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I costruttori di auto cinesi pronti a invadere l’Europa

I costruttori di auto cinesi pronti a invadere l’Europa
Sono 50 le case automobilistiche in Cina, venti hanno messo nel mirino

il Vecchio continente. Byd fa da apripista in Ungheria

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Le ultime novità arrivano dal ministero cinese del Commercio. Ha realizzato un decalogo destinato ai produttori di veicoli del Paese del Dragone per incoraggiare le case automobilistiche a istituire centri di ricerca e sviluppo e servizi post-vendita all’estero, oltre a collaborare con partner stranieri nella costruzione di catene di approvvigionamento e lavorare a più stretto contatto con le compagnie di navigazione sulla logistica dei trasporti. Un supporto utile per i marchi pronti ad aggredire il mercato occidentale delle quattro ruote. Quanti sono? Dovrebbero essere più di 50 le case automobilistiche nate in Cina sull’onda della transizione green e in nome dell’elettrico. Molte scompariranno e si fonderanno. Quelle che oggi puntano verso l’occidente, ed interessano anche al governo italiano, sono al massimo una ventina. «Più che puntare, le case cinesi sono già tra noi; a fine 2023 la quota in Europa è del 4% e nel giro di due anni sarà salita al 6%», sottolinea Dario Duse, country leader Italia di AlixPartners ed esperto del comparto auto.

Quali sono i marchi con cui i brand europei devono fare i conti? Il primo è sicuramente Byd, colosso che sta costruendo una rete di vendita - 230 rivenditori nella Ue - ha superato, nell’ultimo trimestre del 2023, Tesla sul fronte produzione e aprirà una fabbrica in Ungheria. Poi c’è Aiways, Seres, i marchi del gruppo Great Wall Motor. E la lista continua con Geely, Zeekr, Xpeng, Fengshen, Nio e Saic. Un brand che in Italia sta prendendo piede è MG, un tempo britannico, ora made in China. Marchi che saranno presenti al Salone di Ginevra a fine febbraio. Il ministero del Commercio cinese, nelle linee guida, coinvolge le banche, che sono incoraggiate ad espandere i servizi per i produttori e le aziende che forniscono componenti. Nel pacchetto varato dal ministero lo scorso mercoledì sono previste regole per ottimizzare le procedure di esportazione di macchine con la spina e di batterie.

Le linee guida del ministero sono un sostegno ai gruppi di Pechino che sono pronti a muovere verso occidente. Nel 2023, secondo la China Association of Automobile Manufacturers (Caam), le vendite di veicoli sono aumentate del 12% a 30,09 milioni di unità. Tasso di crescita simile è stato riscontrato per i volumi produttivi: +11,6% e 30,16 milioni di veicoli assemblati. Le performance industriali sono sostenute non solo dal mercato interno, ma anche dai mercati esteri: l’export è aumentato del 58%, fino a 4,91 milioni di veicoli spediti altrove, e ha superato il Giappone. «La Cina ha impiegato 55 anni per aumentare il numero delle esportazioni automobilistiche da uno a 1 milione. Nel 2021 ha superato i 2 milioni e nel 2023 ha raggiunto i 4,91 milioni, avvicinandosi ai 5 milioni», dice Fu Bingfeng, segretario generale della Caam. «Il mercato interno per la Cina rappresenta una fetta importante delle vendite, ma ha una capacità produttiva molto forte, per cui è necessario per le società di Pechino trovare sbocchi in altri Paesi e continenti. L’Europa è in testa alla classifica», spiega Duse. Il ministero del Commercio di Pechino, considerando l’indagine varata lo scorso settembre dalla Ue sui sussidi governativi cinesi al comparto e l’intenzione degli Usa di alzare le tariffe su alcuni prodotti, ad iniziare dalle auto, invita l’industria a quattro ruote a rispondere in modo attivo alle eventuali restrizioni al commercio e a cooperare con le aziende estere. E le politiche protezionistiche dell’occidente potrebbero avere un effetto: velocizzare l’apertura di fabbriche nella Ue da parte dei gruppi del Paese del Dragone. «A fine decennio la quota di mercato delle auto elettriche cinesi in Europa potrebbe sfiorare il 10% - sottolinea Stefano Aversa, global vice-chairman e chairman Emea di AlixPartners - già oggi la capacità produttiva non è seconda a nessuno e il livello di qualità delle vetture è buono, soprattutto nel software e nell’infotainment, elementi che attirano le nuove generazioni di automobilisti. Anche perché la meccanica avrà sempre meno importanza, sarà sempre più governata dal software».

In Europa, tanto per parlare di meccanica, sono 122 gli impianti dove si producono motori tradizionali che andranno riconvertiti. L’intenzione dei gruppi di aprire fabbriche in Europa attira l’attenzione dei Paesi, compreso quello italiano. Byd ha fatto da apripista, ha chiuso un accordo con il governo ungherese per un impianto dedicato alle auto a Szeged. Il secondo in Ungheria, dopo quello per la produzione di bus elettrici. In Italia il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, dice che «stiamo lavorando perché una seconda casa automobilistica possa insediarsi in Italia. E se i soldi messi sugli incentivi non avranno effetti sulla produzione nazionale, dal prossimo anno tutti i fondi residui, 5,3 miliardi, verranno destinati ad attrarre un produttore». Il ministero ha creato una task force ad hoc, mettendo a capo Amedeo Teti, per fare scouting tra i gruppi stranieri, a partire dai cinesi. Tra i papabili ci sarebbe il gruppo Chery, che ha già rapporti in Italia con Dr a cui fornisce le auto. Poi ci sono gli americani, come Tesla che ha aperto una fabbrica a Berlino e pensa ad un secondo impianto. A Roma le antenne sono state puntate sulla Corea del Sud e sul Giappone, da dove è rientrata da poco la premier Meloni.

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