L’autoritarismo e i silenzi delle imprese
di Carlo BastasinPossono le imprese tacere di fronte al rischio di svolta autoritaria nel loro Paese? Nei decenni passati ha quasi sempre prevalso l’osservazione attribuita a Milton Friedman secondo cui “il business del business è il business” e poco altro. Tuttavia, le grandi trasformazioni globali degli ultimi anni – a cominciare dalle minacce autoritarie nelle società occidentali – stanno svuotando questa interpretazione minimalista del coinvolgimento delle imprese nel giudizio sul funzionamento dei sistemi politici e istituzionali.
Oggi, partecipare all’economia di mercato richiede di riconoscerla come una componente costitutiva delle democrazie liberali. In queste democrazie, il diritto delimita i confini della proprietà privata, i sistemi di regole sanciscono i comportamenti negativi che invaderebbero le libertà altrui, e infine il meccanismo dei prezzi scandisce quel disordine autogovernato che si è dimostrato più efficace dei sistemi di pianificazione statale nel produrre benessere e condiv…
Possono le imprese tacere di fronte al rischio di svolta autoritaria nel loro Paese? Nei decenni passati ha quasi sempre prevalso l’osservazione attribuita a Milton Friedman secondo cui “il business del business è il business” e poco altro. Tuttavia, le grandi trasformazioni globali degli ultimi anni – a cominciare dalle minacce autoritarie nelle società occidentali – stanno svuotando questa interpretazione minimalista del coinvolgimento delle imprese nel giudizio sul funzionamento dei sistemi politici e istituzionali.
Oggi, partecipare all’economia di mercato richiede di riconoscerla come una componente costitutiva delle democrazie liberali. In queste democrazie, il diritto delimita i confini della proprietà privata, i sistemi di regole sanciscono i comportamenti negativi che invaderebbero le libertà altrui, e infine il meccanismo dei prezzi scandisce quel disordine autogovernato che si è dimostrato più efficace dei sistemi di pianificazione statale nel produrre benessere e condividerlo. Per chi partecipa consapevolmente all’economia sociale di mercato, secondo la definizione tedesca, si tratta dunque di non rimanere indifferente di fronte alle minacce allo stato di diritto.
È in tal senso, credo, che vada interpretata la reazione di molte imprese tedesche di fronte alla minaccia per la democrazia rappresentata da Alternative für Deutschland (AfD), il partito classificato dall’Ente per la protezione della Costituzione come di estrema destra radicale, che con un linguaggio populista coltiva proposte autoritarie, basate sulla distinzione etnica, favorevoli alle deportazioni di massa degli immigrati e allo schieramento della Germania su posizioni antioccidentali e affini alla Russia di Putin.
AfD è maggioritario nei Länder orientali e, secondo i sondaggi, oggi è il secondo partito tedesco. I suoi elettori non sono ovviamente neonazisti. Si stima che il 2-4% dei tedeschi si riconosca nelle tentazioni nostalgiche del Terzo Reich.
Ma questo manipolo raccoglie attorno a sé il bacino di chi è insofferente delle grandi ondate migratorie e si sente privo di voce. Nelle prossime elezioni regionali, per la prima volta, AfD potrebbe assumere posizioni di potere in luoghi dove sono cresciute negli ultimi tre decenni alcune delle imprese tecnologicamente più avanzate. Imprese nelle quali la percentuale di lavoratori qualificati di origine straniera è elevata e che commerciano e comunicano con tutto il mondo.
Da alcune settimane, decine di grandi manifestazioni spontanee esprimono il disagio dei cittadini tedeschi di fronte alle ombre ridestate dai nuovi nazionalisti. Gradualmente anche le imprese stanno prendendo posizione, nella grande maggioranza, contro la minaccia di autoritarismo. Alcune industrie della chimica, consce delle passate responsabilità nel regime nazista, sono tra le più esposte. Jenoptik vede in AfD una minaccia catastrofica. Cinquanta tra i maggiori gruppi, tra cui Telekom, E.on, Ikea, Miele, Otto und Puma, Thyssenkrupp e Wacker, hanno lanciato un appello in cui difendono la democrazia come fattore chiave per lo Standort, il Paese come luogo di produzione. Queste imprese difendono anche le politiche ambientali come il “progetto del secolo” per una Germania a emissione zero. Il numero uno di Deutsche Bank ha definito AfD una minaccia per il Paese di fronte alla quale la banca deve prendere posizione.
Un piccolo numero di industriali, tuttavia, tra cui il fondatore della catena di panifici “Hans in Glück”, l’imprenditore dei latticini Theo Müller, e l’associazione “Rivolta imprenditoriale” di imprese, artigiani e agricoltori del Mecklenburg, finanziano AfD o ne sostengono apertamente il programma. Alcuni forse apprezzano i caratteri proto-capitalisti del programma economico, che propone la completa flessibilità del lavoro, definisce la politica industriale come una forma di statalismo e favorisce l’inversione di rotta nelle transizioni energetiche e ambientali. Altri sono attratti da campagne di AfD che vanno in direzione opposta: misure protezionistiche e l’uscita dall’Ue e dall’euro. Altri infine sono preoccupati di prendere posizione perché temono di portare il conflitto politico all’interno dei loro stabilimenti. Nel complesso, tuttavia, prevalgono di gran lunga le voci che si oppongono al partito xenofobo.
Seguire la riflessione tedesca sulla responsabilità delle imprese sarebbe utile per tutto l’Occidente. Negli Stati Uniti Trump conta su finanziatori indifferenti alla difesa dello stato di diritto. In Paesi europei, tra cui Olanda, Svizzera e Austria, leader populisti, nostalgici o autoritari hanno conquistato o attirano la maggioranza degli elettori nel muto distacco delle imprese. L’afasia delle associazioni d’impresa italiane degli ultimi lustri si spiega forse con la carenza di grandi imprese private e la prevalenza di gruppi a controllo statale, ma colpisce per l’inattitudine culturale a opporsi alle campagne populiste.
L’economia europea deve affrontare sviluppi produttivi che richiedono il coinvolgimento dei poteri pubblici, sia in termini di sostegno finanziario, sia di regolazione. Alcune nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, comportano rischi di abusi autoritari e al tempo stesso necessitano di decentramento delle scelte. L’allineamento tra capitalismo e democrazia è destinato a complicarsi. Chi si occupa di benessere e sviluppo non può restare muto quando è in questione lo stato di diritto.