca aveva scelto la strategia di ricordare agli elettori i propri successi, sottolineandoli con una serie di eventi. Quindi il presidente aveva girato l’America lanciando lo slogan della “Bidenomics”. Aveva pure il diritto di farlo, non solo per l’atterraggio morbido dell’economia, ma anche perché ha mantenuto la promessa di riportare in patria l’occupazione, fatta durante la campagna elettorale del 2020 ai colletti blu degli Stati industriali chiave come Pennsylvania, Michigan e Wisconsin.
Il settore manifatturiero è tornato a casa, con un milione circa di nuovi posti di lavoro, mentre gli Usa cercano di percorrere il complicato cammino a ritroso del de-risking dalla Cina. La strategia non ha funzionato, però, perché l’inflazione pesa sull’umore degli americani più di qualunque altra statistica. Il tasso di crescita sarà pure buono, così come quello sulla disoccupazione o le Personal consumption expenditures, ma se le uova costano il triplo di due anni fa e la domenica non posso permettermi la grigliata con la famiglia, la colpa è del governo. Anzi, sbandierare i pregi della “Bidenomics” può trasformarsi in un boomerang.
Cambio di tattica per la Casa Bianca
Allora la Casa Bianca ha deciso di cambiare tattica, e pur negando di aver cancellato lo slogan dal suo vocabolario, ha smesso di usarlo così spesso. I consiglieri hanno suggerito al presidente di fare i conti con la realtà, citando i prezzi dei beni concreti, invece delle statistiche. Inutile ripetere agli americani che c’è l’atterraggio morbido, se tra loro prevale la “vibecession”, la percezione che il Paese si trovi o sia avviato verso la recessione. Meglio ricordare che il prezzo della benzina è calato, e sperare che nel frattempo il miglioramento dell’economia si faccia sentire nella vita di ogni giorno.
Dopo la riunione del 30 e 31 gennaio, il presidente della Fed Powell ha detto che le cose vanno bene, ma prima di tagliare i tassi avrà bisogno di conferme durature. Quindi la riduzione del costo del denaro non dovrebbe arrivare a marzo, lasciando aperto il dubbio se possa avere un impatto favorevole a Biden nelle elezioni. I segnali positivi ci sono, vista l’impennata della fiducia dei consumatori, ma bisogna sperare che aumentino. Anche perché sarebbe paradossale se Trump, invece di fare l’Herbert Hoover, fosse rieletto grazie allo scontento per un’economia che in realtà vola, regalando poi a lui il merito di averla resuscitata.