Perché l’inflazione deciderà il voto Usa
di Mario Platero“Shrinkflation”, poteri occulti che manipolano Fed e inflazione. Americani alla canna del gas. Annotatevi questi termini e presunte congiure, perché siamo punto e daccapo: atterraggio morbido o recessione? Inflazione sotto controllo o di nuovo esplosiva? Borsa che veleggia su nuovi record, incurante dell’iceberg con cui si scontrerà nella nebbia dell’ottimismo infinito? Nessuno ha ovviamente una risposta precisa. Persino il leggendario Alan Greenspan, nel gennaio 2023, fece con una certa sicurezza un pronostico che si rivelò infondato: «Fra un anno gli aumenti dei tassi provocheranno una recessione», sentenziò questo vate dell’economia, 98 anni il prossimo 6 di marzo. Anche lui, un tempo in grado di guidare all’istante i mercati con espressioni ermetiche ma d’impatto, come «esuberanza irrazionale», prese un granchio colossale. L’ultimo dato dell’anno scorso conferma che l’economia è cresciuta nel quarto trimestre a un tasso del 3,3%, dopo una ancora più “esuberante” crescita del 5,2% …
“Shrinkflation”, poteri occulti che manipolano Fed e inflazione. Americani alla canna del gas. Annotatevi questi termini e presunte congiure, perché siamo punto e daccapo: atterraggio morbido o recessione? Inflazione sotto controllo o di nuovo esplosiva? Borsa che veleggia su nuovi record, incurante dell’iceberg con cui si scontrerà nella nebbia dell’ottimismo infinito? Nessuno ha ovviamente una risposta precisa. Persino il leggendario Alan Greenspan, nel gennaio 2023, fece con una certa sicurezza un pronostico che si rivelò infondato: «Fra un anno gli aumenti dei tassi provocheranno una recessione», sentenziò questo vate dell’economia, 98 anni il prossimo 6 di marzo. Anche lui, un tempo in grado di guidare all’istante i mercati con espressioni ermetiche ma d’impatto, come «esuberanza irrazionale», prese un granchio colossale. L’ultimo dato dell’anno scorso conferma che l’economia è cresciuta nel quarto trimestre a un tasso del 3,3%, dopo una ancora più “esuberante” crescita del 5,2% nel terzo trimestre, dati che mostravano pure un’inflazione in sostanziale declino .
L’inflazione resta calda anche a gennnaio
La doccia fredda
Poi, martedì scorso, la doccia fredda. Il dipartimento al Commercio comunicava che il dato “core” sull’inflazione (depurato dei volatili prezzi energetici e alimentari) era salito su base annua del 3,9%, il più elevato in otto mesi. Il dato generale era aumentato del 3,1%, meglio del 3,4% registrato a dicembre, ma pur sempre al di sopra delle aspettative del 2,9% degli analisti. Panico: la Fed non abbasserà più, in tempi brevi, i tassi, come ci si aspettava. Il Dow Jones e l’S&P 500 hanno entrambi perso in giornata l’1,4%, il Nasdaq l’1,8%, i tassi a dieci anni sono saliti di 0.145 punti toccando rendimenti del 4,315%.
Giovedì un dato sulle vendite al dettaglio ha invertito la tendenza: per gennaio si è avuto un calo delle vendite dello 0,8%, ben al di sopra dello 0,1% atteso dagli analisti e la Borsa è subito ripartita: se le vendite al dettaglio, e dunque i consumi, che contano per il 70% dell’economia, si raffreddano, forse anche l’inflazione in prospettiva si raffredderà. Così, due giorni dopo il breve sussulto di panico, l’S&P 500 ha toccato l’undicesimo record dell’anno a quota 5029,73, confermando quanto volatilità e reazioni emotive siano dominanti in questa fase congiunturale.
Per questo gli interrogativi di cui sopra diventano centrali. Non solo per la crescita o per i mercati, ma per l’impatto che le decisioni di marzo, e oltre, della Fed potranno avere sulla corsa per la Casa Bianca del 2024: l’inflazione diventa oggi “presidential politics”.
