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Le autocrazie all’attacco delle banche centrali

Dalle minacce di Trump alla stretta di Xi e alle ingerenze di Putin, si allunga l’elenco dei Paesi che non ne riconoscono l’autonomia
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Per Donald Trump è un’ossessione. «Il problema numero uno si chiama Jerome Powell» (comizio in Nevada per le primarie del 6 febbraio). «Appena sarò alla Casa Bianca sostituirò il presidente della Fed» (Twitter la notte dopo). «Powell gioca a favore dei democratici ed è capace di abbassare i tassi su loro richiesta alla vigilia delle elezioni» (intervista alla Fox il 10 febbraio). Non è solo un attacco contro il capo della Fed (che proprio lui aveva nominato nel 2018 e gli consegna un’economia americana in forma smagliante, malgrado le bufere del Covid e dell’inflazione). Dietro queste minacce c’è la volontà di Trump di smantellare uno dei capisaldi delle democrazie liberali: l’indipendenza della banca centrale dal potere politico. Nel loro piccolo ci provano anche gli attuali governanti italiani, dalla premier Meloni al ministro Crosetto fino all’anti-europeo Salvini: alberga in loro un tutt’altro che celato malumore per la presunta rigidità della Bce.

La stretta alle libertà econom…

Per Donald Trump è un’ossessione. «Il problema numero uno si chiama Jerome Powell» (comizio in Nevada per le primarie del 6 febbraio). «Appena sarò alla Casa Bianca sostituirò il presidente della Fed» (Twitter la notte dopo). «Powell gioca a favore dei democratici ed è capace di abbassare i tassi su loro richiesta alla vigilia delle elezioni» (intervista alla Fox il 10 febbraio). Non è solo un attacco contro il capo della Fed (che proprio lui aveva nominato nel 2018 e gli consegna un’economia americana in forma smagliante, malgrado le bufere del Covid e dell’inflazione). Dietro queste minacce c’è la volontà di Trump di smantellare uno dei capisaldi delle democrazie liberali: l’indipendenza della banca centrale dal potere politico. Nel loro piccolo ci provano anche gli attuali governanti italiani, dalla premier Meloni al ministro Crosetto fino all’anti-europeo Salvini: alberga in loro un tutt’altro che celato malumore per la presunta rigidità della Bce.

La stretta alle libertà economiche

Trump e Salvini sono in compagnia non buona ma sicuramente numerosa. In Cina, nell’autunno scorso, Xi Jinping ha dato un’ulteriore stretta, come se ce ne fosse bisogno, alle libertà economiche. Per la banca centrale ha istituito un organismo speciale del partito che ne supervisiona e indirizza il lavoro, vietandole di prendere iniziative in autonomia.

In Russia l’ultimo baluardo di buon senso era la banca centrale, presieduta dalla stimata economista oxfordiana Elvira Nabiullina, che però ha 300 miliardi di riserve estere bloccati dalle sanzioni ed è impossibilitata alle transazioni con l’Occidente in quanto tagliata fuori dal circuito Swift. Ora è stata costretta da Putin ad alzare i tassi fra agosto e oggi dal 12 al 16% (anche se l’inflazione non supera il 7%) solo per sostenere il rublo e le importazioni militari, a costo di affamare la gente. In India con un decreto del dicembre 2023, il governo di Narendra Mori si è avocato il diritto di disporre dell’attivo della banca centrale: il governatore Shaktikanta Das si è dimesso il giorno dopo. Il neopresidente argentino Javier Milei ha fondato la sua campagna elettorale su un paradigma espresso con la consueta delicatezza: «Vorrei eliminare la banca centrale, anzi proprio darle fuoco».

E così via. L’elenco dei Paesi che non riconoscono l’autonomia delle banche centrali si allunga ogni giorno: Indonesia, Pakistan, Nigeria, Sudafrica, Thailandia, Turchia, Venezuela, Ungheria e tanti altri, coincidenti guarda caso con altrettante autocrazie. «Le banche centrali sono vittime – spiega Jakob de Haan, economista dell’università olandese di Groningen – di una serie di pulsioni connesse con la crescita del populismo: anti-establishment, anti-tecnocratiche, anti-esperti. Tutto questo mentre il loro ruolo, a partire dalla crisi del 2009-11, è diventato più importante e anche, in effetti, più politico».

