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De Vries: “Per gli agricoltori l’Europa è una tecnocrazia lontana, all’Unione serve una riforma democratica"

La politologa Catherine De Vries è titolare della cattedra dell'Università Bocconi "Generali Endowed Chair in European Policies – Shaping Leadership in Europe" 
Dietro alle proteste dei trattori e all’ascesa delle destre estreme ed euroscettiche c’è un deficit di legittimità delle politiche comunitarie. “E’ sbagliato pensare che l’integrazione sia inesorabile, ora bisogna dare ai cittadini la possibilità di votare per i leader Ue sulla base di programmi definiti”, dice la politologa, titolare di una nuova cattedra dell’Università Bocconi sulle Politiche comunitarie
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La protesta dei trattori contro le politiche “verdi” dell’Unione. E l’avanzata dei partiti di estrema destra che alle prossime elezioni di giugno potrebbero diventare la forza più ampia dell’Europarlamento. Secondo Catherine De Vries, tra i massimi studiosi di politiche comunitarie, c’è un fattore comune che spiega questa ondata di euroscetticismo: “La percezione di distanza rispetto alle politiche europee, che hanno grandi effetti redistributivi, cioè benefici per alcuni e costi per altri”. Una percezione che può essere corretta solo riaprendo il cantiere delle riforme istituzionali: “Il vero problema è creare attorno a queste politiche una legittimità democratica”, dice la professoressa, che oggi inaugura con una lezione la nuova cattedra dell’Università Bocconi in “European Policies – Shaping Leadership in Europe”, di cui sarà titolare.

La protesta dei trattori contro le politiche “verdi” dell’Unione. E l’avanzata dei partiti di estrema destra che alle prossime elezioni di giugno potrebbero diventare la forza più ampia dell’Europarlamento. Secondo Catherine De Vries, tra i massimi studiosi di politiche comunitarie, c’è un fattore comune che spiega questa ondata di euroscetticismo: “La percezione di distanza rispetto alle politiche europee, che hanno grandi effetti redistributivi, cioè benefici per alcuni e costi per altri”. Una percezione che può essere corretta solo riaprendo il cantiere delle riforme istituzionali: “Il vero problema è creare attorno a queste politiche una legittimità democratica”, dice la professoressa, che oggi inaugura con una lezione la nuova cattedra dell’Università Bocconi in “European Policies – Shaping Leadership in Europe”, di cui sarà titolare.

Lei parla di una nuova forma di euroscetticismo, in che senso?

“La Brexit ha mostrato a tutti quali siano i costi di lasciare l’Unione e oggi molto meno cittadini europei pensano che questa possa essere la soluzione, c’è una convinzione più diffusa sulla necessità di risposte europee ai problemi. Dall’euroscetticimo di chi vuole uscire però siamo passati a quello di chi vuole restare, ma di certo non vuole maggiore integrazione ed è scontento per le politiche comunitarie, quando come nel caso del Green Deal i loro costi diventano evidenti”.

E’ il caso degli agricoltori che protestano?

“Sì. E’ una protesta alimentata in parte dalle forze di destra, da parte di una categoria che ha avuto molto dall’Europa, ma che ora vede il proprio stile di vita messo a rischio dalle scelte di quella che considera una élite tecnocratica”.Basta questo a spiegare l’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa?“La spiegano una serie di fattori. Il primo è l’incertezza economica, aumentata dalla crisi dell’inflazione, il secondo è il problema dei flussi migratori, che viene politicizzato. E poi c’è un questione più strettamente politica: si vedono ora gli effetti delle misure di austerità introdotte in Europa a cavallo della grande recessione e che hanno impattato sull’offerta e la qualità dei servizi pubblici. Quando questo avviene aumenta nei cittadini la percezione di distanza dallo Stato e quindi il supporto per l’estrema destra con il suo messaggio anti-migranti e anti-establishment”.

Che effetti avrà l’avanzata della destra sulle politiche europee?

“I due gruppi della destra populista, i conservatori dell’Ecr più Identità e democrazia, potrebbero essere la forza maggiore del Parlamento. Su moltissimi temi non vanno d’accordo, quindi non credo che l’attuale coalizione di centro verrà rimpiazzata da una di destra, ma anche se Von der Leyen ottenesse un bis di certo non potrebbe riproporre la sua agenda attuale. Difficile dire cosa succederà. Da un lato queste forze potrebbero portare l’Europa a uno stallo. Dall’altro è evidente anche a loro che l’unico modo per risolvere alcuni problemi è affrontarli a livello comunitario, che la cooperazione è necessaria. E’ possibile quindi che spingano per agire sul tema dell’immigrazione, mentre facciano resistenza su quello del clima. La loro idea è quella di un’Europa come gruppo di nazioni sovrane”.

Meloni sembra volersi porre come il leader di questo gruppo, è così?

“Sì, all’insegna del grande pragmatismo – abbiamo visto le sue uscite insieme a Von der Leyen sul tema dei migranti - e della difesa dell’interesse nazionale. Molti dicono che si è moderata rispetto ai toni del passato, basta vedere il sostegno all’Ucraina, ma resta da capire cosa succederebbe in caso di vittoria di Trump negli Stati Uniti: se Meloni sarebbe spinta ad allinearsi ideologicamente a Trump, anche sacrificando parte del pragmatismo”.

C’è chi, come il presidente francese Macron, sta cercando di spostarsi più a destra per frenare l’avanzata delle forze conservatrici. E’ una buona strategia?

“Di solito chi cerca di farlo appare agli elettori come un’imitazione e rende l’originale ancora più attraente”.

Draghi sostiene che senza passi avanti nell’integrazione, per esempio sulla difesa e sugli investimenti, l’Europa rischia l’irrilevanza. Il rapporto sulla competitività che sta preparando può essere un “copione” per chi guiderà l’Europa?

“Draghi ha ragione, ma il suo punto di vista è quello di un grande economista, mentre da scienziata politica mi pongo il problema di come si crea consenso e legittimità attorno alle politiche, che anche quando solo le migliori per l’Europa nel suo complesso hanno grosse conseguenze redistributive a livello nazionale, creando dei vincitori e dei vinti. Per questo dico che l’Europa deve cambiare modo di pensare, senza più considerare inesorabile il percorso verso una maggiore unità, e tornare a parlare di riforme”.

Quali?

“Per esempio la possibilità di procedere con gradi diversi di integrazione, con un gruppo di Paesi che vanno avanti su certi temi lasciando poi agli altri la possibilità di entrare. Non è facile, ma aiuterebbe a gestire i conflitti interni ai Paesi e l’euroscetticismo. E poi dando legittimità alle politiche attraverso vere elezioni democratiche, in cui i cittadini scelgono il presidente della Commissione sulla base di un programma, cosa che oggi non accade. L’Unione non si può basare solo sull’efficienza delle politiche, o delle risposte alle crisi, perché ci sono periodi in cui l’efficienza non c’è e perché da sola non basta mai a creare un legame tra eletti ed elettori”.

L’ultima volta che si è tentato di riformare l’Unione, quasi venti anni fa, è stato un fallimento. Difficile pensare che l’avanzata delle destre renda l’impresa più facile.

“Vero. Se è la percezione della distanza di Bruxelles che ti fa vincere le elezioni, non vorrai certo risolvere il problema. La vera questione è se i cittadini inizieranno a vedere anche queste forze, ora che governano, come parte di una élite tecnocratica”.

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