Inflazione contro il merito di Biden
Alla Casa Bianca ci si è resi conto che il singolo dato più importante che ha finora impedito alla presidenza Biden di vedersi riconosciuto il merito di una forte crescita accompagnata da piena occupazione e da record di Borsa è proprio l’inflazione. Al di là dei dati e dei miglioramenti dell’indice dei prezzi al consumo, la classe media americana vive generalmente in ansia, guadagna poco rispetto al passato, deve fare due lavori per arrivare alla fine del mese e con l’impennata dei prezzi, ricaduta direttamente sul consumatore, è addirittura arrabbiata oltre che preoccupata. Prepariamoci, perché attorno a questa partita si giocheranno spot elettorali estremi, nei quali varrà tutto e il contrario di tutto. Due esempi? Quando, alcuni mesi fa, leggendo ottimismo tra le foglie di tè dei verbali della Fed, mercato, economisti e politici si convinsero che i tassi di interesse sarebbero scesi entro i primi mesi del 2024, Trump denunciò un attacco dei “poteri forti” contro di lui: «La Fed è schierata con Biden – urlò nei sui comizi – taglierà i tassi solo per aiutare la sua corsa perdente». Ometteva di dire che l’attuale Presidente della Fed, il saggio e apprezzatissimo Jay Powell, era stato nominato da lui. Del resto, nella sua retorica “fake”, la congiura dei poteri che manipolano economia e opinione pubblica sono la molla centrale su cui fa leva Trump per rafforzare il suo seguito.
L’idea del termine “shrinkflation”
Biden ha improvvisamente reagito a questo stato di cose, inventandosi uno spot che si è dimostrato più efficace di quel che si potesse pensare. Con il creativo termine “shrinkflation” attacca altri poteri forti, quelli dell’industria, che penalizzano i consumatori con un trucco perfido e infido allo stesso tempo: invece di aumentare i prezzi, diciamo di una confezione alimentare di biscotti o cioccolatini, restringono (shrink in inglese) il contenuto della confezione. Così l’ignaro consumatore crede di acquistare lo stesso prodotto e quantità al prezzo di sempre, ma viene bellamente fregato. Lo spot ha avuto un successo enorme, è anche spiritoso, animato e provocatorio: Biden appare davanti a snacks come Dorito, Goldfish, Oreo e altri e dice: «Mi sono rotto di questa shrinkflation, andate alla partita e vi accorgete che lo snack, la bibita, le patatine, le barrette di cioccolato costano uguale ma la quantità è diminuita. Le aziende devono finirla!». Biden ha centrato in pieno l’obiettivo perché la gente si è davvero accorta del trucco. Le aziende hanno concluso che con gli aumenti delle materie prime i consumatori notano molto di più gli aumenti di prezzi al consumo che una diminuzione del contenuto. Ci sarebbe anche una possibile violazione della sezione 5 della Legge Ftc che proibisce «pratiche ingiuste o manipolatorie nel commercio». E il fenomeno non è solo americano. La Bbc lo ha definito «rampante». In Francia i supermercati indicano chi ha cambiato le quantità e uno studio condotto in materia stima che il 46% della popolazione in ben 33 nazioni diverse è cosciente del trucco.
Visto il quadro di quello che è accaduto in una sola settimana, torniamo alle domande iniziali, cosa possiamo dire del futuro davanti a noi? Sarebbe imprudente fare un pronostico, laddove persino Greenspan sbaglia. Ma uno scostamento di due decimali per l’inflazione rispetto al pronostico non è un disastro, l’economia sta crescendo bene e le aziende in genere fanno buoni profitti e in molti casi hanno già tagliato posti di lavoro. L’atterraggio morbido dunque c’è già stato. La Fed non taglierà i tassi a breve, non agli incontri Fomc del 19-20 marzo o del 30 aprile-1 maggio. Ma a quello dell’11 giugno il taglio diventa possibile. E preparatevi, perché se così sarà Trump tornerà a gridare al complotto. Ma forse le aziende rivedranno le pratiche della shrinkflation. E per una volta Biden avrà colpito nel segno.