Autonomi ma in sinergia

Qui sta il nodo: autonomia sì, ma in sinergia con la politica. L’esperienza sia della Fed che della Bce insegna che non è un equilibrio facile. «L’equazione è riuscita meglio alla Fed perché agisce in sintonia con il Tesoro ed è espressione di un solo Stato. La Bce deve mediare fra venti governi», riflette l’economista Stefano Micossi, che ha appena licenziato un ponderoso studio sulla questione per conto dell’Istituto europeo della Bocconi. «Anche dopo il successo del “whatever it takes”, la Corte di Giustizia europea è stata investita più volte del problema da parte tedesca, in occasioni come il Quantitative easing o i più recenti programmi di sostegno, e ha sempre dato ragione all’Eurotower».

Ma la domanda resta: la Bce deve occuparsi delle crisi del debito? «La soluzione un po’ pilatesca – risponde Giampaolo Galli, economista di scuola Bankitalia oggi alla Cattolica – è che la Banca si preoccupa della frammentazione del mercato finanziario, cioè vuole evitare che la crisi di un Paese finisca col travolgere, anche solo col rialzo dei tassi, tutto il sistema».

La storia degli istituti di emissione, come si chiamavano nell’era pre-moneta elettronica, è sempre stata tormentata. Quando il Congresso di Washington creò la Federal Reserve nel 2013 non c’era la consapevolezza che dovesse essere indipendente dalla politica. Così per decenni le amministrazioni l’hanno usata come un bancomat per finanziare a pié di lista le rispettive esigenze: Lyndon Johnson i programmi sociali, Harry Truman la guerra di Corea, Richard Nixon quella in Vietnam. Intanto l’inflazione decollava: finché nel 1979 Jimmy Carter nominò Paul Volcker, uno che non si faceva dire dalla politica cosa fare. Così l’inflazione fu domata, Carter perse le elezioni a causa delle misure restrittive ma dal suo successore Ronald Reagan in poi nessun presidente si è più sognato di interferire con le decisioni della Fed. Ora vedremo (forse) Trump.

Il caso Europa

Negli stessi anni in Europa maturava un’analoga sensibilità, ma pure qui non è stato un percorso netto. In Italia c’è voluto il “divorzio” del 1981 voluto da due giganti come il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi per fermare la monetizzazione del debito. E quando è nato l’euro, la Bundesbank – fieramente autonoma fin dagli anni 50 per non ripetere gli errori di Weimar nel primo dopoguerra – ha dovuto fare la voce grossa e solo dopo aver ottenuto garanzie ha permesso la nascita della Bce il 1° giugno 1988. Il principio della rigorosa indipendenza, fissato nei trattati, ha fatto scuola: fra il 1990 e il 2020 altre 83 banche centrali di tutto il mondo l’hanno adottato. Il conteggio l’ha fatto la Bank of England, che David Ricardo accusava nel 1824 di essere «prona al potere esecutivo» ed è formalmente indipendente – per quanto sorprenda – solo dal 1997, «quando il neoeletto Tony Blair annunciò che era ora di uscire dall’equivoco, e nel giro di 24 ore il Cancelliere dello scacchiere Gordon Brown promulgò i decreti che sancivano l’autonomia di Threadneedle Street», ricorda Brunello Rosa, che in quegli anni era un giovane economista della Bank of England e oggi insegna alla London School of Economics. «Il principio è semplice: la banca centrale – dice Rosa – vuole evitare l’inflazione perché è la base di tutti i mali, erode il potere d’acquisto, è una tassa sui poveri, può provocare sommosse popolari e rovesciamenti di regime. Per questo è meglio che i governi la lascino libera di operare come meglio crede».

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